La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.
Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.
Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Tehran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.
Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.
Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – ed anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.
Ma è chiaro che lo sblocco del Golfo toglierebbe agli Stati Uniti la principale forma di pressione (economica) alternativa alla ripresa degli attacchi militari. Se però è Tehran a mostrarsi al mondo disponibile a “riaprire i rubinetti”, allora tutta la pressione politica si scarica addosso a Washington, che continua a ostacolare il traffico navale.
Entrambe le parti giocano sui tempi nella speranza che l’altro sia costretto a cedere prima e riprendere seriamente a trattare. Sempre meglio che sparare, comunque…
Da parte Usa, invece, il ricorso alle armi sembra avvicinato proprio dalla concentrazione di portaerei nell’area. La Gerald Ford, costretta a riparazioni in Croazia per un ammutinamento dei marinai condotto intasando i bagni e dando fuoco alle lavanderie, ha riattraversato il Canale di Suez e si trova ora nel Mar Rosso. La Abraham Lincoln, accompagnata da una coppia di cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, non si è invece mai allontanata dalla zona a resta a circa 330 km dalla costa iraniana, oltre cioè la presunta gittata dei missili antinave di Tehran (300 km). Idem per la George H. Bush.
La linea del “blocco” statunitense, peraltro, è collocata ben fuori dello Stretto, e si concretizza nel fermo delle sole navi commerciali battenti bandiera iraniana o comunque dirette nei porti di quel Paese.
Più complicata appare la situazione nelle basi di terra collocate nei paesi del Golfo che – secondo diversi giornali americani – avrebbero riportato danni ben superiori a quelli dichiarati dal Pentagono.
Si delinea qui anche una rima di frattura ai vertici dell’amministrazione, col vicepresidente J.D. Vance che ha espresso dubbi, durante incontri a porte chiuse, sul modo in cui il Pentagono descrive la guerra in Iran.
Secondo il giornale The Atlantic, infatti, la critica sarebbe rivola alla narrazione “eccessivamente ottimistica” da parte del Pentagono, in particolare in relazione alla disponibilità di alcuni sistemi missilistici (“ne abbiamo quanti vogliamo”, ha detto più volte Pete Hegseth, imboccando anche Trump).
A supporto ci sarebbero anche rapporti dell’intelligence secondo cui l’Iran conserva ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni che “gli consentono di posare mine e interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz“. L’esatto contrario delle sparate trumpiane…
Non è finita. Mine a parte, l’inquietudine dei militari di professione è per la “flotta delle zanzare” composta da centinaia o migliaia di motoscafi leggeri e ad alta velocità, equipaggiati con mitragliatrici, razzi e, a volte, missili antinave. In un ambiente ristretto come Hormuz, dove le grandi navi devono muoversi secondo tracciati precisi e limitati per evitare di incagliarsi sui fondali, questa imbarcazioni possono agire “a sciame”, provocando seri danni anche a navi da guerra incomparabilmente più potenti.
Come si vede, lo scarto che si apre nei calcoli anche puramente militari diventa piuttosto ampio, tale da segnare le possibilità o meno di fare operazioni “decisive”, vendibili come “vittoria” definitiva nella guerra. E questa incertezza grava sulle scelte che a questo punto la Casa Bianca deve fare per mettere in qualche modo fine al conflitto.
Anche perché l’internalizzazione è ormai acclarata. Martedì, il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, uscendo dall’incontro con Putin e Ushakov, ha affermato che “i recenti eventi hanno dimostrato la profondità del partenariato russo-iraniano“, esprimendo la sua soddisfazione per aver potuto comunicare con Mosca al più alto livello in un contesto di significativi cambiamenti nella regione.
Tradotto dal diplomatichese: l’alleanza tiene e si è rafforzata, l’Iran non è affatto isolato.
La dimostrazione è arrivata dall’Onu, dove gli Stati Uniti hanno inutilmente cercato di opporsi alla nomina del rappresentante di Tehran come uno dei vicepresidenti della conferenza volta a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha affermato che l’Iran è stato scelto dal “gruppo dei paesi non allineati e da altri Stati”.
La pressione internazionale su Washington cresce. Saranno in grado di ragionare, invece di scoppiare?
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