Menu

Machiavelli 2017. Tra partito connettivo e partito strategico

770 visualizzazioni

Ho tenuto a lungo nel cassetto questo breve articolo, pensato per lettori non italiani – e già pubblicato in versione tedesca (in cooperazione con la rivista Jacobin) su LuXemburg (periodico della fondazione omonima), n. 2, 2016 – perché temevo che la concezione “stretta” di partito che qui propongo potesse influenzare negativamente il processo di costruzione di una vera forza socialista nel nostro paese. Se è infatti vero che abbiamo bisogno anche di un partito fatto di elementi molto selezionati, è altrettanto vero, però, che tale selezione deve avvenire su una platea molto più vasta di quella che abbiamo a disposizione oggi. Oggi servono organismi politici capaci di avviare la crescita di una prospettiva socialista attraendo forze di buona consistenza numerica e di diversa estrazione sociale e culturale: solo sulla base di questa prima crescita si potrà operare, o verrà operata dai fatti, una selezione che estragga gli elementi più consapevoli e determinati. Considerato che organismi del genere stanno per fortuna iniziando a nascere, e con il passo giusto (penso alle pur diverse esperienze di Eurostop e della Confederazione di Liberazione Nazionale), mi sembra adesso che questo scritto posa avere una qualche utilità anche per la discussione italiana: per questo lo rendo pubblico, con minime modifiche rispetto alla precedente versione. Il suo titolo originale era “Machiavelli 2016” (anche se, per scelta redazionale, l’edizione tedesca reca un titolo diverso): il passaggio al 2017 non deriva solo da pedanteria cronologica ma anche dal fatto che, a leggere bene, oltre a parlarci della contemporaneità Machiavelli ha molto da dirci sugli indimenticabili eventi di 100 anni fa.

 

  1. Il partito connettivo: perché?

Negli ultimi anni del ‘900 era ormai evidente a tutti la crisi del partito di massa come forma di organizzazione politica delle classi subalterne: una crisi che era irreversibile proprio perché era un frutto del successo di quel tipo di partito. Il partito di massa era infatti cresciuto inglobando efficacemente il maggior numero possibile di individui e di associazioni: ma la gestione dell’eterogeneità di questa folla di soggetti creava crescenti problemi di egemonia interna. Il partito di massa aveva raggiunto l’obiettivo di “portare le masse nello stato”, ma per farlo molti dei militanti si erano trasformati in amministratori ed i gruppi dirigenti erano divenuti parte dell’élite dello stato capitalistico, ceto di governo. Da qui la trasformazione da partito di integrazione di massa a partito professionale, e da questo a catch-all-party, partito “pigliatutto” o comunque interclassista: il risultato del parziale successo del partito delle classi subalterne era che le classi subalterne non avevano più un partito.

La riflessione sul partito connettivo nacque in quel contesto. Fu abbastanza facile, prendendo spunto da alcune riflessioni di Gramsci1 e della sinistra nordamericana2, pensare che il nuovo modello di partito, data la crescente eterogeneità dei soggetti e delle culture, avrebbe dovuto assumere la forma di una coalizione tra partiti veri e propri, movimenti, sindacati, associazioni, comunità territoriali, media indipendenti, ecc.. La coalizione poteva diventare una vera federazione, oppure agire in base ad un patto politico, ma in ogni caso (e questa era la vera novità) ognuna delle associazioni che la componevano poteva svolgere di volta in volta il ruolo di leader. Il partito politico vero e proprio, il partito “formale”, non aveva più il monopolio dell’azione politica: questa spettava ormai all’insieme delle diverse istituzioni delle classi subalterne, ossia al partito “reale”. Le funzioni prima esercitate dal solo partito di massa (socializzazione politica, elaborazione teorica, organizzazione delle lotte) venivano ora esercitate dalle più diverse associazioni, e la leadership politica non si realizzava più come comando ma come negoziazione paritaria e ricerca del consenso3. Infine, poiché non dava troppa importanza al momento elettorale, il partito connettivo evitava le tendenze stataliste dei partiti di massa, ed era quindi lo strumento ideale di una politica “dal basso”.

La successiva nascita del movimento altermondialista (che enfatizzava la molteplicità dei soggetti dell’emancipazione) confermò questa intuizione. Molti pensarono che il partito di coalizione, o partito connettivo, fosse la forma più adeguata alla nuova fase dei conflitti sociali perché, a differenza del partito di massa, poteva unire i diversi soggetti senza inglobarli in sé, e poteva gestire come una risorsa quella eterogeneità sociale che per il partito precedente costituiva invece un limite4. La stessa ambiguità semantica del termine “partito connettivo” (che poteva indicare sia la funzione di connessione svolta da un singolo partito formale, sia il risultato dell’autorganizzazione del complesso del partito reale) aveva una funzione positiva perché rendeva possibili diverse soluzioni del problema della connessione. Insomma: il partito connettivo sembrava la chiave per riconquistare consenso nelle società odierne e per effettuare una trasformazione sociale fondata sul pluralismo e sull’autogoverno.

  1. Quindici anni dopo

Quindici anni dopo siamo costretti a dire che quelle aspettative sono andate in gran parte deluse. Ad eccezione di alcune importanti esperienze latino-americane il partito connettivo non si è mai diffuso realmente, né ha raggiunto risultati di rilievo. In Europa la costruzione di un partito connettivo è avvenuta, probabilmente, soltanto in Grecia (e la sua sconfitta non dipende dalla forma, ma dalle idee del partito); il Front del Gauche, dal punto di vista organizzativo, ci ricorda esperienze più tradizionali; la Linke ha iniziato solo da poco a discutere sul tema. In Italia il partito connettivo sembrava potersi affermare grazie alla convergenza di un innovativo partito neocomunista e di una rete di associazioni molto radicalizzate: ma quella convergenza non si è mai trasformata in un vero patto politico, e così la difficile esperienza di governo del 2006 è stata affrontata in ordine sparso, con esiti, anche per questo, disastrosi.

In conclusione, il movimento altermondialista non ha saputo o voluto costituire un partito connettivo, i partiti della sinistra radicale non sono riusciti ad affrontare, o a porsi, il problema. Ciò non significa quell’idea sia completamente tramontata. Significa però che in essa, nonostante la sua apparente ovvietà, erano celati molti errori.

  1. Nuovi partiti popolari

Un importante sintomo di quegli errori è la nascita di un nuovo modello di partito per le classi subalterne, quello oggi incarnato da Podemos in Spagna e dal Movimento Cinque Stelle (M5S) in Italia, un modello che potremmo definire, in prima approssimazione, “partito di mobilitazione civile”. A differenza del partito connettivo, il nuovo partito si presenta come soggetto unico, che si rapporta direttamente agli individui senza la mediazione di altre associazioni. Mentre per il partito connettivo la questione del potere politico era subordinata ad una strategia di trasformazione “dal basso”, il nuovo partito mira direttamente alla conquista del governo come condizione essenziale di ogni altra trasformazione. Maestro di e-democracy, il nuovo partito affida l’empowerment dei cittadini all’informatica, e su questa base si impegna per una incisiva diffusione della democrazia diretta sia nello stato che – almeno apparentemente – nel partito stesso. Infine tale partito tende a sfuggire alla tradizionale opposizione destra/sinistra: sia che nasca da sinistra, come Podemos5, o da destra, come il M5S6 (che peraltro ha al proprio interno una diffusa componente di sinistra), la sua retorica si basa su un “valore minimo” condiviso sia dalla sinistra che dalla destra costituzionale: la democrazia, identificata con la libera scelta di ogni singolo cittadino. Il nuovo partito, insomma, sembra muoversi con agilità nella “modernità liquida” in cui si indeboliscono i corpi intermedi e le burocrazie, e in cui i protagonisti della politica visibile non sono più i gruppi ma gli individui e le loro mutevoli aggregazioni. E nonostante la genericità della rivendicazione di una democrazia senza aggettivi, la rigidità con cui le classi dominanti difendono oggi i loro privilegi fa sì che questa rivendicazione abbia spesso una funzione destabilizzante a dispetto del suo apparente minimalismo.

Da questa sommaria descrizione si potrebbe concludere che il partito di mobilitazione civile esprime la forma attuale della società molto meglio del partito connettivo e che quindi può essere il miglior modello di partito per le classi subalterne.

  1. Le lezioni della crisi

Ma una tale conclusione sarebbe in gran parte erronea, perché è erronea la domanda che la ispira: noi non dobbiamo chiederci, infatti, quale partito sia più adeguato alla società, ma quale partito sia più capace di trasformarla. Il nostro problema non è quello di rappresentare al meglio una particolare epoca sociale, ma quello di intervenire sulle sue contraddizioni per acuirle: il partito connettivo non si è mai diffuso non perché non sia un “buon sociologo”, ma perché non ci aiuta ad agire nella nuova situazione creata dalla crisi della globalizzazione e dell’economia capitalistica.

Infatti il modello teorico dentro il quale quell’idea fu prodotta si basava sui seguenti presupposti: a) la globalizzazione accresce le risorse che sono potenzialmente a disposizione della società; b) la crescita progressiva dell’autorganizzazione economica e sociale può sostituire lentamente il capitalismo; c) il ruolo dello stato è sempre meno importante, e il potere capitalistico non ha un vero centro; d) quindi tutte le lotte popolari hanno lo stesso valore e ha poco senso pensare ad una strategia e ad una tattica; e) in ogni caso la strategia è frutto della sinergia dei movimenti, ossia della loro connessione.

Ma la crisi è una maestra severa e, almeno su questo punto, insegna marxismo ortodosso: riduce drasticamente le risorse a disposizione dei ceti popolari e della loro autorganizzazione; cancella ogni residua traccia di “capitalismo democratico”7 e pone di nuovo il socialismo all’ordine del giorno8; rende nuovamente visibile il ruolo centrale dello stato nel garantire la sopravvivenza del sistema, e così ci costringe a porci di nuovo il problema della strategia necessaria a colpire quel punto centrale. Anche chi conosce i rischi di un socialismo statalista, anche chi è consapevole del carattere multiforme, e quindi non solo politico, del potere capitalistico, deve riconoscere che la costruzione dell’alternativa radicale, oggi così necessaria, è possibile solo grazie ad una preliminare conquista del potere di stato. Anche chi vuole decentrare la proprietà ed il potere deve prima di tutto riconquistare i mezzi generali del potere sequestrati dallo stato e dalla proprietà privata. Cosa difficile, ma oggi meno difficile di ieri grazie all’instabilità sistemica che ha interrotto una lunga guerra di posizione ed ha inaugurato una guerra di movimento in cui i rapidi mutamenti dei rapporti di forza sono più frequenti, in un contesto di crescente divisione delle classi dominanti e dei blocchi geopolitici.

  1. Questioni di classe

Riscoprire la strategia è anche riscoprire che è la strategia a produrre la connessione, e non viceversa. Solo con la mediazione strategica (ossia con un programma politico) è possibile connettere i diversi nodi del movimento ma, soprattutto, è possibile affrontare il grave problema della crescente divisione tra lavoratori qualificati e lavoratori dequalificati, che spinge i primi ad allearsi con il liberismo ed i secondi ad allearsi col protezionismo. Il partito connettivo elude questo problema perché crede che unire le associazioni significhi unire il popolo, e non da il giusto peso alla natura di classe delle associazioni a cui si riferisce. Nell’attuale situazione queste ultime, prima di essere forme politiche o sindacali, sono forme di lavoro e di sussistenza delle frazioni medio-alte del proletariato; hanno uno stile di azione specialistico che abitualmente si autodefinisce “di sinistra” ma di fatto esclude la maggior parte del “popolo”; e anche se possono confliggere, in momenti di crisi acuta, con lo stato e con le grandi imprese, preferiscono normalmente negoziare con l’uno e con le altre perché la loro sussistenza dipende dalle sovvenzioni pubbliche e private. Si tratta insomma di istituzioni sostanzialmente conservatrici: non ci si deve quindi stupire se tutta quella parte di “popolo” che non vuole conservare la situazione esistente e non si riconosce nell’arcano mondo della governance, preferisce riferirsi alle diverse e contraddittorie forme del populismo9, ossia ai moderni partiti autoritari o a quelli di mobilitazione civile. Questi ultimi, infatti, in quanto scavalcano la distinzione destra/sinistra e puntano direttamente alla conquista del governo, sono (qualunque giudizio se ne voglia dare) quanto meno il sintomo di ciò che si dovrebbe davvero fare: unire il “popolo”, colpire lo stato.

  1. Il partito strategico

Unire i lavoratori intorno ad un programma socialista, allearsi con altri ceti popolari, far convergere le forze sui mutevoli punti nodali della lotta di classe per attaccare il potere della frazione dominante del capitalismo, che oggi è garantito soprattutto dallo stato. Questi sono i compiti fondamentali del partito che ci è necessario, il partito strategico (e poco importa se tutto ciò non piacerà agli eterni innovatori, pronti sempre a ripetere vecchi movimentismi). Un partito che, tra l’altro, ha la funzione di ricordare alcune verità che in alcuni momenti si manifestano chiaramente, ma normalmente sono oscurate dal feticismo del capitale e dalle tendenze “conciliatrici” presenti in ogni lotta, e cioè la necessità di una chiara alternativa socialista, di una serie di rotture rivoluzionarie nei punti decisivi del potere, e di una tattica che le renda possibili. Per ricordare queste verità il partito strategico non può né identificarsi coi movimenti né pretendere di “portare la coscienza dall’esterno”: deve piuttosto essere un centro di elaborazione autonomo che si mantiene esterno al movimento proprio per condensare e sistematizzare le idee giuste che nel corso delle lotte vengono continuamente prodotte, e poi dimenticate.

Oggi non è possibile prevedere la precisa configurazione di tale partito. Il compito dell’analisi storico-concreta non è quello di definire a priori le forme della realtà futura, ma quello di definire i problemi che il futuro dovrà affrontare, mentre le soluzioni concrete dipenderanno dall’evoluzione sociale e dalla lotta politica e potranno essere molto diverse tra loro. Ciò vale a maggior ragione nel caso del partito strategico perché esso si presenta più come un insieme di pratiche momentaneamente condensate che come una vera e propria istituzione: non si identifica necessariamente con questa o quella forma di partito o di associazione, ma esiste in tutte quelle tendenze che in ogni partito e in ogni associazione sono disposte a contestare la struttura organizzativa, le posizioni di potere e la strategia politica date, se queste sono in contrasto con l’obiettivo strategico fondamentale. E’ quindi un partito che non ha il compito di istituzionalizzarsi, e se si da un’organizzazione lo fa, oltre che per garantire l’esistenza materiale di un’idea, per scuotere le istituzioni esistenti, siano le istituzioni capitaliste, le autonome istituzioni popolari o le future istituzioni socialiste .

Intendiamoci: avremo sempre bisogno di un partito popolare che svolga la funzione di rappresentanza elettorale e agisca all’interno dello stato, così come avremo bisogno di sindacati, di associazioni, ecc., ed il partito strategico dovrà vivere in stretto contatto con tutte queste istituzioni. Ma queste istituzioni rischiano inevitabilmente di essere cooptate nel sistema di potere esistente e tanto più corrono questo rischio quanto più la crisi si fa acuta e la necessità di una rottura politica si fa pressante. Il partito strategico è l’organismo che agisce contro questa cooptazione. A tal fine, e a seconda delle condizioni in cui agisce, può assumere le più diverse forme: può essere un piccolo ed agile partito legato a tutte le altre componenti del fronte, oppure può essere un gruppo dirigente trasversale, composto da cellule presenti in tutte le organizzazioni del movimento, cellule che in situazioni normali possono agire separatamente, ma sono capaci di unirsi e “fare blocco” nei momenti di crisi. O può essere altro ancora: l’importante è che qualcuno si ponga il problema di tener fermo l’obiettivo strategico anche a costo di scindersi dalle forme organizzative costituite10.

  1. Contraddizioni e paradossi: l’uno e i molti

Qualunque cosa sia, però, il partito strategico non potrà essere esente da difetti, perché nessuna forma politica ne è priva ed ogni soluzione è fonte di nuovi problemi. L’arte della costruzione politica non consiste nel disegnare forme perfette, ma nel comprendere da subito i limiti delle soluzioni che proponiamo.

E il limite specifico del modello di partito strategico che qui presentiamo non è la tendenza a “farsi stato”, tipica del partito di massa e di quello bolscevico. Come il partito connettivo, anche il partito strategico sa che non può essere “tutto”, non può svolgere tutte le funzioni, e quindi non deve identificarsi con lo stato. Il limite del partito strategico è piuttosto il conflitto tra la necessità di essere “solo” per dire la verità sui rapporti sociali e la necessità di essere parte dei “molti” per contrastare il multiforme potere del capitale.

La soluzione di questo conflitto ci è indicata da Machiavelli. Egli sa che soltanto “uno” è capace di fondare uno stato nuovo, perché a tal fine è assolutamente necessaria una unità di intenti e di opinioni. Ma sa anche che soltanto i “molti” sono poi in grado di gestire lo stato, perché quella molteplicità di opinioni che nella fase di fondazione costituisce un limite, diviene successivamente una risorsa che consente al nuovo corpo politico di adattarsi meglio alla molteplicità degli eventi11. Machiavelli si riferisce qui a due tempi: prima la fondazione da parte dell’uno, poi la gestione da parte dei molti; e sa – cosa che ci parla direttamente della nostra rivoluzione – che è decisivo il passaggio trai due tempi, perché chiunque può usare molto male quel potere che pure abbia conquistato con merito e giustizia. Ma noi possiamo riferirci a due distinte logiche, presenti, pur se in diversa misura, in ogni fase del processo della lotta di classe: la logica dell’unità e quella della molteplicità, la logica strategica (che consente di aggredire il potere politico del capitalismo) e la logica cooperativa (che consente di trasformare gli attuali rapporti sociali asimmetrici). La grandezza semplice di Machiavelli sta nel fatto che egli presenta le due logiche senza stabilire nessuna gerarchia tra di esse: nessuna delle due può essere cancellata, e la prevalenza dell’una o dell’altra dipende dalla situazione concreta. Non si possono eliminare i molti in nome dell’uno, come fa lo stalinismo, né fare, come l’anarchismo, la scelta opposta. Il conflitto tra le due logiche si risolve soltanto accettando la pari dignità ontologica di entrambe e considerando il conflitto stesso come una vera e propria contraddizione in cui ciascun polo esiste solo grazie all’opposizione che lo lega all’altro.

Tale contraddizione può avere uno sviluppo positivo soltanto se ciascuno dei due poli (il partito – l’uno, e il movimento – i molti) assume su di sé una parte delle caratteristiche dell’altro. Il partito strategico deve valorizzare al massimo la molteplicità (e questa è la permanente eredità del partito connettivo) sia perché deve conoscere a fondo i differenti interessi dei molti, sia perché deve sapere che la funzione-partito può essere esercitata, in linea di principio, da uno qualunque dei molteplici organismi. Il movimento, d’altro canto, non deve più presentarsi come semplice flusso informale, come puro caos creativo. Se il movimento è solo flusso e caos troverà molto presto un partito, e prima ancora uno stato, capaci di imporgli una forma subalterna. Se il movimento invece si dà autonomamente la propria forma e la propria unità, se costruisce quelle stabili istituzioni politiche di movimento che sono il contraltare dialettico oggi del partito strategico e domani dello stato socialista, i molti possono davvero avere efficacia politica in quanto molti, e non in quanto unificati da un partito o da uno stato.

Il paradosso del partito strategico è che, dato il dominio dell’individualismo politico e data la crisi delle associazioni intermedie, tra le sue funzioni ci sarà anche quella di stimolare la creazione di quelle istituzioni e di spingere il movimento a darsi forme proprie. Solo così il partito potrà avere un interlocutore stabile e farà sì che l’inevitabile “solitudine” della decisione strategica non si trasformi in un monologo, ma sia l’esito momentaneo di un dialogo incessante.

1 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, III, Einaudi, Torino 1975, pp. 1556 – 1652 e passim.

2 Jeremy Brecher, Tim Costello, eds, Building Bridges. The Emerging Grassroots Coalition of Labor and Community, Monthly Review Press, New York, 1990 ; Mike Davis, Michael Sprinkler, eds, Reshaping the U.S. Left. Popular Struggles in the 80’s, Verso, London-New York, 1988.

3 Mimmo Porcaro, Metamorfosi del partito politico, Edizioni Punto Rosso, Milano 2000.

4 Un’eco del clima culturale di quegli anni si trova in Raul Mordenti, La rivoluzione. La nuova via del comunismo italiano, Tropea Editore, Milano, 2003 e Fabio de Nardis, La Rifondazione Comunista. Asimmetrie di potere e strategie politiche di un partito in movimento, Franco Angeli, Milano, 2009.

5 Pablo Iglesias, “Understanding Podemos”, New Left Review, n. 93, 2015.

6 Loris Caruso, “Il Movimento 5 Stelle e la fine della politica”, Rassegna Italiana di Sociologia, n. 2, 2015.

7 Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano, 2013.

8 Mimmo Porcaro, Tendenzen des Sozialismus im 21. Jahrhundert, VSA Verlag, Hamburg, 2016.

9 Sul carattere ambivalente del populismo ha efficacemente ragionato Carlo Formenti, nel suo La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Derive e approdi, Roma, 2016.

10 Discutendo nel 1917 con alcuni militanti anarchici spagnoli, Victor Serge illustra con la solita vivida concretezza il problema di cui stiamo parlando. “Al momento decisivo le masse non sempre trovano uomini capaci di esprimere senza ripensamenti [corsivo mio, mp] i loro interessi, le loro aspirazioni e la loro vocazione al potere. […] Ci sono momenti in cui il popolo ha solo bisogno di un uomo seguito da alcuni altri…; parlo di proposito di un uomo e di alcuni altri perché il primo non rappresenta nulla se non è sostenuto da un gruppo attivo che ha fede in lui e in cui egli abbia fiducia: in altre parole, da un partito. Un partito, un cervello, una volontà e la storia sarà realizzata. Se la società non ha questi elementi di cristallizzazione non accadrà nulla; il riformismo condurrà la rivoluzione in un vicolo cieco e il sangue sarà speso invano”. E in nota aggiunge una considerazione molto importante per il nostro discorso: “Un sindacato può, in teoria, giocare lo stesso ruolo; lo stesso si dica di un’alleanza di forze politiche, di un fronte, di un blocco, sebbene il loro carattere eterogeneo sia causa di debolezza. In campo politico è meglio dare più importanza alla sostanza piuttosto che ai termini. La FAI (Federación Anarquista Iberica) ha sempre affermato di non essere un partito, ma nella realtà lo è molto più di quanto la sua denominazione lasci pensare”, Victor Serge, Da Lenin a Stalin, Savelli, Roma, 1973, pp. 8-10.

11 Nicolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I, 9, 58; III, 9, in Opere, I, Einaudi – Gallimard, Torino, 1997.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *