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Trump e il mondo: quando la politica si trasforma in una prova di forza e di psicologia

Fin dal suo ingresso sulla scena politica internazionale, Donald Trump non si è comportato come un presidente americano tradizionale, facilmente contenibile entro le regole consolidate delle relazioni internazionali. Non ha mai guardato al mondo come a un sistema governato da leggi, istituzioni ed equilibri, bensì come a uno spazio aperto di confronto, pressione e accordi diretti. In questo contesto, non c’è spazio per la neutralità, né un reale valore per il linguaggio diplomatico se non produce un guadagno chiaro, rapido e registrabile nel suo bilancio personale.

Nei suoi incontri pubblici e nei discorsi rivolti ai leader mondiali – in particolare al Forum Economico Mondiale di Davos del 21 gennaio 2026 – Trump è apparso duro, conflittuale e talvolta persino offensivo. Non ha esitato a rimproverare leader europei, a ridimensionare il ruolo dell’Unione Europea e a trattare il Vecchio Continente come un’entità stanca, incapace di proteggersi senza l’ombrello americano.

Ha rifiutato di ascoltare lunghe discussioni sul diritto internazionale, sulla sovranità degli Stati o sull’ordine globale basato sulle regole, ritenendo tale linguaggio morale incompatibile con la logica della forza e limitante per la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà e tutelare i propri interessi.

La stessa posizione è stata ribadita nel discorso di lancio di quello che è stato definito il “Consiglio per la Pace”, il 22 gennaio 2026, a margine del forum.

Tuttavia, questa immagine, per quanto netta, non restituisce l’intero quadro. Lo stesso uomo che ha adottato un linguaggio duro verso l’Europa ha mostrato cordialità evidente e rispetto calibrato nei confronti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, così come del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Questa discrepanza non può essere spiegata come semplice volatilità umorale, ma riflette piuttosto un modello politico e psicologico coerente, definibile come una sorta di “diplomazia trumpiana inversa”.

Il cuore di questo modello consiste nel rovesciamento dell’ordine tradizionale degli strumenti: non si parte da una domanda o da una trattativa, ma dall’annuncio preventivo del risultato. Trump parla di ciò che deve accadere come se fosse già deciso, collocando l’interlocutore di fronte a una pressione psicologica e politica intensa.

A quel punto, il dibattito non riguarda più l’accettazione o il rifiuto, ma la gestione delle perdite e la riformulazione degli esiti in modo da salvaguardare il minimo possibile di interessi.

Il secondo elemento di questo approccio è l’escalation prima del dialogo. Minacce, sanzioni e linguaggio aggressivo non sono strumenti contingenti, bensì una fase iniziale deliberata. Quando la pressione raggiunge il suo apice, si apre lo spazio negoziale da una posizione di evidente superiorità. In questo senso, Trump non considera la negoziazione come uno scambio equilibrato, ma come un meccanismo per estorcere il consenso dopo aver logorato l’altra parte sul piano politico e psicologico.

Il terzo elemento riguarda la sua visione degli Stati come entità gestite secondo la logica delle imprese. In questa prospettiva, confini, storia, simboli o discorsi giuridici non hanno valore intrinseco se non si traducono in numeri, accordi e ritorni immediati. La politica non è la gestione di interessi intrecciati, ma un calcolo di profitti e perdite, in cui chi detiene le leve della forza impone le proprie condizioni.

Il quarto elemento è la sua evidente avversione per la diplomazia istituzionale. Trump non ha mai mostrato una reale fiducia nel Dipartimento di Stato o nei canali tradizionali, preferendo affidarsi a una cerchia ristretta di emissari personali, perlopiù provenienti da ambienti economici o dal suo entourage più vicino.

Questo approccio ha sottratto dossier cruciali ai quadri istituzionali, trasformandoli in percorsi di negoziazione personalizzati, dove la fiducia e la lealtà contano più dell’esperienza protocollare.

Tra le figure più rilevanti figurano Tom Barrack, inviato speciale per Siria e Libano, Jared Kushner e Steve Witkoff per i dossier di Gaza e Ucraina, oltre a Massad Boulos come consigliere presidenziale per gli affari arabi e mediorientali.

Il quinto elemento – forse il più pericoloso – è l’uso dei media e dei social network, in particolare della piattaforma Truth Social, come arma politica. Trump negozia in pubblico, minaccia apertamente e mette in difficoltà i suoi avversari davanti alle rispettive opinioni pubbliche. Questo stile non è casuale, ma uno strumento di pressione psicologica volto a restringere le opzioni dell’altra parte e a spingerla al ritiro o all’accettazione per timore dell’escalation pubblica. In questa logica si può richiamare l’approccio negoziale di William Ury, fondato sull’ottenere un “sì” dall’avversario senza offrire un reale contropartita.

A Davos, questa impostazione si è manifestata con estrema chiarezza. Trump ha parlato di Groenlandia, NATO e Consiglio per la Pace come se si rivolgesse a consigli di amministrazione e non a Stati sovrani. Si è presentato come un leader che non ammette contestazioni, respingendo ogni riferimento europeo alla legittimità internazionale, considerata un discorso teorico privo di spazio in un mondo governato dalla forza.

Il tono è cambiato, invece, nel dialogo con il presidente egiziano. Qui Trump ha adottato un linguaggio basato sull’elogio e sul riconoscimento del ruolo, mostrando disponibilità a intervenire in dossier estremamente sensibili, primo fra tutti quello della diga del Nilo.

Non si è trattato di una semplice cortesia protocollare, ma del riconoscimento implicito del ruolo del Cairo come attore centrale nelle equazioni di stabilità regionale, in particolare nel dossier di Gaza.

Sebbene l’Egitto abbia respinto con fermezza proposte statunitensi e israeliane relative allo sfollamento della popolazione palestinese, tale rifiuto è stato formulato con calma e misura, evitando di provocare l’istinto competitivo di Trump e presentando l’alternativa egiziana in modo tale da poter essere venduta come un suo successo personale.

Da qui emerge una domanda cruciale: cosa potrebbe chiedere Trump all’Egitto in cambio del suo coinvolgimento nella risoluzione della crisi della diga verso i palestinesi?

Nel contesto turco, Trump ha adottato un linguaggio meno aspro nei confronti del presidente Erdoğan, consapevole del ruolo di Ankara nel dossier di Gaza, sia nella pressione su Hamas – in particolare per l’accettazione dell’iniziativa trumpiana e la consegna degli ostaggi e delle salme – sia nei percorsi di disarmo, integrazione parziale e trasformazione politica.

A ciò si aggiunge il ruolo centrale della Turchia nel dossier siriano, dove gli sviluppi sul campo non sono stati isolati da intese più ampie discusse in capitali influenti come Parigi ed Erbil. L’impossibilità di eliminare completamente le Forze Democratiche Siriane (SDF) ha spinto le parti verso soluzioni di compromesso, nelle quali Ankara si è concentrata sull’impedire qualsiasi continuità territoriale che potesse condurre a un’entità curda con sbocco sul Mediterraneo.

L’obiettivo non era annientare la presenza curda, ma contenerla geograficamente, privarla delle sue ambizioni espansive e confinarla in uno spazio chiuso, privo di profondità strategica e di accesso marittimo.

In conclusione, il comportamento di Trump non può essere interpretato come semplice caos o avventatezza politica. Ci troviamo di fronte a un modello di leadership fondato sulla shock therapy, sulla messa alla prova degli avversari e sull’uso della dimensione psicologica – in particolare il bisogno di riconoscimento e di successo – come strumento politico.

Chi comprende queste regole e le affronta con calma e pragmatismo può influenzare il processo decisionale. Chi invece risponde con slogan o gesti teatrali, spesso paga il prezzo di una cattiva valutazione.

Nel mondo di Trump, non basta possedere l’argomentazione morale o giuridica: ciò che conta davvero è convincerlo che il risultato finale venga attribuito a lui personalmente.

 * Scrittore e ricercatore politico palestinese 

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