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L’anno del nostro scontento

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ciaone

Lo scontento di massa attraversa il mondo: tutte le proposte dell’establishment sono bocciate dalla risposta popolare, dall’elezione di Trump alla Brexit al referendum nell’Italietta già renziana e velocemente scesa dal carro degli ottanta euro.

Si è arrestata la globalizzazione e i processi finanziari che a essa erano legati (compresi quelli sui quali si basava la Comunità Europea) appaiono in difficoltà mentre riprende il peso delle superpotenze tradizionali che, in sintonia con la loro vocazione tradizionale, sembrano puntare su arnesi considerati desueti come il nucleare, oltre alla solita strategia degli armamenti e la ricerca dell’egemonia nel campo della disponibilità delle risorse energetiche.

L’elezione di Trump ha sicuramente rappresentato un punto di svolta all’interno del processo d’indebolimento complessivo dei meccanismi tradizionali della “politica”.

Come scrive Judith Butler: ..Forse il tema di cui dovremmo parlare è la perdita di democrazia partecipativa negli Stati Uniti (un Paese sicuramente anticipatore dei processi di strutturazione e riarticolazione sociale nella post – modernità n.d.r.) Trump ha scatenato una rabbia che ha diversi oggetti e diverse cause. Lo stato di devastazione economica e di delusione, la perdita di speranza nei confronti di un futuro economico determinato da movimenti economici e finanziari che devastano intere comunità hanno senza dubbio un ruolo importante. Ma altrettanto si può dire dei processi di crescita nella complessità demografica e le forme di razzismo, sia vecchie sia nuove. Il desiderio di “fermezza” riguarda da una parte l’accrescimento del potere dello Stato contro gli stranieri, i lavoratori clandestini ma si accompagna anche al desiderio di liberarsi dal peso dello Stato, slogan che torna utile al tempo stesso all’individualismo e al mercato”.

 In questo contesto l’Europa appare però il soggetto percorso dalle maggiori difficoltà anche perché soffrirà di un isolamento complessivo sul piano dello scenario internazionale nel momento in cui si trova investito direttamente dalla questione delle grandi migrazioni.

 La risposta sembra essere quella del ritorno alle frontiere (in questo modo, per qualcuno, la sinistra si dimostrerebbe finalmente “matura per governare”) mentre nessuno riflette sui giganteschi errori di valutazione e d’analisi compiuti nel corso dell’ultimo ventennio di trasformazione del nucleo originario del Mercato Comune e dell’Euratom (fallita la CED) che rappresentava l’avamposto USA sulla frontiera della cortina di ferro fino a un indiscriminato allargamento avvenuto soltanto in nome del “mercato” e della sua variante finanziaria, fondata su derivati e subprime.

Ora la storia dell’ “avamposto” sembra proprio definitivamente finita e la storia ha voltato pagina, proseguendo nel suo cammino e lasciando il Vecchio continente con il riproporsi delle sue storiche frontiere a Est, con la parte occidentale quasi fosse un’isola alla deriva nell’oceano, senza guida politica e in balia degli speculatori più feroci e raffinati.

Ed è proprio in questa Europa, che ha visto il ritorno della guerra sul suo territorio, che si sviluppa una crisi profonda della forma classica della democrazia, quella definita “liberaldemocratica” sottoposta all’attacco di quella che si potrebbe definire “vis populistica” e che è sta alla base di questa rivolta verso il potere costituito.

C’è chi pensa a un’evoluzione /regressione verso forme di tipo dittatoriali frutto di un impasto tra l’antico Le Bon del dialogo diretto tra il capo e le masse e la post – modernità della politica agita attraverso il web, quale soluzione obbligata per questa “impasse”.

Bernard Manin, il teorico della democrazia del pubblico, chiama alla resistenza sulla frontiera di forme “democratiche” miste in intreccio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e invita a non parlare proprio di post – democrazia.

Bauman scrive di “retrotopia”: utopia retroattiva, richiamo a un passato mitico inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalle angustie di un incerto presente.

Secondo il teorico della “società liquida” sarebbe proprio la retrotopia a spiegare la vittoria di Trump, proprio per l’assenza di una visione del futuro e il brusco richiamo alle logiche del passato rurale e proletario degli Stati dell’America profonda.

Si scrive anche di divorzio tra il “potere e la politica”, quel fenomeno che vede il potere che si slega dal territorio e si verticalizza in autonomia, mentre la società si organizza orizzontalmente in forme neo – corporative rinunciando alla rappresentanza politica.

Ecco, il nodo sta forse nella questione della rappresentanza e dell’organizzazione.

Una rappresentanza che, ormai ridotti al lumicino (in Italia spariti) i grandi partiti a integrazione di massa, non trova più spazio e ragione nel raccordo diretto con le fratture sociali.

Non c’è divorzio tra potere e politica: è sparita la “politica” e di conseguenza la possibilità della rappresentanza.

Una sola strada è possibile: recuperare sul piano teorico l’analisi delle contraddizioni sociali, comprenderne i nuovi intrecci e partire da lì per la ricerca delle frontiere possibili oggi,per reclamare e rappresentare la complessità delle disuguaglianze a tutti i livelli, nella geo politica e nella logica delle discriminazioni insite nella complessità sociale (sfruttamento di razza, di genere, dell’opera e della fatica quotidiana) e delle nuove frontiere della dimensione dei rapporti politici e umani.

Risalta qui il nodo irrisolto delle forme dell’organizzazione.

Etienne Balibar scrive di “riscoprire il conflitto”: un’affermazione che probabilmente andrebbe corretta in “riorganizzare” il conflitto nel profondo delle contraddizioni e delle fratture che segnano incerti confini nelle vecchie e nuove stratificazioni sociali, generando trasversalità e spurie istanze tra esigenza di disegnare nuovi orizzonti collettivi mentre cresce l’individualismo consumistico e proprietario.

La sinistra è necessariamente costretta a ripensare il conflitto come sua priorità teorico  – politica, comprendendo alfine che non ne è possibile una visione volontaristica ma – appunto – organizzandone e strutturandone le forme in modo da farle scaturire dalla complessità delle contraddizioni in atto nella società, annullando i deleteri effetti di una “autonomia del politico” ormai ridotta alla costruzione di un ceto autoreferenziale e sostanzialmente delegittimato, almeno in quelle parti del mondo definite di “democrazia matura”.

Intanto l’inverno del nostro scontento prosegue e non s’intravede alcun” sole di York” e neppure le nostre fronti sembrano poter essere cinte di ghirlande di vittoria.

 

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