Ci sono morti che interrogano la coscienza di un popolo e ci sono tradimenti che, quando vengono provati, la storia non può assolvere. La morte dei 32 cubani caduti a Caracas durante l’operazione criminale dei militari statunitensi del 3 gennaio 2026, condotta per conto di un imperialismo predatorio, appartiene alla prima categoria.
Il sospetto che qualcuno, tra i militari o i civili venezuelani, possa aver favorito il successo dell’attacco, fornendo informazioni riservate o aprendo la strada agli aggressori, pone una domanda politica e morale che non può essere elusa: chi ha tradito la fiducia di quegli uomini e la causa alla quale avevano dedicato la propria vita?
Per affrontare questa vicenda occorre distinguere le responsabilità accertate da quelle ancora da dimostrare. Ma è altrettanto necessario avere il coraggio di guardare in faccia le contraddizioni di una stagione politica nella quale il linguaggio della Rivoluzione bolivariana, dell’internazionalismo e della sovranità popolare rischia di essere utilizzato da chi, nei fatti, potrebbe aver contribuito a comprometterli.
La testimonianza del militare cubano Yohandri Varona Torres, sopravvissuto all’attacco e appartenente alla sicurezza personale di Nicolás Maduro, restituisce una dimensione umana e politica che nessuna ricostruzione militare dovrebbe cancellare. Varona Torres ha raccontato che gli aggressori sembravano conoscere con precisione la disposizione delle postazioni di guardia e dei dormitori dei cubani.
“Sembravano sapere dove si trovava tutto”: il senso delle sue parole apre interrogativi sulla preparazione dell’operazione, sulla disponibilità di informazioni riservate e sulle eventuali complicità che potrebbero averne agevolato l’esecuzione.
Non è una prova definitiva dell’esistenza di una talpa, né consente di attribuire responsabilità individuali senza riscontri. È, tuttavia, un elemento che merita un’indagine seria, trasparente e indipendente, che soltanto chi è sinceramente legato agli ideali rivoluzionari dovrebbe avere il coraggio di promuovere fino in fondo.
Il superstite ha ricordato la superiorità della potenza di fuoco statunitense e la resistenza opposta durante il combattimento. Ha raccontato anche il dolore dei sopravvissuti, impegnati a recuperare i corpi dei compagni e a non lasciarne nessuno sul terreno. La loro lealtà si è manifestata nella scelta di non abbandonare i propri fratelli neppure nelle condizioni più drammatiche.
I 32 cubani caduti meritano rispetto non perché la morte trasformi automaticamente ogni scelta in una verità incontestabile, ma perché la loro sorte di veri coerenti, coraggiosi combattenti, impone di riconoscere il sacrificio di chi ha affrontato il combattimento senza abbandonare i propri compagni e le proprie idee rivoluzionarie internazionaliste.
La loro memoria non può essere ridotta a una cerimonia ufficiale, a una fotografia o a una formula retorica. Deve diventare una richiesta di verità: su come si svolse l’operazione, su quali informazioni fossero disponibili agli attaccanti e su chi avesse negli apparati militari venezuelani e in alcuni posti di comando del governo venezuelano, la responsabilità di proteggere le persone esposte al pericolo. E la verità è sempre rivoluzionaria!!!
La fedeltà rivoluzionaria non si proclama: si dimostra
Essere martiani, fidelisti e bolivariani e chavisti, cioè rivoluzionari non significa ripetere formule imparate a memoria, esibire simboli o rivendicare un’appartenenza politica. Significa assumersi la responsabilità di difendere la sovranità dei popoli, di non piegarsi al ricatto imperialista e di mantenere una coerenza tra le parole pronunciate nelle piazze e le scelte compiute nei luoghi del governo facendo sì che il potere sia coerentemente di classe. Questa vicenda ci lascia le perplessità non di una tattica ma di una capitolazione del governo venezuelano e dei vertici del Psuv, e Nicolas e Cilia la stanno ancora soffrendo pesantemente con il durissimo carcere imperialista
José Martí ha consegnato alla storia latinoamericana una lezione fondamentale sulla dignità nazionale. Fidel Castro ha tradotto quella lezione in una politica di resistenza all’egemonia statunitense e di solidarietà internazionale. Hugo Chávez ha rilanciato questa prospettiva in Venezuela, facendo dell’integrazione latinoamericana e caraibica una risposta alla subordinazione economica e politica del continente.
Questa eredità non appartiene a chi la invoca per consolidare il proprio potere personale. Appartiene ai popoli che l’hanno costruita attraverso le lotte, i sacrifici e le conquiste sociali. Nessuno può dirsi rivoluzionario e considerare accettabile la svendita della sovranità nazionale a una potenza straniera. Allo stesso modo, nessuno può giustificare preventivamente eventuali tradimenti soltanto perché chi ne fosse responsabile proviene dalle file di un movimento al quale si è storicamente guardato con simpatia.
La solidarietà internazionalista non può diventare una copertura per il trasformismo. Il chavismo non può essere ridotto alla fedeltà personale a singoli dirigenti, così come il fidelismo non può essere confuso con l’obbedienza acritica a chiunque si appropri del nome di Fidel. Le rivoluzioni non si difendono nascondendo le contraddizioni, ma affrontandole; non si rafforzano tacendo sulle responsabilità, ma facendo emergere la verità.
Se vi sono stati esponenti chavisti che hanno collaborato con Washington, consegnato informazioni sensibili o favorito l’operazione contro il governo venezuelano, dovranno essere identificati e chiamati a rispondere sulla base di prove verificabili. Non basta insinuare, accusare o trasformare il sospetto in una sentenza. Ma sarebbe altrettanto grave impedire che si indaghi, proteggere eventuali responsabili per convenienza politica o usare la solidarietà con il Venezuela come pretesto per mettere a tacere ogni domanda scomoda.
La denuncia del possibile tradimento deve essere rigorosa proprio perché riguarda una causa che tanti popoli considerano importante. La credibilità dell’antimperialismo si misura anche nella capacità di distinguere i fatti dalle voci, le responsabilità individuali dalle accuse collettive e la difesa di un processo politico dalla difesa indiscriminata di chiunque lo rappresenti.
L’imperialismo e le eventuali complicità interne
La storia dell’America Latina è attraversata da interventi esterni, pressioni economiche, operazioni clandestine e tentativi di rovesciare governi sgraditi a Washington. La forza dell’imperialismo non risiede soltanto nella superiorità militare o finanziaria, ma anche nella capacità di sfruttare divisioni interne, ambizioni personali, fragilità istituzionali e interessi di gruppi disposti a sacrificare l’autonomia collettiva in cambio di vantaggi individuali.
Per questo, l’eventuale presenza di complicità interne nell’attacco a Caracas sarebbe un fatto di enorme gravità politica. Se confermata, dimostrerebbe ancora una volta che la difesa della sovranità non può limitarsi alla retorica e che la sicurezza di un Paese dipende anche dalla trasparenza delle istituzioni, dalla fiducia tra i dirigenti e dalla capacità di impedire che interessi privati prevalgano sul bene comune.
La questione riguarda direttamente la direzione politica venezuelana. Le circostanze dell’attacco e la testimonianza del sopravvissuto alimentano interrogativi che non possono essere liquidati come polemiche strumentali. Resta da chiarire se quanto accaduto sia stato soltanto il risultato di una schiacciante superiorità militare statunitense oppure se vi siano state anche omissioni, errori gravi o complicità interne.
La vicenda lascia perplessità che vanno oltre una semplice valutazione tattica e investono la condotta dei vertici del governo venezuelano e del Partito socialista unito del Venezuela (PSUV). Sono interrogativi politici che richiedono risposte.
Cuba e il prezzo della solidarietà internazionalista
Questo vale soprattutto per chi si richiama alla tradizione rivoluzionaria non soltanto nel pensiero, ma anche nell’agire. L’isola socialista di Cuba ha sostenuto per decenni il principio secondo cui la solidarietà tra i popoli non è una concessione diplomatica, ma una scelta politica e umana. Lo ha dimostrato attraverso una pratica internazionalista che ha segnato profondamente la sua storia.
I cubani caduti in Venezuela incarnano, attraverso le loro storie personali e il sacrificio raccontato dai sopravvissuti, il prezzo che una scelta coerentemente internazionalista e socialista può comportare.
Non possiamo sapere, senza ulteriori elementi, quali fossero i pensieri di ciascuno di quei 32 uomini. Non possiamo neppure trasformarli in simboli privi della loro umanità. Possiamo però riconoscere il valore della solidarietà mostrata da chi ha combattuto accanto a loro e da chi, dopo l’attacco, ha recuperato i loro corpi. E possiamo chiedere che la loro morte non venga strumentalizzata per coprire eventuali errori, omissioni o responsabilità di chi aveva il compito di proteggerli.
La loro memoria impone di non dimenticare che la solidarietà internazionale non è una parola astratta. È una scelta che comporta rischi, responsabilità e sacrifici. Proprio per questo, chi ha assunto l’impegno di proteggere i combattenti internazionalisti deve rispondere delle proprie decisioni.
Nessun compagno deve essere lasciato indietro
C’è un passaggio della testimonianza di Varona Torres che dovrebbe essere letto e meditato ben oltre Cuba e Venezuela: i superstiti non hanno abbandonato i corpi dei loro compagni. Li hanno recuperati e portati al riparo, affrontando il dolore di riconoscere uomini con cui avevano condiviso il lavoro, il pericolo e la vita quotidiana.
Questa immagine vale più di molti discorsi ufficiali. Esprime una comunità di destino, una solidarietà che non si dissolve quando tutto sembra perduto. È una lezione che riguarda anche la politica: non si può invocare la fratellanza quando serve a ottenere consenso e dimenticarla quando emergono responsabilità da accertare. Non si può celebrare il sacrificio dei caduti e poi sottrarsi alle domande sul modo in cui sono stati esposti al pericolo.
La memoria dei 32 cubani deve diventare un impegno concreto per la verità. Occorre ricostruire ciò che accadde, comprendere come gli aggressori potessero conoscere la disposizione delle postazioni e degli alloggi, verificare se vi siano state fughe di notizie e stabilire se qualcuno abbia consapevolmente collaborato con il nemico. Ogni risposta dovrà poggiare su elementi documentabili, non su indiscrezioni trasformate in certezze.
Ma la verità deve riguardare anche le scelte dei responsabili politici e militari venezuelani. Chi occupa posizioni di comando non può invocare la fedeltà alla Rivoluzione soltanto quando si tratta di celebrare i caduti: deve dimostrarla assumendosi la responsabilità delle decisioni prese e contribuendo a fare piena luce sulle circostanze dell’attacco.
Nessuna rivoluzione può dirsi tale se smette di distinguere la fedeltà alla propria storia dalla fedeltà agli uomini e alle donne che, in un determinato momento, occupano le posizioni di comando. La lealtà a un processo rivoluzionario non coincide con la difesa incondizionata dei suoi dirigenti. Al contrario, richiede coerenza, capacità di critica e disponibilità a riconoscere gli errori.
E ci ricorda, soprattutto nella direzione del governo venezuelano di oggi, che nessuna rivoluzione può dirsi tale se smette di distinguere la fedeltà alla propria storia dalla fedeltà agli uomini e le donne che, in un determinato momento come l’attuale, occupano in Venezuela le posizioni di comando.
Proprio per questo, chi DEI VERTICI VENEZUELANI, SIANO STATI ESSI MILITARI O CIVILI , ha assunto l’impegno di proteggere i combattenti internazionalisti deve rispondere delle proprie decisioni.
La memoria di quei 32 compagni combattenti internazionalisti socialisti esige questo: non dimenticare i caduti, non abbandonare i popoli aggrediti, come oggi lo sono i palestinesi e i cubani con guerre genocide, e non assolvere preventivamente chiunque perché così si auto assolve coprendosi dalle malefatte di abbandono di idee realmente rivoluzionarie, e non rinunciare mai alla ricerca della verità rivoluzionaria. Perché la lealtà si dimostra nei fatti del continuare a fare rivoluzione senza abdicare, nè rinunciare a costruire il vero lascito del comandante eterno Chávez. E il tradimento, quando viene provato, non può essere cancellato da nessuna bandiera.
GLORIA ETERNA AI 32 EROI CUBANI! Libertà immediata e senza condizioni per Nicolas y Cilia!
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