“Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave sanza nocchiere in gran tempesta/ non donna di provincie, ma bordello!”: assistiamo sbigottiti allo sbando di un Paese che ha smarrito soprattutto il senso della realtà, anteponendo alla propria dignitosa esistenza l’ammirazione smodata per i metodi truci degli autoproclamati padroni del mondo, attutita però dalla strategica necessità di barcamenarsi sullo scenario europeo o in quel che ne è rimasto (“Né condivido, né condanno”).
Il mondo esplode senza che nessuno di noi abbia voce in capitolo, né il benché minimo interesse affinché ciò accada. Al contrario, lavoriamo incessantemente per la pace, ne difendiamo i valori fondativi, ne esaltiamo i percorsi e la storia. Pochi decidono – possono decidere – grazie al silenzio-assenso di tutti gli altri. 165 bambine in Iran sono state massacrate in un colpo solo nel primo giorno di una guerra che si annunciava come lampo, mentre sono oggi già 2 settimane che è iniziata, con il suo carico di vittime, in primo luogo civili. Quelle bambine escluse in un attimo dalla vita hanno avuto sui nostri quotidiani uno spazio minimo; più importante parlare del prezzo del petrolio o della famiglia nel bosco; ma Sal da Vinci vota no?
Noi dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti abbiamo aderito con convinzione al No sociale, che evidenzia nessi e intersezioni che al voto del 22 e 23 marzo non possono sfuggire.
L’autoritarismo che domina il mondo ha tante facce – sia sotto forma di tecnocrazie che di uomini soli al comando, in grado di scardinare i meccanismi anche più esteriori delle democrazie, sia infine nella conseguente esclusione dei popoli non solo da ogni forma di decisione, ma persino di informazione; che si concretizzano appieno, nel nostro Paese, nelle 3 gambe del progetto autoritario e securitario del governo Meloni – riforma della magistratura, autonomia differenziata, premierato, nonché i loro corollari, come i decreti sicurezza – e che per questo devono essere ostacolati e combattuti.
Il movimento cui abbiamo dato vita 7 anni fa ha partecipato attivamente alla campagna di sensibilizzazione contro la de-forma della magistratura. Quello che è in gioco è, infatti, il bilanciamento dei poteri e il primato della legge, formale e sostanziale, sull’arbitrio del potere. La nostra lotta per affermare la centralità dell’uguaglianza sostanziale non può che intercettare quella per l’uguaglianza formale.
Ma c’è di più; abbiamo da sempre sottolineato come – dietro la Riforma del Titolo V e dietro il tentativo di concretizzare quanto previsto dal c. 3 dell’art. 116, ovvero l’autonomia differenziata – si nascondesse un intento ancor più eversivo: una sostanziale riforma istituzionale, caratterizzata dall’alleggerimento – se non dall’annullamento – della centralità del ruolo del Parlamento e della cornice della legge nazionale, per spostare la potestà legislativa esclusiva su altri soggetti – i presidenti delle Regioni (i sedicenti “governatori” e i loro assoggettati Consigli); oggi anche i sindaci, considerata la riforma dell’art. 114, voluta fortemente da Gualtieri – determinando, di fatto, 20 e più repubblichette, ciascuna con le proprie norme e con diritti garantiti non più sulla base del principio di uguaglianza, ma sulla base del certificato di residenza; dando vita a profili di cittadinanza – e dunque a diritti – rispondenti alle possibilità economiche della regione nella quale si risiede. Fine di fatto della Repubblica “una e indivisibile”, come prescrive inequivocabilmente l’art. 5 della Carta.
La riforma della magistratura proposta dal governo Meloni scardina, come già evidenziato, il bilanciamento dei poteri, ormai continuamente violato dalla prevaricazione che il Governo esercita sul Parlamento. L’ordine giudiziario deve essere autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato, come sancito dalla Costituzione del ’48, che per l’ennesima volta si vuole violare. Tale indipendenza è essenziale per pervenire ad una giustizia imparziale, in grado di verificare e assicurare che a tutti/e siano garantiti i diritti, anche contro decisioni del potere sia esso esecutivo sia esso legislativo.
Bisogna votare NO per scongiurare che queste condizioni vengano meno. In più: cosa accadrebbe se la controriforma della giustizia si associasse all’autonomia differenziata e al premierato (o comunque ad una modifica sensibile della già opinabilissima legge elettorale), come da programma del governo di destra?
I principi della prima parte della Costituzione (uguaglianza, solidarietà, autonomia) dissolti; il bilanciamento dei poteri annullato; la preminenza assoluta dell’esecutivo garantita. Il nostro Paese muterebbe completamente (e purtroppo catastroficamente in peggio) la propria identità istituzionale; la sovranità popolare – affermata nell’art. 1 della Carta – verrebbe definitivamente compromessa; la dimensione repubblicana e democratica verrebbe svilita.
Il nostro sistema già da tempo sta voltando le spalle alla Costituzione come base della convivenza civile; una vittoria dei sì al referendum sarebbe un passo definitivo in questa direzione.
Per questo saremo in piazza il 14 marzo insieme al NO Sociale, così come alla chiusura della campagna elettorale il 18 marzo, con il comitato della Società civile per il NO.
Il nostro è un no contro la riforma, ma è anche un no alla guerra, che ripudiamo; un no al suo carico di morte e alla disumanizzazione; alle conseguenze che paghiamo noi, lavoratori e lavoratrici e tutte le fasce più deboli della società, per sostenere il profitto di pochi; un no a un’economia guidata dall’industria bellica, che decapita da qui a chissà quando qualsiasi tentativo di investire in sanità ed istruzione, privandoci di diritti universali, ridotti a un valore prestazionale che li mortifica e li conduce irreversibilmente sotto l’egemonia del privato. Mentre noi vogliamo – qui ed ora – giustizia sociale e dignità del lavoro.
Il 22 e 23 marzo siamo chiamati a un voto che guarda alla Repubblica – questa parola sostituita intenzionalmente da chi ci governa secondo gli pseudo-valori della Patria – e al suo funzionamento per garantire l’interesse generale, l’uguaglianza, la democrazia. Una vittoria del no darebbe voce alla dignità di un popolo che rifiuta questo ennesimo tentativo di manomissione della Carta e forza a chi rifiuta la logica autoritaria di un governo impreparato e arrogante, che ci priva quotidianamente di spazi di democrazia e partecipazione, conducendoci nel baratro della deviazione dai principi fondativi del nostro vivere civile.
* Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti
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