Il colosso mediatico tedesco Axel Springer è al centro di un caso che riguarda le fondamenta dell’attività giornalistica, tanto sul piano deontologico quanto su quello dell’indipendenza editoriale. L’amministratore delegato, Mathias Döpfner, ha detto che i giornalisti che lavorano alle testate possedute dalla Springer (Politico, i tedeschi Bild e Die Welt, da poco anche il Daily Telegraph) devono sostenere Israele nella loro attività, oppure devono rassegnare le dimissioni.
Döpfner ha indicato nel sostegno a Israele un valore fondamentale del lavoro alla Springer. Oltre a mettere in risalto il profondo problema di un’informazione che non è pensata come strumento di informazione critica per il cittadino, ma come enorme industria della produzione di narrazioni funzionali al potere, le sue dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sulle distorsioni prodotte dalla concentrazione della proprietà anche nel mondo del giornalismo.
Le parole di Döpfner sono state pronunciate durante un incontro molto teso avuto lo scorso lunedì con i giornalisti di Politico, dopo che questi avevano inviato una lettera al nuovo direttore, Jonathan Greenberger, sottolineando come alcuni articoli d’opinione firmati da Döpfner rischiavano di minare la reputazione della testata.
Dopo aver sottolineato la differenza tra la linea editoriale e i pezzi scritti di sua mano, ha comunque rivendicato la definizione di aggressore affibbiata alla leadership iraniana. “La formulazione è più che altro un eufemismo“, ha affermato, “dovremmo piuttosto dire che sono terroristi, oppure che sono assassini di massa“, riporta l’agenzia turca Anadolu.
Döpfner ha però anche aggiunto che la lealtà a Israele sia tra i cinque valori fondamentali, definiti gli “essenziali“, alla base dell’attività dell’azienda. Questi sono “libertà, libero mercato, libertà individuale e libertà di parola“, a cui, dunque, sembra si debba aggiungere la libertà di Israele di compiere un genocidio e attaccare paesi sovrani senza alcun tipo di critica.
La non condivisione di questi “essenziali“, a suo avviso, “potrebbe quindi portare semplicemente alla decisione che, poiché siamo molto trasparenti al riguardo, spetta al singolo decidere se Axel Springer e qualcuno con convinzioni così fondamentalmente diverse siano davvero compatibili“.
Ma Döpfner è diventato già famoso qualche anno fa, per una mail trapelata e resa pubblica dal Die Zeit, nella quale l’amministratore delegato riassumeva le sue idee in “Zionism über alles. Israele è il mio paese“. Se il sionismo viene prima di ogni altra cosa, è facile immaginare che venga anche prima degli altri “essenziali” da lui indicati.
Inoltre, la formula “über alles” è estremamente controversa in Germania, in quanto verso centrale dell’inno nazionale durante il periodo del Terzo Reich e simbolo della visione suprematista del nazismo. Elemento che, appunto, si sposa perfettamente col suprematismo del sionismo. Di questo suo strenuo sionismo gli è stato pure dato riconoscimento lo scorso ottobre, quando Döpfner è stato insignito della Medaglia d’Onore Presidenziale dal presidente israeliano Isaac Herzog.
La minaccia nemmeno troppo velata di licenziamento nel caso in cui non ci si allinei con la propaganda sionista è uno strumento potente nelle mani della manipolazione mediatica a cui i grandi gruppi dell’informazione vogliono sottoporci, pur di nascondere i crimini di Israele e le complicità dei governi occidentali. Ed è anche sintomo di un’epoca in cui la classe dirigente abbandona tutte le fandonie che ha raccontato fino a oggi riguardo alla libera informazione, ai diritti umani e alla democrazia, per esercitare il puro dominio.
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