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Corea del Nord. Gli Usa non desistono dalla soluzione di forza

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La pace si raggiunge con la forza”. Duemila anni di storia e ciò che i rappresentanti della massima potenza espansionista di oggi riescano a blaterare non è che l'adattamento alle condizioni dell'imperialismo moderno, generato dal capitalismo, di ciò che già si sentenziava nel cuore schiavistico imperiale dell'antichità: si vis pacem para bellum. Non inventa nulla di nuovo il vice presidente USA Mike Pence, esponendo al primo ministro giapponese Shinzo Abe, gli obiettivi di Washington nei confronti della Corea del Nord: gli USA, assicura Pence, sono per la pace, ma “difenderemo con decisione la pace e la sicurezza insieme con il Giappone e con gli altri partner nella regione”.

Gli hanno risposto, non proprio indirettamente, da Mosca: il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Cremlino sollecita “tutte le parti alla moderazione in questa situazione; esortiamo tutti a evitare qualsiasi azione che possa esser interpretata quale provocazione e ci esprimiamo per il coordinamento degli sforzi internazionali, nella sistemazione della questione nordcoreana”. Prima di lui, il Ministro degli esteri Sergej Lavrov, pur sostenendo che “non ammettiamo le azioni avventate di Pyongyang in violazione delle risoluzioni dell'ONU”, aveva tuttavia dichiarato che, allo stesso modo, non è possibile violare il diritto internazionale e quindi “spero molto che non ci saranno nuove azioni unilaterali del tipo di quelle cui abbiamo assistito di recente in Siria”.

Proprio al bombardamento USA si riferiva Kim Jong Un, esprimendo ieri l'appoggio nordcoreano al presidente siriano Assad in un telegramma in occasione del 71° anniversario dell'indipendenza della SAR e qualificando l'azione USA come un “irragionevole atto di aggressione”. Il giorno prima, funzionari del Ministero degli esteri della RDPC avevano dichiarato che “finché gli Stati Uniti e i loro satelliti non cesseranno il loro ricatto atomico, il paese continuerà ad allargare le proprie capacità di azioni nucleari preventive”.

Anzi, dopo il lancio non riuscito di domenica scorsa e la sparata di Pence, secondo cui “l'epoca della pazienza strategica degli Stati Uniti verso la RDPC è terminata”, ieri il vice Ministro degli esteri Han Song Ryol ha dichiarato alla BBC che Pyongynag procederà a test missilistici “ogni settimana, ogni mese, ogni anno” e se gli USA ricorreranno alla forza militare contro la RDPC, li attende “una guerra su larga scala”.

In questo clima, secondo le Izvestija, se Donald Trump dice di contare sulla Cina affinché faccia pressioni sulla Corea del Nord, il Segretario di stato USA Rex Tillerson dichiara di fare affidamento su Mosca per condurre Pyongyang al tavolo delle trattative. Il Cremlino, secondo il Ministero degli esteri, guarda con preoccupazione alla situazione attorno alla penisola nordcoreana e ovviamente non apprezza la presenza degli incrociatori americani a ridosso delle coste nordcoreane: ciò non fa che ostacolare il dialogo; cionondimeno, Mosca può agire da intermediaria nella sistemazione dei problemi. “Mosca ha sempre sostenuto la soluzione per via diplomatica dei problemi della penisola coreana. Condividiamo la preoccupazione della comunità internazionale per le recenti azioni di Pyongyang, ma non crediamo che un'aggressione contro la RDPC sia la via d'uscita”.

Secondo gli osservatori delle Izvestija, un segnale del fatto che Pyongyang sia interessata a una soluzione pacifica, è rappresentato dalla decisione del parlamento, la scorsa settimana, di riattivare la Commissione diplomatica, sospesa nel 1998, inserendovi il vice Ministro degli esteri Kim Ge Gwan. Le Izvestija sottolineano anche come Washington si sia più volte espressa sul ruolo positivo di Mosca sulla questione del nucleare iraniano, ipotizzando che la Casa Bianca conti su una simile intermediazione russa anche per la questione coreana; rimane tuttavia un ostacolo, non certo di poco conto: “finché i cacciatorpediniere americani, con i “Tomahawk” a bordo, continueranno a incrociare in prossimità delle acque nordcoreane, sarà difficile convincere Pyongyang a tornare a una soluzione multilaterale”.

Non solo a Washington conoscono le sentenze latine e anche a nord del 38° parallelo sanno che contro bande armate intenzionate a ricorrere a “Tomahawk”, THAAD, bombardieri B-52, B-1B, B-2, i colloqui si conducono meglio se le spalle sono coperte. 

 

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