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Intervista a Miguel Díaz-Canel

Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace

In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.

Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.

Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.

 Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.

Per noi è un piacere che siate qui.

Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?

Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.

Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.

C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.

Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.

Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?

Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.

Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Potrebbe essere lei arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti, pensa?

È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.

Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.

Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.

Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.

Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.

Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?

Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il suo paese, che il suo Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.

E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi, avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.

Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.

Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?

Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.

Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.

Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina di difesa che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.

E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.

E, inoltre, perché partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.

Ti direi di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.

Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?

Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.

Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?

Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e inoltre occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.

E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.

Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?

Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.

Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi anche hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.

Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana con quel blocco energetico.

La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.

E’ un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata in quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.

Per quanto tempo potete sopravvivere finché non arrivi il prossimo carico di petrolio dalla Russia?

È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanzi, prospera, senza combustibile. Per questo ti dico che c’è un elemento di perversità, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo di agguerrita sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.

Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, a dipendere più che dall’importazione, a dipendere dal greggio nazionale.

A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero in Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Persino, sarebbe un’opportunità per imprenditori nordamericani che potessero anche partecipare in Cuba in investimenti nel tema energetico.

Quello che succede è che il blocco l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.

D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.

Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutte le nostre domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, con prodotti che uscirebbero dalla raffinazione di quel greggio cubano.

E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.

Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?

Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro proprio popolo e delle nostre proprie capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.

Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, che la sua attitudine è di una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando e in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.

Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.

Ora, per noi, benvenuta sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Stati Uniti anche potrebbe avere un’altra visione verso Cuba che non fosse quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe anche aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?

Il presidente Trump dice che questo è un paese al bordo del collasso.

È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi gli impongono delle determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.

Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, e potesse non collassare?

Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; e a volte ci si critica sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.

Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!

Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva a tutti con salute gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.

Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.

E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.

Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui in Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per il sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?

Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?

O il Governo?

O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo,  la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.

Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci si sono tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.

Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso lo fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.

Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.

A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettroenergetico nazionale e alla nostra pianta industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.

E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.

Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.

Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.

No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già venivamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.

Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto che veniva accumulato nel blocco, più l’effetto che viene aggiunto dal suo inasprimento, più l’effetto che ora arriva e potenzia quest’ultimo blocco energetico.

Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento…

Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche  molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.

E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID19.

Durante la pandemia, quando entrò la COVID19 nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già venivamo soffrendo con l’impatto del blocco inasprito, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.

Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.

I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicinale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.

E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.

Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.

Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.

Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto  è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!

Ma abbiamo visto con i nostri occhi  quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il sistema economico di Cuba in favore delle persone che stanno soffrendo?

Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionanarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico  non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.

Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. E’ il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.

E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, è che stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.

Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.

Ma voi potete commerciare con altri paesi…

Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.

Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.

Parliamo sul futuro. Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?

Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.

Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito davanti, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.

Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.

Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni di blocco, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.

Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma e quelli in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.

Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.

Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?

Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono? O perché non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?

Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Crede lei possibile che sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?

Qui io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.

La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, una relazione normale. E  quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.

Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.

Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.

In vari momenti –  e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo –  si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti hanno invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.

Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.

Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.

Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.

Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.

Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.

Mi dicono che ci scade il tempo.

È un peccato, un vero peccato!

Per favore, ci lasci finire con le domande.

È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.

Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.

Sono d’accordo.

Va bene.

Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potremmo guadagnare se potessimo arrivare ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.

Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.

In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere  in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.

Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.

Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.

Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?

Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Per arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire  spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.

Signor Presidente, è lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?

Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.

Ma ha parlato lei con il segretario Rubio?

No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.

Parliamo su alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.

In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti ad una discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.

Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora  molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.

Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo che in un altro momento di riprendere a parlare su quelle cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.

Due domande in più. Ancora ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.

Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni si manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.

Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.

Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.

Molte altre volte, invece, si promuove la confuzione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano fatti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, dai programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.

E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per  fatti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici in Cuba, te lo assicuro.

Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?

Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?

Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti…

Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Glielo potresti domandare a Trump?

Io faccio domande molto difficili al presidente Trump…

È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?

La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero..

Per la tua sincerità assumerò che la fai precisamente per questo. Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e noi non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.

D’altra parte,  non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.

Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!

Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente sulla base della partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per un’ambizione personale, né per un’ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.

Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, o occupare la carica di Presidente oppure no.

Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con quel popolo.

Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla a Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione. quando sono proprio loro che hanno tutta quella responsabilità.

Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente per il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.

Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.

Presidente Díaz Canel, grazie.

Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.

Grazie.

Grazie a voi.

Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.

Così sarà.

È un onore.

Grazie a te.

  *per il programma Meet the Press di NBC News

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