L’attacco militare lanciato da USA e Israele e la prima risposta dell’Iran si inserisce in un contesto dove la tendenza alla guerra in “Medio Oriente” è divenuta da più di due anni un’ampia guerra guerreggiata di cui Israele è il suo maggiore vettore.
Questa continua aggressione bellica ha potuto contare sulla profonda complicità di tutto il blocco occidentale, comprese le classi dominanti del nostro paese.
In questo senso l’escalation militare a cui siamo assistendo è un altro tassello di una vera e propria guerra “costituente” che sta cambiando gli equilibri regionali dopo che alcuni attori del mondo multipolare – come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese – sembravano essere diventati decisivi fattori di stabilizzazione nell’area, contendendo agli USA ed all’UE il ruolo di principali agenti politico-diplomatici.

In questo senso si pensi a quello che sembrava essere l’intervento risolutivo della Russia in Siria al fianco del regime baathista contro l’insorgenza jihadista, insieme alle altre forze del cosiddetto Asse della Resistenza, o il ruolo di mediatrice della Cina nella normalizzazione dei rapporti diplomatici tra due acerrimi nemici – dal 1979 – come l’Arabia Saudita e l’Iran, distensione che aveva portato alla concreta possibilità della fine del conflitto in Yemen, scatenato dall’aggressione congiunta di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
Quella tendenza ad un parzialmente nuovo assetto medio-orientale, in cui avrebbe potuto trovare una giusta collocazione le legittime aspirazioni palestinesi, è divenuta – da due anni a questa parte – lettera morta.
Si è scatenata una guerra costituente che sembra avere principalmente due nemici, da un lato i palestinesi ed i territori da loro abitati sacrificati anche dalla Realpolitik dei regimi arabi – firmatari o pronti a firmare i cosiddetti Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista sotto patrocinio statunitense come avevano fatto a suo tempo l’Egitto e poi la Giordania – , e dall’altro le forze del cosiddetto Asse della Resistenza che hanno nell’Iran uno dei principali propulsori e che insieme alla Siria di Assad avevano i principali fattori di profondità strategica; mentre l’Algeria – all’interno della Lega Araba – era riuscita, con una sapiente e certosina azione diplomatica, a rimettere al centro (per il mondo arabo) la questione palestinese ed aveva sapientemente preparato il terreno per la fine dell’isolamento politico del regime baathista siriano.
Quest’escalation bellica di carattere regionale che oltre al genocidio palestinese a Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania sta ridefinendo i rapporti di forza di quel quadrante – e che ha una funzione centrale nella ridefinizione del bilancio di potenza dei rapporti internazionali – rischia di estendersi ed intensificarsi a causa del secondo attacco congiunto statunitense ed israeliano all’Iran anche per la cospicua presenza della ventina di basi militari Usa nell’area e dei circa 40/50 mila soldati statunitensi, oltre alle forze navali della flotta nord-americana.
La convergenza tra sionismo e amministrazione statunitense sembra darsi su obiettivi in parte coincidenti, con Israele che promuove il “politicidio” palestinese oltre allo sterminio vero e proprio e alla volontà di annichilire sul nascere ogni Stato o forza politica che vede come minaccia strategica nella regione, e gli Stati Uniti che vogliono sbarrare la strada alla configurazione di un mondo multipolare e policentrico restando il dominus delle relazioni internazionali, e ristabilire la propria supremazia sia nell’Emisfero occidentale che nel Mediterraneo allargato.
Per farlo, gli USA, con una una sorta di nuova politica delle cannoniere che ha colpito Venezuela e Nigeria, hanno bisogno di imporre le proprie condizioni ai paesi produttori di petrolio rispetto alla sua commercializzazione per mitigare gli effetti della de-dollarizzazione che procede a vantaggio dell’Euro e delle altre monete che hanno come garanzia un robusto apparato produttivo alle spalle, a dispetto del deserto industriale statunitense.
Gli Usa, sono divenuti da tempo esportatori di greggio, oltre che di shale gas, hanno una specie di “corrispettivo aureo” nel petrolio come contro-valore del dollaro che ne garantisce la propria solidità come equivalente generale per una quota strategica del commercio mondiale e come uno dei fattori decisivi, insieme alla potenza del complesso militare industriale e della superiorità del proprio strumento bellico. Tutto questo affinché non venga messa in discussione la capacità di tenuta della sua economia caratterizzata da una crisi strutturale che non sembra avere sbocchi.
In base a queste priorità strategiche statunitensi che non ha pochi problemi di tenuta sociale interna – come mostrano le vincenti mobilitazioni contro l’ICE – va letta la propria alleanza con Israele, e la creazione di una narrazione del nemico ripresa spesso supinamente dagli apparati della disinformazione strategica occidentali tra cui i media del nostro paese e confezionata dall’intelligence israeliana.
Questo è avvenuto anche per l’assoluta incapacità delle classi dominanti europee di stabilire relazioni più paritetiche con Teheran, perseguendo quello che era lo spirito dei cosiddetti accordi sul nucleare iraniano – fortemente osteggiati da Israele ed ai tempi dall’Arabia Saudita – da cui erano usciti gli USA della prima amministrazione Trump.
Un vero e proprio “tradimento” da parte europea nei confronti di un paese che aveva rinunciato ai propri progetti di arricchimento dell’Uranio e che aveva come contropartita la fine delle sanzioni in vigore dalla caduta dello Shah nel 1979 – un vero e proprio blocco economico che asfissia il Paese – e l’inizio della normalizzazioni delle relazioni a tutti i livelli che avrebbero potuto portare ad un processo di distensione complessiva.
Bisogna denunciare più che mai la rinnovata aggressività statunitense e sionista, nonché le complicità occidentale di cui gode a tutti i livelli. É necessario più che mai che “le armi tacciano” e che questa ulteriore escalation bellica rientri, continuando a recidere quei legami che connettono il nostro paese con il terrorismo sionista e ai banditi statunitensi, che non indugiano un attimo di fronte alla possibilità di portare il mondo sull’orlo di un conflitto bellico mondiale per mantenere il proprio dominio nell’area e la propria rendita di potere mondiale.
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