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Stato, Unione Europea, Democrazia

. L’Unione Europea e la sovranità popolare

In un recente documento di analisi la Rete dei comunisti sottolineava che «spesso i paesi oggetto delle ripetute aggressioni imperialiste non finiscono del mirino a causa della natura del loro governo o del loro sistema sociale, ma a causa delle loro risorse, della loro posizione o della loro appartenenza alla sfera d’influenza di una potenza concorrente»[1].

Tale è il caso del Donbass, per esempio, un territorio conteso tra gli imperialismi euro-atlantico e russo, con interessi divergenti e belligeranti, e, nondimeno, con una popolazione marcatamente russofila o, almeno, russofona, che rivendica il diritto di poter disporre di sovranità contro l’ingerenza dell’“Occidente” europeo e statunitense nella crisi ucraina che ha portato al governo le attuali classi dirigenti nazionaliste, scioviniste e filo-atlantiche.

La crisi ucraina riproduce, mutatis mutandis, la più classica delle configurazioni del dominio imperialista nella fase dello sviluppo transnazionale del capitalismo: se la tendenza degli Stati imperialisti è all’aggregazione sovranazionale (non senza contraddizioni), per quanto riguarda i paesi subordinati all’imperialismo, o contesi tra opposti interessi imperialistici, «la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie sub-nazionali e regionali, territoriali ed etnico-religiose»[2].

Gianfranco Pala analizzava questi processi già all’inizio degli anni ’80, sostenendo che la destabilizzazione dell’ordine interno di un paese agognato dall’imperialismo, fosse non solo un modo per vincere resistenze interne, indebolirne l’unità nazionale e controllarlo più facilmente, schierandosi a favore di una delle parti in lotta, ma anche una figura delle contraddizioni interimperialistiche, che, allora in un contesto di «coesistenza pacifica» tra blocchi, oggi in una fase di “lunga stagnazione” e “stallo” dei rapporti di forza tra potenze imperialiste, non potendo esplicitarsi in una guerra aperta, venivano e vengono tuttora risolte mediante «conflitti di debole intensità», «guerre per interposta persona», in cui gli interessi degli opposti imperialismi si affrontano nella maniera dei finanziamenti e degli aiuti militari ai contendenti in campo.

In questi processi disgregativi è necessario di volta in volta riconoscere le forze più progressiste, i popoli in lotta per la propria autodeterminazione, e le forze che, esprimendo interessi di classi dominanti, fomentano le divisioni etniche, soffiando sul fuoco del più becero sciovinismo.

Diverso, e specifico, invece, è il caso della Catalogna. La questione dell’indipendenza (o della semplice autonomia) delle minoranze che costituiscono il popolo dello Stato spagnolo, data di una storia remota. Tuttavia, la vocazione tradizionalmente indipendentista di una parte del popolo catalano si generalizza e acquisisce consensi a partire dall’ultima crisi economica, dall’approfondirsi delle disuguaglianze, dagli effetti disastrosi, in termini sociali, delle politiche economiche del governo liberal-europeista e conservatore di Madrid, allineato alle direttive dell’Unione Europea.

La “crisi catalana” ha aperto, negli scorsi mesi, una possibilità importante: quella della rottura, finalmente possibile, dello status quo, del sistema politico-istituzionale dello Stato post-franchista, o meglio, di una sua trasformazione in senso democratico e neocostituente. La nazione spagnola ha dovuto fare i conti un’occasione di riforma profonda a partire dall’indipendenza dell’autoproclamata Repubblica Catalana; un’occasione di trasformazione democratica delle sue istituzioni, e, insieme, di riconoscimento effettivo e conseguente dei diritti delle minoranze che lo costituiscono. Il caso catalano ci ha ricordato che, in questa fase storica, l’irriformabilità di fatto per via di riforme di certi sistemi politico-istituzionali da cui risulta espropriata la sovranità popolare a vantaggio della sovranità statale e sovrastatale, può essere superata per via di rottura, ex abrupto, intorno all’obiettivo dell’autodeterminazione dei popoli.

Sarebbe, tuttavia, un errore credere che la lotta per la riappropriazione della sovranità popolare espropriata coincida immediatamente con la lotta per l’autodeterminazione dei popoli, essendo, quest’ultima solo una delle possibilità storiche in cui si articola l’altra. Né, d’altra parte, è possibile servirsi della tradizione storica dell’“autodeterminazione dei popoli” per orientare la lotta politica nel nostro paese. L’Italia, infatti, è uno stato-nazione, non già una regione autonoma all’interno di un territorio più vasto. È, inoltre, uno stato imperialista, non un paese dominato dall’imperialismo. Lo stato italiano, d’altra parte, partecipa a pieno titolo a quel processo di riorganizzazioneinterna dell’U.E. a tutti i livelli, funzionale alla competizione internazionale, le cui contraddizioni e conflitti si acuiscono col procedere della “lunga stagnazione” del capitalismo e col ridursi della “torta dei sovrapprofitti” da spartire tra potenze dominanti. Questa «riorganizzazione» ha, tra le altre, due direzioni emblematiche: la costituzione di un esercito europeo (e di un complesso militare-industriale continentale) e il controllo dei flussi migratori dall’Africa settentrionale e sub-sahariana.

In ambedue i casi, l’Italia ha un ruolo assolutamente centrale accanto alla Francia e alla Germania. Lo dimostra palesemente la presenza militare in Niger, dove il governo italiano ha deciso di occuparsi da vicino di una delle zone di maggior transito di migranti dal Sud al Nord dell’Africa. Ne è una prova inequivocabile, inoltre, la disponibilità di ospitare e promuovere sul suolo patrio la prima scuola militare europea. Lo dimostra, infine, l’attività in Libia, dove l’Italia difende storicamente i suoi interessi, in competizione con la Francia. Se questo ruolo era di secondo piano fino a qualche anno fa, recentemente, e specie dopo l’uscita della G.B. dall’Unione, l’Italia torna ad essere la terza forza dello scacchiere europeo. Tuttavia, essa resta un «imperialismo straccione»[3], con una posizione marginale nella spartizione finanziaria dei sovrapprofitti interni all’U.E., con un tasso di crescita economica inferiore a quella di Germania e Francia, con una capacità di redistribuzione dei profitti (e dei sovrapprofitti) insufficiente ad affrontare le disuguaglianze interne alla propria struttura sociale.

Una condizione che ne fa, dopo la Spagna, uno dei potenziali anelli deboli della catena imperialista europea, a differenza degli anelli più forti di Francia e Germania.

2. Il processo d’integrazione degli stati capitalistici avanzati nel polo imperialista europeo: sovranità statale e sovranità popolare

Il processo d’integrazione degli stati nazionali nel polo imperialista europeo produce effetti e configurazioni analoghi (ancorché non identici) in tutti gli stati imperialisti del continente. Differenze notevoli, tuttavia, sussistono, in termini di capacità di coesione sociale e di consenso politico, tra gli stati forti della catena imperialista (Francia, Germania) e i suoi «anelli deboli» (come l’Italia).

Il processo d’integrazione europeo non svuota gli stati-nazione della loro sovranità, anzi li fortifica. O meglio, nel polo imperialista europeo non risulta espropriata, nelle istituzioni sovranazionali, la sovranità dei governi, né la sovranità statale senz’altro. L’Unione Europea non impedisce che i governi degli stati membri governino la propria nazione. Se così fosse dovremmo sbalordirci del fatto che in Europa sussistano contraddizioni interne tra imperialismi (tra Francia e Italia, ad esempio). Il governo resta, metaforicamente, il “comitato d’affari” della borghesia imperialista, e, quando necessario ai propri monopoli nazionali e multinazionali (con sede giuridica nel paese di riferimento), esso interviene dispiegando tutte le sue forze militari e politiche (diplomazia, esercito, intelligence, ecc.) a sostegno dei profitti e degli interessi dei grandi capitali autoctoni.

Piuttosto, i vincoli imposti dall’adesione degli stati nazionali al sistema unionista-europeo circoscrivono le libertà dei governi entro limiti schiettamente economici, secondo gli interessi che cementano il capitalismo europeo, la sua tenuta nella competizione globale e la stabilità dei mercati. Ma questi interessi non sono imposti da una potenza politica estranea: sono liberamente assunti dalle classi dirigenti degli stati europei!

Ne risulta quindi che, se l’U.E. è il “nemico principale” in quanto impedisce il controllo politico e democratico dell’economia da parte dei popoli e/o degli stati-nazione, i governi filo-europeisti, siano essi di centro-sinistra o di centro-destra, sono il “nemico più prossimo” contro cui volgersi.

D’altra parte, è d’obbligo chiarire una questione fondamentale: in linea di principio, indicano cose assai diverse tra loro la “sovranità monetaria”, la “sovranità popolare”, la “sovranità nazionale” e la “sovranità dei statale”.

Innanzitutto è necessario demistificare il concetto di “sovranità nazionale”. La sua interpretazione equivoca è spesso alla base delle accuse di “sovranismo” rivolte alla sinistra che articola l’ipotesi strategica della rottura del sistema di potere unionista-europeo per la riappropriazione della sovranità monetaria ed economica e l’instaurazione del controllo politico, pubblico e democratico sull’economia, da parte delle classi subalterne. La “nazione” semplicemente non esiste come entità politica; essa è una entità giuridica e territoriale, nonché un campo di contesa neutro della lotta tra classi. Banalizzando al massimo, il “nazionalismo” è il trionfo ideologico-politico delle classi dirigenti nazional-scioviniste sulle forze politiche della sinistra, che, invece, fanno della sovranità nazionale un campo di conquista della perduta “sovranità popolare”.

Ma che cos’è la “sovranità popolare”? Esattamente l’opposto della “sovranità statale”:  nelle scienze politiche la differenza tra i due concetti è netta e oppositiva, laddove la prima è definita come il diritto che i popoli hanno di scegliere le proprie forme di governo, i propri rappresentanti, le proprie leggi e istituzioni, rispetto alla seconda, che definisce invece la capacità dello stato di amministrare il territorio e la popolazione attraverso i suoi apparati: «tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli, in contrapposizione a quella degli Stati intesi come apparati di governo» (Treccani).

Ora, bisogna far notare che l’integrazione degli stati nazionali nell’Unione Europea espropria la sovranità dei popoli, non la sovranità degli Stati. Essa, inoltre espropria la sovranità monetaria (in un certo senso, trasforma le funzioni economiche dello stato-nazione), non la capacità dei governi di intervenire politicamente e militarmente nella competizione interimperialiste in difesa degli interessi dei capitali con sede nella “nazione”.

Dunque, di fronte a questi processi, abbiamo, da un lato, la prospettiva della lotta per la riappropriazione della sovranità economica e monetaria, necessaria per instaurare un effettivo controllo pubblico dell’economia: in altri termini, la dimensione della rottura dell’U.E.. Dall’altro, abbiamo la prospettiva di una lotta politica interna contro i propri governi liberisti, europeisti e sciovinisti, dal “centro-sinistra” al “centro-destra”. Infine, un problema grave, e ancora non sufficientemente affrontato, è quello della lotta politica per la trasformazione del sistema politico-istituzionale degli stati imperialisti europei verso una nuova e superiore democrazia politica e sociale: in altri termini, il problema della creazione di nuove istituzioni democratiche di partecipazione diretta delle classi subalterne alla vita economica e politica del paese. Un problema, questo, che trova nella rottura dell’U.E. una condizione preliminare indispensabile (poiché non può esistere alcuna democrazia economica senza la ri-territorializzazione della sovranità economica e monetaria), e, tuttavia, non sufficiente.

Il problema della lotta politica per una nuova democrazia, riguarda da vicino non già l’ordinamento sovranazionale dell’imperialismo europeo, ma quello degli stati nazionali nella fase di sviluppo transnazionale del capitalismo. In questa fase, il capitale finanziario si estende e si muove in una dimensione transnazionale, estraniandosi allo stato-nazione come una potenza autonoma e subordinante. La forme dello stato-nazione si lascia sussumere alle esigenze e necessità sistemiche del capitale finanziario autonomizzato. Questo processo precede quello della costituzione del polo imperialista europeo, se è vero, come vorrebbe Gianfranco Pala, che esso inizia già intorno alla metà degli anni ‘70. Tuttavia, trova nella costruzione dell’Unione Europea uno straordinario vettore di accelerazione. A questo punto, quindi, è utile cercare di rispondere a una domanda: che cos’è lo stato-nazione oggi? Come in esso si dà il processo di espropriazione o limitazione della sovranità popolare? E, ancora, quali sono le sue funzioni rispetto alla sua collocazione nella dimensione sovranazionale dell’U. E.?

3. Lo stato neocorporativo

Il problema di cui trattiamo è quello della forma-stato contemporanea. Non intendiamo, in questa sede, procedere secondo uno studio rigoroso del problema, limitandoci, piuttosto, a esplicitare in maniera schematica le caratteristiche fondamentali dello stato contemporaneo nell’Europa continentale, problematizzandole rapidamente, in attesa di una critica futura e più esaustiva.

Nelle società capitalistiche avanzate dell’Europa continentale si assiste, innanzitutto, a un caratteristico processo di normalizzazione di dispositivi giuridici e amministrativi atti ad affrontare le emergenze. Le emergenze sono il prodotto della globalizzazione del capitalismo, delle contraddizioni interimperialiste ed economico-finanziarie estese su scala mondiale, quindi delle sue crisi. Dagli anni ’90 ad oggi abbiamo conosciuto ripetute emergenze: “crisi” economiche, “terrorismo islamico”, “migrazioni” di massa incontrollate. La specificità è che suddetti dispositivi non negano lo stato di diritto, come sarebbe nel caso classico dello “stato d’eccezione” di schmittiana memoria, ma sono introdotte e “normativizzate” nel sistema giuridico degli stati contemporanei, e nel rispetto dell’ordinamento costituzionale fondamentale, rafforzando la capacità statale di amministrare, governare e controllare il territorio e i fenomeni che lo attraversano, a prescindere dalla dimensione prettamente politica (e parlamentare) della democrazia.

In secondo luogo, il governo di simili “emergenze” impone il rafforzamento dei livelli esecutivi del potere (a scapito di quelli legislativi e, in generale, della democrazia), che può andare dal “commissariamento”, al decreto-legge promulgato dal governo e approvato in breve tempo dalle camere, talvolta con la minaccia del voto di fiducia. In generale, dunque, si assiste a un processo di concentrazione del potere, di espropriazione della sovranità dal basso verso l’alto, entro l’ordinamento giuridico, costituzionale e istituzionale della democrazia rappresentativa fondata sullo stato di diritto.

Una ulteriore caratteristica degli stati contemporanei è la tendenziale riduzione dei conflitti sociali a problema amministrativo di ordine pubblico. Ne sono due evidenti corollari, da un lato, la sussunzione dei provvedimenti punitivi, non più solamente nel diritto penale, ma anche e soprattutto nel diritto amministrativo; dall’altro, in via complementare, la destinazione dei corpi di polizia all’esercizio di funzioni di amministrazione pura, di prevenzione, piuttosto che di repressione, dei rischi di disordine. Tipici strumenti amministrativi, in funzione preventiva e/o punitiva, sono i fogli di via, il DASPO, i fermi preventivi, le multe, ecc.[4]

Tradizionalmente la democrazia liberale riesce a mediare i conflitti di interesse tra parti sociali contrapposte, mediante strumenti di negoziazione, di compromesso o di alternanza politica nella dialettica parlamentare. Fu, d’altra parte, questa funzione di mediazione entro il quadro della democrazia liberale a definire il suolo storico delle socialdemocrazie europee. Oggi, invece, la mediazione avviene esclusivamente nella dimensione corporativa, come negoziazione tra i sindacati di stato e il padronato, in cui, ancora una volta, risultano esclusi i diretti interessati: il corporativismo sindacale deve negare necessariamente la democrazia sindacale quando gli interessi delle parti sono esplicitamente antagonisti. Inoltre, in un paese come l’Italia la dialettica politica si trova doppiamente compromessa, poiché gli interessi sociali antagonisti raggiungono una tensione particolarmente critica, trovandosi, il nostro paese, in una posizione di debolezza di fronte agli imperialismi egemoni all’interno dell’U. E., quindi di maggiore competitività del capitale autoctono, di minore appropriazione nella spartizione dei sovrapprofitti europei, di maggiore crisi.

Infine, si può constatare, con una certa evidenza, la trasformazione della funzione economica degli stai contemporanei, ridotti a istituti di liquidità del capitale, in quanto le funzioni economiche e monetarie tradizionali sono esercitate da organismi di governance sovranazionale.

In estrema sintesi, crediamo di poter affermare che le democrazie dei paesi capitalistici avanzati, almeno nel continente europeo, si conformano alla necessità di un’amministrazione tecnica delle “emergenze” e delle “crisi” del capitalismo; e che, d’altra parte, subendo processi di trasformazione tali per cui le istituzioni si rafforzano, mentre gli spazi giuridici, istituzionali e politici di sovranità popolare, ovvero di partecipazione e decisionalità del popolo, si restringono, sono obbligate a esautorare la “politica” dalla mediazione dei conflitti sociali, relegando questi ultimi a problema amministrativo di ordine pubblico oppure a oggetto di negoziazione corporativa tra parti istituzionali. D’altra parte, questi processi non negano ancora la democrazia rappresentativa; bensì la configurano diversamente che dal secolo scorso.

Seppure le democrazie attuali non sono legittimate dall’espressione della sovranità popolare, in quanto restringono miserabilmente gli spazi di partecipazione e decisionalità democratica e sono egemonizzate da un discorso politico liberal-europeista, non rappresentativo degli interessi delle classi lavoratrici, sarebbe un equivoco grave credere di poter intravedere nella trasformazione delle democrazie occidentali una deriva autoritaria, poliziesca o repressiva. Con ciò non vogliamo negare che gli apparati di polizia e magistratura degli stati contemporanei esercitino ancora una funzione repressiva nei confronti di talune espressioni del conflitto sociale. La repressione, infatti, è una modalità di autoconservazione prevista da ogni ordinamento giuridico nei confronti di quei fenomeni sociali e politici che travalicano la sfera della “legalità”, minando le fondamenta dell’ordine costituito. Il diritto penale delle democrazie moderne assume come oggetto di criminalizzazione la “violenza sociale e politica”, e prescrive giuridicamente nei suoi confronti le modalità di repressione da parte di polizia e magistratura. Ciò nonostante, la funzione repressiva degli apparati dello stato, non è, a mio avviso, la dominante che caratterizza la forma odierna e storicamente determinata di “stato”. Essa, in altri termini, non è una novità della nostra epoca, né la modalità principale attraverso cui la democrazia rappresentativa risponde alla crisi economica, agli antagonismi sociali e alle disuguaglianze; quanto piuttosto una funzione secondaria, rispetto a quelle di prevenzione amministrativa del “disordine” e di mediazione neocorporativa di interessi sociali potenzialmente antagonisti.

A questo punto, bisogna far notare che la riduzione della complessità concreta dei sistemi politico-istituzionali contemporanei alle categorie di “repressione” e di “fascistizzazione dello stato”, se rivela l’intuizione di una tendenza alla “statalizzazione della governance” e alla “concentrazione del potere” dal basso verso i vertici delle istituzioni, che va correttamente interpretata, mette indebitamente in discussione la capacità di consenso ancora reale di cui dispongono le democrazie rappresentative in Occidente. E questa capacità è tanto più notevole in paesi come la Francia e la Germania, in cui i livelli fondamentali di welfare, ancora preservati e ampiamente inclusivi, sono capaci di stabilizzare il consenso della popolazione verso stati fortemente presenti nella gestione – sia pure paternalistica – delle difficoltà dei loro cittadini (o, almeno, della maggioranza della popolazione giuridicamente riconosciuta). Eviterei, dunque, di parlare di una deriva autoritaria e antidemocratica degli stati. Ciò a cui assistiamo, da alcuni decenni a questa parte, è piuttosto la trasformazione della democrazia rappresentativa verso la statalizzazione di dispositivi di governance amministrativa, di negoziazione neocorporativa e, in generale, di concentrazione del potere dal basso verso l’alto, dal popolo verso i vertici delle istituzioni, verso le élite dirigenti. Poiché non si assiste ad alcuna negazione dello “stato di diritto”, ma piuttosto a una sua riforma in senso classista, a una sua sussunzione nella razionalità ordoliberista dominante, non possiamo in alcun modo parlare di uno “stato di polizia”. D’altro canto, è finanche motivo di peggiore disorientamento la categoria di “fascistizzazione dello stato”. Per definire i processi in atto che coinvolgono gli stati contemporanei, almeno nelle società capitalistiche avanzate del continente europeo, propongo, invece, la definizione di Stato neocorporativo[5].

Di certo, l’Italia, supera i paesi ricchi dell’Unione Europea per profondità, intensità ed estensione dei processi di privatizzazione, precarizzazione del mercato del lavoro, smantellamento del welfare, ma anche per le prove che ha dato in materia di sospensione eccezionale della democrazia (anche rappresentativa, con i governi tecnici) e promulgazione di decreti-legge governativi in materia di amministrazione della marginalità sociale, della migrazione e del conflitto. Il “nostro”, d’altra parte, è un imperialismo straccione, come abbiamo detto, che non dispone di sufficienti margini di manovra finanziaria ed economica per allargare la base di consenso sociale, a fronte della prevaricazione di Germania e Francia nella gerarchia interna all’U.E. Ma, anche in Italia, la tendenza generale non lascia intravedere una negazione dei livelli formali della democrazia rappresentativa, bensì una sussunzione di essa entro le necessità sistemiche del capitalismo odierno ed entro la sua riorganizzazione su scala europea.

Con questa ambiguità dobbiamo fare i conti. La crisi di egemonia delle borghesie imperialiste non arriva, nei paesi capitalistici avanzati, ai medesimi livelli dei paesi colonizzati o di quei paesi dove si pone all’ordine del giorno la questione dell’autodeterminazione dei popoli (come la Catalogna). Se la crisi di egemonia della borghesia imperialista spagnola e catalana si è tradotta, in Catalogna, in crisi politica profonda, in ingovernabilità di fatto, nei paesi capitalistici avanzati, ad oggi, non c’è nulla che lasci davvero prevedere un simile passaggio.

Tuttavia, l’Italia è un paese tra “due mondi”: esso condivide, con i paesi subordinati della catena imperialista europea, il grado antagonista, ancorché non necessariamente espresso, delle contraddizioni sistemiche, l’approfondimento delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali.  In questa prospettiva, certo, si prospetta, in Italia come in altri stati dominanti, una “lunga marcia verso il socialismo”, nella quale porsi come punta più avanzata della lotta per la democrazia, per una nuova democrazia, per la riconquista della decisionalità popolare, per nuove istituzioni largamente partecipative della vita economica e politica del paese. Tuttavia, in questa “lunga marcia”, bisogna prevedere la possibilità che si aprano momenti di rottura verticale dello status quo, che dovremo essere pronti a cogliere e ad assecondare. Allora non nuocerà apprendere dalla Catalogna un insegnamento fondamentale.

4. Cosa potrebbe insegnare la Catalogna all’Italia?

Negli ultimi anni alcuni di noi hanno creduto di poter vedere nella storia recente della Grecia e nella sconfitta emblematica di Syriza di fronte ai diktat dell’Unione Europea la dimostrazione inequivocabile dell’irriformabilità delle istituzioni che strutturano il polo imperialista europeo[6].

L’affermazione della “non riformabilità”, dopo il referendum greco del 6 luglio 2015, non guardava, allora, all’ordinamento giuridico generale definito dai trattati: sapevamo bene che il problema dell’Unione Europea non erano i suoi trattati, in linea di principio (dunque astrattamente) riformabili, ma le sue istituzioni, concretamente e strutturalmente (mi si passi il termine) intangibili: la Corte di giustizia dell’Unione europea, garante del «primato delle norme europee sulle regole giuridiche nazionali»[7]; la Commissione Europea, organo esecutivo a carattere discrezionale i cui commissari indipendenti sono i veri promotori del processo legislativo; la Banca Centrale Europea, istituzione autonoma della governance monetaria sovranazionale. Queste istituzioni ci apparivano, allora, come la struttura profonda dell’U.E., il cuore del sistema di potere tecnocratico e discrezionale che regna dietro le forme apparentemente democratiche del Parlamento e della partecipazione meramente formale dei “rappresentanti della società civile” (o meglio, di ONG, lobby, corporazioni, gruppi padronali, ecc.) ai processi decisionali.

Fu in quel momento che, forti di un poderoso apparato di analisi prodotto e pubblicato negli anni, i militanti di “Noi Saremo Tutto” ebbero conferma di una ipotesi strategica: la necessità della rottura radicale con l’Unione Europea, come condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per la riconquista della democrazia e della sovranità dei popoli, non solo dove essa si presentava nelle forme di un processo di autodeterminazione dei popoli nei paesi subordinati d’Europa (il Donbass, ieri, la Catalogna, oggi), ma in quelle società capitalistiche avanzate che costituivano il cuore stesso del “sistema europeo”, dove l’esautoramento della sovranità popolare si traduceva nella concentrazione verticale della decisionalità nei vertici istituzionali e nelle élite dirigenti di una “democrazia” di governance, sul piano nazionale e sovranazionale/europeo, e nella subordinazione della politica alle leggi economiche e alle norme giuridiche che regolano l’eurozona.

Se il caso greco ci restituiva la coscienza della necessità di questa rottura, soltanto a distanza di alcuni anni, con la lotta del popolo catalano per l’indipendenza, la storia ci ha fornito l’esempio concreto di una sua possibilità. Essa è stata egemonizzata da forze politiche rappresentative anche delle classi subalterne, quindi di un vasto blocco sociale assai eterogeneo, ma accomunato da interessi profondamente divergenti e antagonisti a quelli del grande capitale, anche catalano, che invece ha dimostrato la sua internità all’ordine economico e istituzionale spagnolo, e allo status quo della stabilità raccomandato dall’Unione Europea.

La lotta per l’indipendenza della “Repubblica Catalana” ha coinvolto le più ampie masse popolari, arrivando a conquistare il consenso attivo di una parte sempre maggiore della popolazione. È noto, che durante il referendum per l’indipendenza, promosso dal governo catalano e dichiarato illegale da Madrid, oltre 2 milioni e 200 mila catalani sono andati a votare, in un territorio completamente militarizzato, difendendo le urne e opponendo una resistenza decisa, ancorché pacifica, alla polizia di Madrid. Il 1 ottobre le violenze sulla popolazione sono state palesi e senza vergogna: oltre 800 feriti, tra cui anziani e donne, censure e arresti di massa. La tensione accumulata nei mesi precedenti è arrivata, in un sol giorno, a un punto di massima rottura, tanto da spingere alcuni reparti della polizia catalana autonoma a insubordinarsi agli ordini del governo di Madrid, lasciando votare la popolazione, e, in alcuni casi, frapponendosi, insieme ai vigili del fuoco, tra la polizia spagnola e la popolazione.

Al 1° ottobre sono seguiti scioperi di massa e manifestazioni; ma anche arresti di attivisti per l’indipendenza e di membri del Parlamento e del Governo autonomi. L’applicazione dell’articolo 155 della costituzione ha determinato la sospensione dell’autonomia regionale e il commissariamento delle funzioni governative. La stampa locale è stata messa sotto controllo, spesso censurata; la polizia catalana commissariata, e alcuni suoi funzionari esautorati dalle proprie funzioni. All’espressione di massa della disobbedienza civile da parte del popolo catalano è seguita, insomma, la repressione decisa, ferma, senza mezzi termini, del governo di Madrid, su tutti i livelli.

In un simile clima di “occupazione coloniale”, nuove elezioni sono state concesse per il 21 dicembre. Elezioni “col trucco”, denunciava Marco Santopadre in un articolo sull’argomento[8].

Ciò nonostante, il fronte indipendentista ha vinto, conquistando la maggioranza del Parlamento. Ma i partiti moderati, nonché maggioritari, del fronte, ovvero i repubblicani di Oriol Junqueras (Erc) e i liberali di Puigdemont (PdeCat), hanno assunto posizioni più moderate, adagiandosi su una politica del “negoziato”, e strappando consensi a danno della sinistra radicale della Cup. Intanto i nazionalisti della destra reazionaria di Ciudadanos guadagnano 37 seggi, interpretando i timori di quei ceti medi timorosi di perdere i propri privilegi o di quegli strati popolari che si aggrappano alle poche garanzie rimaste loro.

In altri termini, la vittoria del fronte indipendentista non è la vittoria dell’indipendenza. La situazione catalana resta in una fase di stallo, rischiando di procedere verso una “normalizzazione” che riporterebbe il popolo catalano a una situazione precedente a quella del 1° ottobre, se non peggiore, sotto la minaccia costante delle restrizioni imposte da Madrid. In un simile contesto, non possiamo che rammaricarci della negligenza delle forze politiche indipendentiste di fronte alla possibilità di portare fino in fondo la rottura con Madrid, al presentarsi di una sua eccezionale, forse irripetibile occasione: quel 1 ottobre uno spazio si è aperto, che ora rischia di richiudersi per molto tempo. Lo spazio dell’organizzazione politica della forza: come insubordinazione della polizia catalana al governo di Madrid e rottura verticale con gli apparati di repressione dello Stato spagnolo. Ma soprattutto, come possibilità di una opposizione più decisa e reattiva della popolazione alla repressione di massa dispiegata dalla polizia spagnola. Dopo il 1° ottobre non si è aperto un vero e proprio processo di radicalizzazione delle masse: la disobbedienza civile non si è trasformata in lotta popolare per l’indipendenza.

Ciò che apprendiamo, insomma, dall’esperienza catalana è che nessuna rottura con lo status quo può determinarsi se in essa non si articola fino in fondo la forza al consenso. Ad oggi, in ultima istanza, la forza appartiene al governo di Madrid, e il solo consenso, seppure accompagnato dall’organizzazione delle mobilitazioni di massa, rischia di non essere sufficiente alle forze politiche indipendentiste per ottenere risultati concreti verso l’agognata indipendenza.

La capacità di portare fino in fondo la rottura con lo status quo, con il sistema di potere costituito, e l’organizzazione della forza, della mobilitazione antagonista delle masse, che questa rottura richiede, sono i nodi discriminanti di una prassi politica rivoluzionaria, rispetto alla prassi riformista delle forze politiche liberali e repubblicane, che si dimostrano impotenti di superare le impasse sistemiche dell’ordine costituito per determinare una trasformazione profonda di esso. La lotta per l’egemonia, insomma, non deve mai escludere, dal suo orizzonte, l’esercizio della forza: nella lunga marcia per la democrazia e le riforme sociali, soltanto chi sarà in grado di cogliere e forzare fino in fondo l’occasione irripetibile della “rottura”, sarà in grado di determinare un rivolgimento profondo e significativo dello status quo.

In quell’occasione, la campana suonerà a martello, e il monito del populista russo tuonerà con un timbro metallico: «Sfruttate i minuti! Simili minuti non sono frequenti nella storia! Lasciarli sfuggire significa rimandare volontariamente la possibilità della rivoluzione sociale per molto tempo, forse per sempre!»[9].

Questa ingiunzione oggi ci ricorda che si può agire in maniera rivoluzionaria anche in una situazione non rivoluzionaria, anche in una lotta per le riforme e la democrazia. Ci rammenta la possibilità di attualizzare la rivoluzione in ogni circostanza storica di “rottura”, indicandoci la traccia di una  prassi politica radicalmente altra dalla prassi riformista di tradizione liberale.

 

Marco Morra – Laboratorio Comunista Casamatta (Napoli)


[1] L’antimperialismo all’epoca della competizione interimperialista, in «Contropiano», anno 27, n. 1, gennaio 2018, p. 10.

[2] Gianfranco Pala, L’ultima crisi (estratto), Milano 1982.

[3] L’espressione è di Carlo Formenti.

[4] «Dal nostro punto di vista in Italia abbiamo osservato  un sostanziale cambiamento de facto nel diritto e rispetto ai codici. Il diritto penale diventa da un lato diritto di guerra, con punizioni sproporzionate ai reati contestati e trattamenti inumani; è la socializzazione delle misure punitive sperimentate negli stadi di calcio nei decenni precedenti; dall’altro lato il diritto penale colpisce la proprietà, spostando tutti i reati  connessi alla lotta politica nel diritto amministrativo: multe, fogli di via, vere e proprie espropriazioni. In Germania, e a Berlino in particolare, l’ondata di squatting degli anni ’90 fu fermata sicuramente sgomberando manu militari le case ma, una volta fuori, agli occupanti non veniva indicata la porta di una cella ma una o più multe individuali per cifre altissime (oggi parleremmo di decine di migliaia di euro a testa). Un debito economico con lo Stato che fa letteralmente pagare la colpa di aver alzato la testa. Accadeva nella neonata Germania unita arriva dopo oltre 20 anni anche nel Sud Europa.» (http://contropiano.org/interventi/2017/07/13/bruxelles-hamburg-le-nostre-vite-demergenza-093873).

[5] Dobbiamo questa definizione a Gianfranco Pala.

[6] Cfr. Grecia: dalla resistenza alla resa, a cura della Rete Noi Saremo Tutto, Milano, Pgreco Edizioni, 2015.

[7] Anne-Cécile Robert in un articolo per il Monde diplomatique evidenzia il ruolo “normativo” della Corte di giustizia dell’Unione Europea nei confronti degli ordinamenti giuridici nazionali (n. 5, anno XXIV, maggio 2017). La giornalista francese fa notare che, seppure la struttura istituzionale dell’Unione Europea sia fondata sui principi dello Stato di diritto, la loro applicazione risponde a una logica «a geometria variabile»; infatti «l’instaurazione dello Stato consolida anche la società di mercato: il quadro giuridico sacralizza la proprietà privata e fornisce gli strumenti necessari allo smantellamento della sfera pubblica. Nell’Europa della fine del XX secolo, lo Stato di diritto rappresenta anche il corollario dell’economia liberale; è spesso associato alla “buona governance” per promuovere privatizzazioni e deregulation». In altri termini, «lo Stato di diritto mette a confronto il principio di legalità (superiorità delle norme) con la legittimità della politica di ridefinire queste norme in nome della sovranità popolare […] In questa logica, la sovranità popolare è sopraffatta dai procedimenti giuridici instaurati legalmente ma non sempre legittimamente». Questa logica orienta e struttura le istituzioni di diritto dell’Unione Europea. A ciò va aggiunta la considerazione del ruolo propulsivo delle istituzioni europee nella più generale trasformazione delle forme politiche degli stati membri in direzione di una “democrazia di governance”. Questo processo è denunciato dalla stessa autrice nel Monde diplomatique, n. 10, anno XXIII, ottobre 2016, dove, per altro, si fa notare che il boicottaggio costante da parte dei vertici dell’Unione Europea e delle élite europeiste nei confronti dei referendum popolari (Francia, 2005; Grecia, 2015; Regno Unito, 2016) è emblematico di un regime politico in cui la sovranità non spetta al popolo, semmai, metaforicamente, ai mercati.

[8] «La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato. Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani» (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/12/20/catalogna-elezioni-imposte-trucco-098932).

[9] Vittorio Strada, Introduzione, in Vladimir I. Lenin, Che fare?, a cura di V. Strada, Torino, Einaudi, 1971, pp. VII-XCI, p. XLIV.

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