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Ancora sulla strage neonazista del 2 maggio 2014 a Odessa

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A proposito della strage del 2 maggio 2014 a Odessa, Jurij Tkačev scrive su Vzgljad di sette “miti” diffusi ad arte, sin dai giorni successivi all'eccidio al Dom Profsojuzov, alla Casa dei sindacati, da chi aveva e ha interesse a nascondere i fatti. La prima di tali “leggende” recita che sarebbero stati gli attivisti antimajdan ad aggredire gli ultras calcistici: numerosi video mostrano come questi ultimi fossero armati di bastoni, spranghe, bottiglie incendiarie e anche armi di vario genere già prima di arrivare sul luogo dello scontro, al Campo Kulikov, dove erano i gazebo degli antigolpisti. In Piazza Grecia ci furono i primi sei morti – due ultras e quattro antimajdanisti – colpiti da armi da caccia e fucili ad aria compressa. Altro mito: l'incendio alla Casa dei sindacati venne appiccato in più punti; secondo Tkačev, l'unico grosso focolaio, fu quello appiccato contro la barricata innalzata nell'ingresso principale dell'edificio da coloro che vi si erano rifugiati e le foto mostrano come i majdanisti lanciassero bottiglie incendiarie contro la barricata stessa. Per l'alta temperatura (200-300 gradi, fino a 600 gradi in alcuni punti) e il fumo, l'intera tromba delle scale della Casa dei sindacati si trasformò presto in una “zona di morte”: molti cadaveri furono rinvenuti in quest'area dell'edificio; inoltre, i vigili del fuoco furono volutamente tenuti a distanza fin quando non fu tropo tardi e il sistema antincendio interno risultò essere stato manomesso, con le manichette antincendio tagliate e privo di acqua.

Vari testimoni dichiararono successivamente di aver notato fiamme dagli strani colori giallastri, come se fossero state usate anche sostanze velenose. Ci sono in ogni caso video e testimonianze di antimajdanisti gettatisi dalle finestre dell'edificio per salvarsi dalle fiamme e poi uccisi a bastonate, una volta a terra. Altri cadaveri furono rinvenuti in zone della Casa dei sindacati in cui, teoricamente, il fuoco non avrebbe potuto raggiungerli e dove non c'erano evidenti tracce dell'incendio. Al mito secondo cui gli euromajdanisti, con lo scontro del 2 maggio, avrebbero impedito che si ripetesse a Odessa uno scenario tipo Donbass, dato che gli antimajdanisti sarebbero stati fortemente armati e in maggioranza, Tkačev replica che tra febbraio e aprile questi ultimi, se davvero avessero voluto, avrebbero potuto agire in quel senso, ma non lo avevano fatto e che i sostenitori del golpe, in minoranza, attesero proprio il 2 maggioo per scatenare il loro attacco, allorché a Odessa dovevano concentrarsi masse di ultras e molti attivisti del Campo Kulikov non erano già più presenti nell'area della loro resistenza. La strage di Odessa, sostiene Tkačev, non fu che la prima di una scia di sangue che, in quei soli primi mesi del 2014, doveva proseguire con la strage di Mariupol il 9 maggio, il bombardamento aereo dell'amministrazione regionale di Lugansk il 2 giugno e i massicci tiri di artiglieria su Gorlovka del 27-29 luglio.

Ancora Jurij Tkačev, ma sul sito ucraino strana.ua (prezioso peraltro per molti video (https://strana.ua/articles/analysis/67438-tragediya-2-maya-v-voprosah-i-otvetah.html) di quanto accaduto il 2 maggio 2014, anche nelle ore precedenti la strage) scrive che se può non esser stata pianificata la carneficina alla Casa dei sindacati, è però certo che da tempo gli euromajdanisti stavano preparando, con la protezione della polizia, l'assalto ai gazebo di Campo Kulikov, in cui si raccoglievano settimanalmente dagli 8 ai 10mila attivisti di antimajdan. Lo sgombro di Campo Kulikov doveva servire anche alla lotta di potere ai vertici del governatorato regionale di Odessa, conteso tra pedine di Arsenij Jatsenjuk e di Kolomojskij-Porošenko, con i secondi che accusavano i primi di mancanza di energia nel liquidare “il focolaio di separatismo” rappresentato dal Campo Kulikov.

Nello specifico dell'eccidio del 2 maggio: nel tardo pomeriggio di quel giorno, il reparto di polizia che presidiava il Campo Kulikov viene “inspiegabilmente” dirottato verso Piazza Grecia, dove però ogni scontro era già cessato. Poco dopo, fanno la loro comparsa al Campo Kulikov i primi gruppi di ultras e attivisti di euromajdan. Così come ci sono testimonianze e immagini del fatto che alcuni attivisti di euromajdan, resisi conto delle proporzioni dell'incendio, lanciarono funi alle finestre affinché gli assediati potessero calarsi a terra, è un fatto che altri di loro colpirono a morte alcuni dei sopravvissuti o spararono verso le finestre, mentre altri ancora entrarono nell'edificio già dopo l'incendio, uccidendo i pochi sopravvissuti che vi si trovavano. Così come è un fatto che la polizia procedesse all'arresto non degli assalitori, bensì di quanti erano scampati alla strage.

Sono tuttora accusati – roba da non credere – scrive Vzgljad di “provocare l'inimicizia tra Pravyj Sektor e il popolo russo fratello” e dei 21 arrestati, 10 dimorano tuttora presso le galere ucraine. Anzi, nel terzo anniversario dell'eccidio, la polizia ha proceduto ieri alla perquisizione delle abitazioni di vari attivisti del Campo Kulikov, presidiando in forze il Campo stesso, per timore che le persone raccoltesi per commemorare le vittime potessero attentare “alla sicurezza del paese”. Uno degli accusati, Evgenij Mefedov, un russo residente a Odessa, avrebbe raccontato al proprio avvocato la propria versione degli avvenimenti del 2 maggio. Uscito in strada nel pomeriggio, racconta, vide in centro assembramenti di ultras che gridavano slogan antirussi: per la prima volta, racconta “ho sentito gruppi di giovani che gridavano in ucraino: una cosa che non avevo mai sentito prima a Odessa”. La milizia rimaneva a guardare mentre in vari punti della città si bastonavano persone sospettate di essere di nazionalità russa. Verso le 19, Mefedov arrivò in prossimità della Casa dei sindacati: lì, tra i 200-300 attivisti di Kulikov, già qualcuno gridava di ritirarsi all'interno, per timore di violenze da parte di alcune migliaia di ultras e neonazisti che si stavano avvicinando. Anche Mefedov entrò nell'edificio; si alzò una barricata all'ingresso, mentre le donne venivano accompagnate al secondo piano. Qualcuno degli assalitori, secondo Mefedov, era però già evidentemente penetrato nel cortile interno. Cominciarono a volare molotov e pietre, anche fino al secondo piano. Dopo circa un'ora arrivò il camion dei pompieri, ma la folla gli impediva di proseguire, mentre la milizia si limitava a osservare. Lui, insieme ad un altro uomo e due donne, riuscì a calarsi da una finestra e fu tra quelli che un cordone di milizia sottrasse ai neonazisti, per condurli però al commissariato. Altri gruppi di sopravvissuti uscivano dall'edificio con segni evidenti di bastonature e bruciature. Secondo Mefedov, una parte dei neonazisti era già all'interno dell'edificio e aspettava solo che gli attivisti di Kulikov vi si rifugiassero; a suo parere, c'erano provocatori infiltrati tra questi ultimi, che spingevano apposta gli assediati a entrare all'interno. Per due volte, in appello, Mefedov è stato riconosciuto non colpevole e per due volte i neonazisti fuori del tribunale hanno minacciato una nuova “Casa dei sindacati” se fosse stato rilasciato.

In ogni caso, da tre anni, la versione ufficiale è che “i separatisti si dettero fuoco da soli”. Qualcuno, in questi tre anni, a occidente, ha mai innalzato un cartello con si sono visti cortei inneggianti a “Je suis Dom Profsojuzov”?

 

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