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Politica e antipolitica. Le “bufale” nel recinto del regime

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Il Regime, ferito ma non abbattuto dal voto referendario, sta impostando la sua controffensiva muovendosi sul terreno delicato e fondamentale della cosiddetta “informazione”.

E’ nata così l’astiosa “querelle” da una parte attraverso la denuncia del veleno sparso dai nuovi untori del web e dall’altra la denuncia delle “bufale” inventate dai grandi giornali e dalle maggiori TV: “bufale”, in questo caso, facilmente documentabili ad esempio verificando il comportamento di questi soggetti proprio nel corso della campagna referendaria oppure al riguardo della vicenda delle banche e, ancora, nell’evitare accuratamente di affermare come la vicenda migranti sia drammatica per chi la vive ma assai redditizia per altri soggetti ben identificati.

Per giudicare le ragioni degli uni o degli altri sono così sorti due Tribunali contrapposti: quello di chi (addirittura il garante per le Comunicazioni) vorrebbe imbavagliare le opinioni liberamente espresse attraverso la rete e quello di chi, invece, vorrebbe sottoporre al giudizio del Tribunale del Popolo il lavoro di giornali e TV.

In questo modo le inclinazioni fascistoidi presenti nella società e nel sistema politico italiano trovano anche una possibilità di rappresentazione e un canale di sfogo: ma non è questo il punto.

Lo scontro dichiarato è tra politica :il Regime nel suo insieme che per difendersi si sta assestando sulla grosse – koalition nelle veci del “Partito della Nazione”, e l’antipolitica :quella che salta brutalmente il criterio della rappresentanza, si affida al web come libera palestra per poi tirare le fila di un vero e proprio accentramento personalistico della gestione non solo del potere, ma addirittura della morale (gli “iron man” e gli“incorruttibili” del ‘600 e del ‘700 impallidirebbero e forse si potrebbe fare anche qualche esempio ricercando nella storia del ‘900).

Nadia Urbinati, in un suo intervento, si mette alla ricerca della “terza via” affermando (questo almeno il titolo di un suo articolo): “La politica respira con opinioni opposte: gli elettori unici giudici”.

Un tentativo da valutare perché così si cerca di comprendere entrambe le sponde all’interno del recinto della “politica” depotenziando di fatto “l’anti”.

Un elemento, però, preoccupa nell’impostazione di Urbinati e ci fa pensare che il recinto non sia più quello della “politica” ma quello del “Regime”: un “Regime” che, nel disegno parzialmente e provvisoriamente sventato con il voto referendario, punta a saltare la mediazione, induce al dialogo diretto tra Capo e folla, affida al voto il compito quasi di un “redde rationem” e nella sostanza accoglie l’idea della fine della rappresentanza (Ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso” ha scritto sulla famigerata pagina Facebook il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio del M5S).

Perché sorge una preoccupazione molto forte e si può pensare che tutto questo circo Barnum possa essere ricondotto, di nuovo, all’interno del “Regime” ?

Perché sembrano saltati completamente due elementi fondamentali nello sviluppo dell’azione politica collettiva: il primo riguarda la mediazione e il compromesso (non quello deleterio, ma quello “alto”, ad esempio di tipo costituzionale come fu all’interno dell’Assemblea Costituente in particolare dopo il superamento della formula di governo dell’unità antifascista); il secondo, ancora più importante, è perché – considerato l’elettorato come una massa indistinta che svolge la funzione di “giudice” – saltano tutti i riferimenti alla “struttura”, alla diversità nella collocazione sociale, alla valutazione complessive delle condizioni materiali e di conseguenza alla loro rappresentanza politica organizzata.

Salterebbe così, se non è già avvenuto, tutto l’impianto della costruzione dell’aggregazione politica e dell’espressione del consenso sulla base della materialità della condizione sociale ben oltre la stessa contraddizione di classe (pure fortemente operante nella realtà quotidiana).

Ci troveremmo di fronte a due schieramenti basati sul reclamare la propria verità e pronti a costruire menzogne per sostenerla, in una ridda di affermazioni e controaffermazioni non verificabili, né verificate dall’analisi di soggetti collettivi.

La sostanza è quello di un reciproco “storytelling”, quello della presunta “politica” e quello della sedicente “antipolitica” entrambi ben compresi nel recinto del “Regime” con l’impegno del reciproco sostegno: punto comune “l’audience”.

Siamo di fronte ad una impressionante facilità di “manipolazione pubblica”.

Un esempio in questo senso: su “Repubblica” compare un ampio sondaggio con molte domande condotto da Ilvo Diamanti .

Ne emergono i soliti tratti di confusione nella contraddittorietà dei pareri: in un Paese fortemente percorso da venature razziste in materia di migranti, emerge una vera e propria apparente venerazione per il Papa (il che, tra parentesi proprio, lascia perplessi sull’efficacia della predicazione portata avanti dal’attuale Pontefice: ma nessuno si interroga su questo naturalmente).

 Il massimo però lo si raggiunge quando, alla fine, tal Fabio Bordignon se ne esce in uno dei commenti riassuntivi, affermando che la somma delle opinioni raccolte (naturalmente emerge una grande sfiducia nei partiti e un  calo di consenso verso le istituzioni) consente di affermare (testualmente) che : “ il referendum è stato una grande occasione mancata”.

Insomma nulla smuove questi “raccontatori ad usum delphini” in servizio permanente effettivo.

Il popolo soffre?  In attesa del reddito di cittadinanza pianga sul latte versato e mangi brioches.

 

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