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Caso Magherini: testimoni intimiditi e falle nella ricostruzione

E’ un quadro inquietante quello che sta emergendo dai media rispetto alle indagini sulla morte a Firenze, lo scorso 3 marzo, dell’ex calciatore della Fiorentina Riccardo Magherini. Una morte sospetta, avvenuta mentre quattro carabinieri lo schiacciavano al suolo perché a loro dire ‘dava in escandescenze’. Uno scenario già visto, stereotipato, standardizzato.

Peccato che a testimoniare ciò che è realmente accaduto ci siano parecchi video ripresi con i cellulari dai numerosi passanti che la notte del 3 marzo hanno assistito increduli a quanto avveniva nelle strade del centrale quartiere di San Frediano.
I video e le testimonianze raccontano di un uomo che chiedeva aiuto, che in evidente stato di alterazione – ma non pericoloso – chiedeva un’ambulanza e denunciava che ‘lo volevano uccidere’. Di quattro carabinieri che lo hanno schiacciato a terra finché ha smesso di urlare ma anche di respirare, ritardando anche l’intervento dei sanitari perché “non ve ne erano le condizioni”.
Ed ora si viene a sapere anche di una testimone intimidita e di uno strano concatenarsi di stranezze nella compilazione dei verbali e nella raccolta dei reperti.
A denunciare le quantomeno sospette falle nella ricostruzione sono stati il fratello della vittima, Andrea Magherini, e il padre Guido, tramite l’avvocato Fabio Anselmo, che ha depositato in procura un esposto segnala al pm Luigi Bocciolini. Famiglia e avvocato contestano che a indagare sulla morte di Riccardo siano gli stessi carabinieri protagonisti del fermo incriminato, e non da soggetti terzi come pure imporrebbe la procedura europea.
Nei file consegnati alla famiglia dagli inquirenti manca ad esempio una conversazione telefonica, che poi Andrea Magherini è riuscito a recuperare chiedendola alla Asl, risalente alle 2,41 della notte del 3 marzo. Una telefonata fra l’operatrice del centralino e una delle volontarie accorse per prime in Borgo San Frediano insieme a due colleghi della Croce Rossa all’1,35. La donna spiega che i carabinieri non hanno permesso loro di visitare l’uomo che era a terra ammanettato con le braccia sul dorso, perché chiedevano un medico per sedarlo: “Siamo scesi dall’ambulanza e c’hanno detto: “Se non siete un medico, noi ci s’ha bisogno di un medico…” per cui noi, hai visto, non si è né valutato né nulla”.
Inoltre il fratello della vittima di ‘malapolizia’ denuncia anche la scomparsa di altre importanti conversazioni. Tra queste quella in cui il padre Guido chiede al 112 cosa è successo al figlio.
Ma è anche sulle modalità di ascolto dei testimoni di quei terribili eventi che si accentra la denuncia dei familiari di Riccardo. Due di loro hanno affermato di essere stati intimiditi o depistati. Una è la ragazza che per prima, ha raccontato a un cronista de La Repubblica dei calci sferrati da un Carabiniere su Riccardo mentre era già a terra ammanettato e quindi inerme. La donna denuncia di essere stata convocata al palazzo di giustizia alle ore 9,30 dell’8 marzo scorso con una chiamata che le è arrivata alle 22 del giorno precedente. Un interrogatorio durato molte, troppe ore, dalle 9,30 fino alle 15. Dichiara: “Prima che iniziassi a rispondere alle domande, uno dei carabinieri ha definito il mio atteggiamento “immorale” poiché non mi ero rivolta immediatamente di mia spontanea volontà nei loro uffici e “avevo preferito lasciare interviste a sconosciuti” dice la ragazza al quotidiano, spiegando di essersi sentita intimidita e di essersi messa a piangere anche perché “il carabiniere e il poliziotto presenti (…) mi hanno ripetuto frequentemente di ricordarmi del reato di falsa testimonianza”. Poi, racconta la testimone, quando ho fatto loro presente che avrei dovuto recarmi a Roma “lo stesso carabiniere mi ha detto con un tono arrogante e minaccioso che ovunque mi fossi trovata lui stesso sarebbe venuto a cercarmi”.
Anche un’altra testimone ha raccontato l’atteggiamento equivoco ed ostile delle forze dell’ordine. Scrive La Repubblica: “Lei conosceva di vista Riccardo Magherini e per un attimo se lo era visto salire sulla sua auto mentre percorreva Borgo San Frediano e Riccardo era fuori di sé, convinto che qualcuno volesse ucciderlo. Poi, dopo aver assistito al fermo, era tornata a casa. Riferisce che alle 5,15 fu svegliata dalla telefonata di un maresciallo dei carabinieri che la convocò seduta stante in caserma in Borgognissanti, spiegandole che era urgente perché c’erano delle vetrine infrante, un furto (di un telefonino) e c’era bisogno della sua testimonianza in vista del processo per direttissima. In realtà Riccardo Magherini era stato dichiarato morto al pronto soccorso di Santa Maria Nuova alle 3 del mattino, quindi non poteva esservi alcun processo per direttissima. Ma la testimone, giunta verso le 6 in Borgoognissanti, riferisce che, alla sua richiesta di informazioni sullo stato di salute di Riccardo Magherini, il maresciallo rispose in maniera evasiva. “Come sta questo ragazzo? E’ in ospedale?” Risposta: “Eh sì”. “Ma gli faranno un Tso (trattamento sanitario obbligatorio)?” Risposta: “Mi sa che glielo hanno già fatto”. Riccardo era già morto da ore e alla teste, invece, fu fatto credere che doveva deporre in un processo per direttissima. E quando riferì che il fermo era avvenuto senza violenza ma di aver visto dei calci mentre l’arrestato era a terra, si accorse che il maresciallo non premeva più sui tasti del computer. Protestò. Risposta del maresciallo: “Non so, la deposizione è la sua, signorina, lo vuol scrivere?””.

 “E’ l’ora di finirla di proteggere gli indagati, che si cerchi di dilatare i tempi” ha detto ai giornalisti, ieri mattina, il fratello della vittima. “Questa è una vicenda in cui tutti abbiamo perso qualcosa un fratello, un figlio, un padre”.

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