La guerra all’Iran sta incrinando le fondamenta del regime del petrodollaro e avvicinando l’avvento del petroyuan. A sostenerlo è un’analisi dell’Istituto di ricerca di Deutsche Bank, pubblicata il 24 marzo.
Secondo il paper della banca tedesca, i danni causati alle economie del Golfo Persico dalle rappresaglie iraniane all’attacco Usa-Israele potrebbero indurle a diversificare le riserve di valuta estera, vendendo idrocarburi in cambio di yuan alla Cina, che assorbe ore il 40 per cento dell’export energetico dell’area.
Lo studio prefigura un futuro in cui il greggio mediorientale spedito attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Asia verrebbe prezzato in yuan, mentre quello proveniente dall’emisfero occidentale e venduto agli alleati degli Usa continuerebbe a essere pagato in dollari. Intanto, secondo la CNN, Tehran starebbe valutando di far passare alcune petroliere, a condizione che i carichi siano pagati in yuan. Mentre, con Riyadh, Pechino ha avviato da tempo discussioni sull’acquisto di oro nero in yuan.
Nel 1974 furono le conseguenza della guerra dello Yom Kippur (l’embargo petrolifero del cartello dell’Opec, per punire l’appoggio Usa a Israele) a spingere i Saud all’accordo con Washington in base al quale Riyadh vende in dollari il petrolio sul mercato internazionale. Mutatis mutandis, l’incapacità Usa di difendere i traffici che passano per Hormuz sta inducendo le petromonarchie a considerare seriamente l’alternativa yuan.
Rogoff: yuan globale entro cinque anni
Il petroyuan sarebbe coerente con la “moneta forte” invocata da Xi Jinping e con il percorso di apertura del sistema finanziario nazionale annunciato dal presidente cinese in un articolo pubblicato su Qiushi. Il professor Kenneth Rogoff ha sostenuto che la leadership cinese ha la volontà politica e gli strumenti per trasformare lo yuan – con tutte le cautele del caso – in una valuta di riserva nei prossimi cinque anni.
Il docente dell’Università di Harvard ha sottolineato che in un’ampia porzione di mondo c’è una domanda forte per una moneta internazionale alternativa al dollaro, perciò Pechino procederà a un’apertura significativa, seppur parziale, dei propri mercati dei capitali, procedendo nello stesso tempo al rafforzamento dell’architettura necessaria a rendere indipendente lo yuan globale, grazie anche a un sistema di transazioni internazionali alternativo allo SWIFT e allo yuan digitale (e-CNY).
È chiaro che, data la sua centralità nei trasporti e nella produzione globali, l’ingresso nel mercato del petrolio dello yuan rappresenterebbe uno sconvolgimento geopolitico. Non a caso in Cina la questione è affrontata con prudenza, per non allarmare gli Stati Uniti. Tuttavia questa tendenza si è già manifestata negli ultimissimi anni in ambito BRICS, col commercio di petrolio in yuan Cina-Russia e Russia-India e gli scambi Brasile-Cina.
L’acquisto di yuan, in Medio Oriente e oltre, ha sempre più senso perché le banconote con l’effige di Mao oggi possono essere usate per comprare i nuovi prodotti ad alto valore aggiunto della Cina (impianti per energie pulite, auto elettriche, Telecom), ma anche in vista di una probabile, limitata apertura del mercato dei capitali della Cina, con la possibilità di investire dall’estero nel debito sovrano del Dragone.
* dalla newsletter Rassegna Cina
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