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Al Baghdadi, doppio colpo strategico per Mosca ma non la fine della guerra in Siria

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(Reuters)

Sarebbe un doppio colpo strategico per Mosca se fosse confermata la notizia della morte di Al Baghdadi: da quando è entrata nella guerra siriana il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella il regime di Bashar Assad, a insediare nuove basi militari sulle coste del Mediterraneo e ora Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa ai vertici del Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti e i loro alleati l’evento costituirebbe una sorta di smacco, magari ricompensato dalla presa di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.

Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e poi, senza muovere un dito, avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, la seconda città irachena.

Non solo. Nel 2011 l’ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato il via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo, tra cui Qatar e Arabia Saudita, per l’apertura dell’”autostrada del jihad” con lo scopo di far affluire al confine i militanti islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che poi ha aperto la strada, con il contributo del brutale regime siriano, alla distruzione del Paese e all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui la stessa Al Qaida e poi l’Isis, sorto in Iraq da una costola dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden.

In attesa di una conferma o di una smentita, si rileva che l’Isis ormai ha perso gran parte del territorio che controllava e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine tra Siria e Iraq sia fallito.

Il Califfato perde quindi attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che potrebbe continuare a essere assai pericoloso con azioni di guerriglia e terrorismo, la specializzazione originaria del movimento jihadista.

Il passato inoltre può darci qualche lezione. Quando Al Qaida fu sconfitta in Afghanistan con la guerra seguita all’11 settembre 2001, l’organizzazione di Bin Laden non si sciolse e trovò spazi anche territoriali in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, dove continua a essere una forza in campo rilevante. La morte del capo può non costituire la fine dell’Isis come la morte di Bin Laden non rappresentò la fine di Al Qaida che ha ancora “filiali” non sono in Medio Oriente ma anche in Nordafrica, nel Sahel e nel Corno d’Africa. Anche l’Isis può contare su una presenza assai estesa, per esempio nella penisola egiziana del Sinai, in Yemen, in Africa, in Asia centrale e orientale. Basti pensare che nei giorni scorsi ha preso il controllo in Afghanistan della montagna di Tora Bora, nella provincia di Jalalabad, la stessa dove si era rifugiato Bin Laden nel 2001.

L’ideologia dell’Isis inoltre non si esaurisce con la morte eventuale del capo e dei vertici: l’islam più radicale e il jihadismo sono fenomeni da oltre quattro decenni sulla scena mediorientale e come abbiamo visto con gli attentati in Europa hanno fatto adepti anche tra alcune fasce dei musulmani in Occidente.
La guerra in Siria non finirebbe con la possibile morte di Al Baghdadi: i jihadisti potrebbero tentare di riciclarsi nelle altre guerre mediorientali come lo Yemen mentre i servizi e le truppe speciali delle potenze di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighters, altro aspetto assai preoccupante della questione Califfato.

Il conflitto siriano poi è destinato a continuare proprio contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi dei sauditi, appoggiata anche dagli israeliani, che l’Iran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. Gli Stati Uniti, con l’appoggio degli inglesi e della Giordania, attaccano le truppe di Assad per tagliare il corridoio vitale per i rifornimenti militari che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e gli Hezbollah. L’Isis forse non è più così importante perchè questa, l’influenza dell’Iran, è la vera posta strategica in gioco tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.

da http://www.ilsole24ore.com

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