In una recente conferenza stampa di oltre due ore tenuta a La Avana, il Presidente di Cuba Diaz-Canel ha risposto a diverse domande delineando con chiarezza la situazione di Cuba, le misure che il governo sta implementando e quelle che intende introdurre, in un messaggio di unità rivolto, in primo luogo, al popolo cubano e con parole d’ordine chiare di fronte all’idea trumpiana del “collasso” e dello “stato fallito”: Resistenza, difesa delle idee della Rivoluzione e fiducia nella vittoria. Parole d’ordine forti e che non negano i tempi duri che si stanno attraversando e che potrebbero durare a lungo.
È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.
Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare.
Il suo intervento però spazia ben al di là e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.
Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.
Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi e che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.
Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.
Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.
Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.
È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.
Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.
Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.
Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.
Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.
Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel
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