La mobilitazione a trazione studentesca in Francia è giunta ad una settimana decisiva.
I due momenti più rilevanti sono la giornata di oggi, in cui al fianco degli studenti delle scuole medie e delle università scenderanno in piazza i lavoratori precari e disoccupati organizzati dalla CGT, nonché i lavoratori della cultura sia del settore privato che di quello pubblico.
Nella capitale francese ci saranno due appuntamenti principali, mentre nel resto dell’Esagono ci svolgeranno una sessantina di manifestazioni.
La FSE nazionale, uno dei due maggiori sindacati studenteschi con un’importante presenza negli istituti superiori e nelle università più periferiche, dà appuntamento alle 2 del pomeriggio a l’Hôtel de Ville per raggiungere poi Matignon, residenza del primo ministro.
L’appello è scaturito dalle assemblee generali delle varie facoltà della regione parigina e sostenuto dalle giovanili di altre organizzazioni studentesche (Solidaires) e politiche (NPA).
L’Union étudiante dà appuntamento a Place d’Italie, da cui ci si muoverà in direzione Invalides, L’appello di questo sindacato studentesco è dello stesso tenore: “Li andiamo a cercare. Non ci ascoltano, ci capiranno”. Una tappa importante dopo la “presa” studentesca della Bastiglia di qualche giorno fa.
La France Insoumise dà indicazione ai suoi supporter per questa piazza.
Una specie di “doppio assedio” ai palazzi del potere, con gli approdi delle due manifestazioni molto ravvicinati.
L’attuale esecutivo, e chi lo sostiene, ce la sta mettendo tutta per far rifluire la protesta, ma si moltiplicano i tentativi di blocco negli istituti superiori, in particolare nei professionali dei quartieri popolari, dove gli ingressi di quelli più “caldi” sono spesso circondati dalle camionette della polizia (nella parte settentrionale dell’area metropolitana parigina, per esempio). Anche le assemblee generali delle facoltà talvolta vengono preventivamente vietate per impedire l’occupazione, come nel caso della Sorbonne Nouvelle.
I circa 660 mila studenti e studentesse degli istituti professionali, di cui una buona parte ha genitori con un background migratorio, sono soggetti ad una stigmatizzazione negativa ed a ricoprire le fasce più precarie e meno remunerative del mercato del lavoro, con le proprie scuole che affrontano i problemi più gravi: sono l’esempio più chiaro di come l’ascensore sociale in Francia si sia rotto da tempo e che il percorso educativo delle parti meno garantite delle classi subalterne sia in realtà un viatico per l’accettazione della propria precarietà a vita.
La versione francese dell’alternanza scuola-lavoro ha causato la morte per 5 studenti che svolgevano lo stage in azienda. In più devono svolgere dalle 6 alle 22 settimane di apprendistato per potersi diplomare; in alcuni casi, anche l’assenza di un giorno ne ha compromesso la possibilità di accedere alla BAC.
Durante le mobilitazioni i giovani denunciano l’“istruzione spazzatura” – poubelle, in francese – mentre i media mainstream sono più interessati a mostrare i cassonetti bruciati che non i problemi che affronta il sistema scolastico.
Da sabato 17 ottobre a lunedì 2 novembre sono previste “les vacances de la Toussaint” per le scuole medie superiori, in cui chiuderanno gli istituti su tutto il territorio nazionale, con l’esecutivo speranzoso di non ritrovarsi al rientro una mobilitazione della stessa intensità; specie in vista dello sciopero generale indetto dall’intersindacale del il 5 novembre, che vorrebbe mettere sotto pressione il governo per la finanziaria “lacrime e sangue” che si appresta ad approvare, probabilmente a colpi di maggioranza.
Bisogna ricordare che varie categorie hanno dichiarato lo sciopero in queste settimane – come i chimici – così come alcuni settori sono già in stato d’agitazione.
Sabato 17 è anche la data scelta dai redivivi Gilets Jaunes – la parte residuale, più orientata a richieste sociali e politiche progressiste – che chiama a scioperi, blocchi delle rotonde e manifestazioni.
Naturalmente è una scadenza di lotta tutta da verificare considerando che sono passati circa otto anni da quando la marea gialla, per circa un anno, con i suoi vari “atti”, ha scosso in profondità la Francia facendo emergere prepotentemente le fratture dei territori peri-urbani e la condizione vissuta da chi li vive.
Per il leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, le due giornate di lotta vanno a braccetto ed invita perciò alla partecipazione di sabato per continuare a fare un “cordone umano” attorno agli studenti.
Parla di “crisi politica globale” per l’attuale esecutivo e ricorda che le carte dell’esecutivo rispetto al finanziamento alla scuola pubblica verranno ben presto scoperte con la proposta di legge finanziaria, permettendo di capire ciò che è solo vuota promessa dagli impegni concreti.
É chiaro che le mobilitazioni studentesche hanno scosso a fondo la Francia, specie per il livello repressivo che ha condensato in poche settimane quel che si era visto in circa un anno di proteste da parte dei gilets jaunes.
Qualche cifra per il “Terzo Atto” della protesta studentesca, quello del 6 ottobre: i fermati sono stati poco meno di 5.400, di cui più di 530 nella sola giornata di venerdì, contro i 6.300 circa contro il movimento dei GJ – nel corso di un anno – i 4.500 durante le rivolte del 2005, i 1.900 circa durante il movimento anti-CPE nel 2006, e gli 890 contro l’approvazione della Loi Travaille del 2016.
Se consideriamo poi il numero di feriti e veri propri mutilati, ed il fatto che si tratta quasi sempre di minori, la dimensione appare spaventosa. Che sembra del resto l’unico obbiettivo di Macron…
Come ha detto il sociologo Fabien Truong allo storico quotidiano comunista L’Humanité: “I liceali dei quartieri popolari mobilitati chiedono la scuola che gli hanno promesso, ed il governo risponde con la repressione”.
Un’evidente cortocircuito in quello che dovrebbe essere la fisiologia di una democrazia liberale diventata una vera e propria democradura, e non per mano dell’estrema-destra.
Il Global Torture index considera ormai la Francia un Paese “a rischio considerevole”.
Una cosa che è stata poco considerata è il fatto che la simbologia delle proteste viene vista con fumo negli occhi da parte della destra identitaria, sconvolta nel vedere i giovani dei quartieri popolari brandire il tricolore, cantare la Marsigliese mentre sventolano le innumerevoli bandiere palestinesi e gli studenti indossano le kefiah.
Una vera e propria “ri-sematizzazione” della simbologia rivoluzionaria “nazionale” accanto ai simboli del popolo oppresso per antonomasia, in un contesto in cui la complicità con il sionismo e il razzismo anti-islamico sono diventati elementi strutturali delle attuali élite al potere.
Naturalmente le rivelazioni sui messaggi anti-semiti, da parte di Mediapart, lasciati in giro da Bardella, ex astro nascente del Rassemblement Naional (ex-FN) di Marine Le Pen, hanno contribuito a cortocircuitare la narrazione cara a buona parte dei media mainstream.
Oggi e sabato 17, dunque, saranno momenti fondamentali per capire se la storica mobilitazione politica e sociale a trazione studentesca s’inscriverà in una dimensione duratura. Destabilizzante i vecchi equilibri politici…
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