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Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale

La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte”  guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano ad un gruppo di clown.

C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – nei limiti del possibile – gli impianti di estrazione di petrolio e gas di Tehran.

Non per bontà d’animo, ma per calcolo economico globale. Era infatti risaputo e dichiarato in tutte le salse che se fossero cominciati bombardamenti sugli impianti, l’Iran avrebbe risposto dando fuoco a tutti gli altri nel Golfo, che appartengono a diversi paesi arabi ma sono in buona parte gestiti in co-interessenza con le multinazionali occidentali dell’energia.

Una volta danneggiati seriamente, o completamente distrutti, il mondo si ritroverebbe per un lungo periodo senza il 20% di produzione petrolifera (e molto di più nel gas), rendendo sterile l’enorme quantità di giacimenti presenti nell’area. Ricostruirli, infatti, richiederebbe molto tempo anche dopo il raggiungimento di accordi di pace seri, duraturi, senza secondi fini, che al momento sembrano utopia. Anni, insomma. E quindi una crisi mondiale catastrofica, specie per chi non ha sufficienti energie alternative.

Persino Trump, nel far bombardare l’isola di Kharg – terminale petrolifero chiave del greggio iraniano – aveva prudentemente avvertito che però aveva preso di mira soltanto le postazioni militari, senza neanche sfiorare il resto.

Ieri quel limite è stato passato dal governo di Netanyahu, che ha pure “rivendicato” la follia: Israele ha aiutato operativamente a trasmettere un messaggio degli Usa: o viene sminato e riaperto lo Stretto di Hormuz, o distruggeremo tutto l’impianto di South Pars, così come altre infrastrutture energetiche”, ha riportato Channel 12, sottolineando che il raid è stato “pienamente coordinato con gli Usa”. Non si capisce chi è la marionetta e chi il ventriloquo (“trasmettere un messaggio“), ma il risultato è vomitevole lo stesso…

D’altro canto gli psyco-killer di Tel Aviv hanno da decenni fatto dell'”omicidio politico” la loro principale attività internazionale, e il loro ministro della Difesa, Israel Katz, si fa un vanto di parlare come un boss della mafia: “Benjamin Netanyahu ed io abbiamo autorizzato l’esercito a eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione. Continueremo a impedire loro di agire e a dar loro la caccia, a tutti“. E i media occidentali lo riportano come una qualsiasi dichiarazione di voto, senza fare un plissè…

Tanto che il ministro degli esteri di Tehran, Abbas Araghchi, ha gioco facile nell’evidenziarne la bestialità: «Immaginate un presidente iraniano che presenta con freddezza una “lista nera” a un ambasciatore straniero: il presidente degli Stati Uniti, i leader del Congresso, i generali di alto rango. E poi dichiara, senza esitazione: “Li elimineremo, uno per uno”». Orrore…, no?

Gli Stati Uniti, nelle stesse ore e bocca del tycoon, raccontavano al mondo che il problema del blocco di Hormuz non era un problema yankee, ma dei paesi che comprano il petrolio del Golfo. Se la vedessero loro… Dopo che gli Usa avevano iniziato una guerra senza senso.

Immediata la risposta iraniana, sotto forma di un drone che si è schiantato sull’importante impianto di Ras Laffan, in Qatar, praticamente sul lato opposto dello stesso giacimento di gas sfruttato in condominio tra i due paesi. Ma South Pars è anche il principale giacimento di gas al mondo, rappresenta il 40% della produzione iraniana. A fare le spese del danneggiamento è stato per primo l’Iraq, che si è visto immediatamente tagliare le forniture di gas dall’Iran, che ha dirottato tutto il flusso ancora possibile verso i propri stoccaggi.

Contemporaneamente Tehran diramava “ordine di evacuazione” (copiando con gelida ironia la retorica dell’Idf in Libano) per gli abitanti nei pressi degli impianti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Poi hanno cominciato a inviare qualche “messaggio” più concreto…

Il presidente Massoud Pezeshkian intanto precisava che “Tali azioni aggressive non porteranno alcun beneficio al nemico sionista americano e ai suoi sostenitori. Al contrario, complicheranno la situazione e potrebbero avere conseguenze incontrollabili che si ripercuoteranno sul mondo intero“.

Il prezzo internazionale degli idrocarburi riprendeva immediatamente a volare (109 dollari al barile, e con il dollaro per di più in rialzo), le borse a scendere (Tokyo a -4%, stamattina), l’economia mondiale a tremare.

Solo a quel punto Trump si svegliava dal delirio trionfalistico e ha annunciato che Israele non attaccherà più South Pars. Ha anche affermato che gli Stati Uniti non erano stati coinvolti, mentre in precedenza i media USA-Israele avevano riconosciuto che l’attacco israeliano era in coordinamento con gli Stati Uniti. Per poi minacciare “attacchi devastanti” se l’Iran avesse restituito il colpo nel resto del Golfo. Menzogne, minacce  e paura, il solito pessimo mix…

La banda di clown negli States, nel frattempo, si esibiva in penosi numeri da circo. La cosiddetta responsabile dell’intelligence Usa, Tulsi Gabbard, convocata in audizione dal Congresso, presenta documenti scritti delle varie “agenzie” in cui si confermava la valutazione di un anno fa, prima dei bombardamenti effettuati in giugno contro i laboratori (la comunità dell’intelligence “continuava a ritenere che l’Iran non stesse costruendo un’arma nucleare“).

Una smentita in diretta dei vaneggiamenti di Trump che stava ancora giustificando l’inizio della guerra per “anticipare un attacco iraniano che stava per fabbricare una bomba atomica”.

Peggio. Dovendo riferire quali effetti stesse producendo la guerra sul “nemico”, la Gabbard ha detto che il regime in Iran sembra essere intatto, ma ampiamente degradato a causa degli attacchi alla sua leadership e alle sue capacità militari.

Le due definizioni – per chiunque – non possono stare insieme O è “intatto”, e quindi smentisci le fanfaronate di Trump sul “abbiamo distrutto tutto, non c’è più niente”, oppure è “ampiamente degradato” e purtuttavia resta in grado di attaccare e continuano ad attaccare gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente“. Pura gomma da masticare, sostanza senza forma né sapore.

Stesso discorso per quanto riguarda il programma nucleare di Tehran, definito “annientato” nei documenti (per confermare le vanterie di Trump nel giugno scorso), addirittura “senza tentativi di ricostruirlo” (smentendo la presunta “urgenza” dell’attacco attuale), ma totalmente passato sotto silenzio nella relazione a voce al Congresso.

Insomma: l’esigenza della “narrazione politica” sulla guerra cambia continuamente le argomentazioni e le carte in tavola, rendendo patetica ogni giustificazione della guerra stessa e un azzardo senza senso l’escalation avviata ieri con l’attacco agli impianti petroliferi.

Ma il fatto che la “narrativa” sia un bla bla che non significa niente non elimina affatto la gravità della “svolta” impressa alla guerra. E’ solare che puntare a distruggere per anni le capacità estrattive iraniane rappresenta una “minaccia esistenziale” per Tehran. La quale, non potendo usare altri strumenti militari di pari potenza, può soltanto allargare l’incendio a tutta l’area, facendo così fisicamente comprendere a tutti – paesi arabi confinanti, Usa, Israele e mondo intero – che non accetterà di farsi annientare senza combattere e senza “condividere il dolore subito”.

Non è difficile da capire. Qualsiasi “dottrina nucleare” delle superpotenze, per esempio, giustifica l’uso delle armi atomiche  solo nel caso di “minaccia esistenziale”, ovvero un attacco mirante ad eliminarla. Si chiamava e si chiama “mutua distruzione assicurata”, ed è il punto limite che ha permesso a Usa e Urss (poi Russia, Cina, India, Pakistan, Francia, Gran Bretagna, Corea del Nord, con Israele che ha l’atomica ma fa finta di no e rifiuta qualsiasi controllo dell’Aiea) di evitare accuratamente di tirare la corda fino al punto di rottura.

La “svolta” di ieri, seppure “limitata” al solo settore degli idrocarburi – un’atomica economica, di fatto – ha superato quel limite. Una escalation asimmetrica, con l’Iran in grado di “vedere” e rilanciare. Certo, meglio restare con poca energia piuttosto che esplodere in un fungo atomico. Ma è un pensiero che vale solo se si dimentica che, una volta che si comincia a restare senza luce, può succedere di tutto.

E di solito succede…

*

Il voltafaccia di Trump sull’attacco a South Pars – “non sapevo e non sono d’accordo sul colpire i siti petroliferi” – non è andato giù all’”entità sionista”. Ed ora se la cantano…

Il corrispondente politico del canale israeliano “Kan” ha riferito stamattina che l’attacco al campo di Pars è stato “precisamente coordinato tra Stati Uniti e Israele“, considerando che la pubblica smentita dell’operazione da parte di Trump rappresenta uno shock per gli ambienti della sicurezza che contavano sul chiaro sostegno americano.

Nello stesso contesto, il sito web del Canale 12 israeliano, tramite il suo corrispondente Barak Ravid, ha confermato che le dichiarazioni di Trump erano “inesatte“, indicando che Netanyahu e Trump avevano coordinato l’attacco con l’obiettivo di “dissuadere l’Iran dall’interrompere le forniture di petrolio nello Stretto di Hormuz“.

Da parte sua, l’ex ambasciatore statunitense in Israele, Dan Shapiro, ha deriso le affermazioni di Trump secondo cui non era a conoscenza dell’attacco, stando a quanto riportato dal sito web israeliano Ynet.

Shapiro ha scritto su”X”: “Non c’è alcuna possibilità che l’esercito israeliano sferri un attacco in questa posizione strategica senza fornire al Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) un quadro completo della situazione.

Shapiro ha affermato che “Trump era a conoscenza della situazione e l’aveva approvata“, e che le sue attuali dichiarazioni rappresentano semplicemente un tentativo di eludere le proprie responsabilità.

Il sito web del Canale 12 israeliano ha rivelato cosa è successo dietro le quinte: funzionari del Qatar, subito dopo l’attacco iraniano alle strutture di Ras Laffan, si sono rivolti all’inviato della Casa Bianca Steve Wittkoff e ai vertici del CENTCOM, chiedendo chiarimenti (“lo sapevate o no?”).

Il rapporto spiegava che Witkoff aveva tentato di contenere la rabbia del Qatar e di organizzare una telefonata urgente tra Trump e l’emiro. Questa pressione è ciò che in seguito ha spinto Trump a rilasciare la sua dichiarazione tramite Truth Social, affermando che “Israele ha attaccato ferocemente e per rabbia“, nel tentativo di dipingere Washington come un “mediatore disinformato” che protegge le sue alleanze del Golfo.

Mai pestare un nido di vespe, scrivevamo. E nel Golfo Persico i nidi tanti… Guai a chi si fa guidare da una squadra di psyco-killer…

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