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Il golpe mancato dell’8 dicembre

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La mattina dell’8 dicembre ci saremmo potuti alzare con i soldati per le strade, una giunta militare e parecchi militanti in carcere o in fuga. No, non stiamo parlando delle possibili conseguenze del referendum qualora avesse vinto il Si e Renzi.  Stiamo parlando della storia recente del nostro paese,  una storia che i più giovani hanno il diritto  e il dovere di conoscere, perché spesso li chiamiamo a combattere, come in questo referendum che ha difeso la Costituzione ma senza una narrazione adeguata. Troppe cose si danno per scontate. Molte di più sono invece state rimosse, dimenticate o manipolate.

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il giorno dell’Immacolata, una coalizione di organizzazioni fasciste, gruppi di militari e carabinieri e picciotti delle cosche mafiose messe insieme dal Principe Nero Junio Valerio Borghese (ex ufficiale della X Mas), tentarono un colpo di stato. Era passato meno di un anno dalla strage di Stato di Piazza Fontana a Milano. Del tentato golpe (con tanto di occupazione del Ministero dell’Interno… dall’interno) per almeno  tre mesi non trapela nulla. Bisognerà attendere alcune inchieste giornalistiche nel  marzo 1971, sulla base delle quali scattano alcuni fermi.  Uno degli arrestati, Remo Orlandini, ritenuto il braccio destro di Junio Valerio Borghese, rivela i retroscena del golpe. I principali imputati, Borghese e Stefano Delle Chiaie, sono  già al riparo, latitanti nella Spagna franchista. Al processo ci saranno delle condanne, ma dopo molti anni la Cassazione stabilirà che quel tentato golpe in realtà non ci fu. Un’altra sentenza-lapide che pose al riparo i protagonisti e mise il silenziatore alla denuncia sul tentato golpe dell’dicembre del  1970. Per questa ragione restiamo convinti che la verità giudiziaria sulla pagine nere della storia del nostro paese non ci sarà mai. Per la stessa ragione restiamo convinti che battersi per la verità storica e politica è indispensabile.

Nel 1970 in Grecia c’era la dittatura dei colonnelli, in Spagna quella del franchismo, in Portogallo la giunta militare di Caetano. L’unico paese euromediterraneo ad essere ancora repubblicano era l’Italia. Certo ci avevano provato con il governo di destra di Tambroni nel 1960 e poi con il generale De Lorenzo nel 1964, ma in Italia il “tintinnare di sciabole” non aveva prodotto le soluzioni forti vigenti negli altri paesi PIGS (un destino comune già dall’allora).

Cosa è successo nella notte del mancato golpe dell’Immacolata nel 1970? Assumendo i dovuti anticorpi e abbondanti difese immunitarie, è interessante leggere il racconto di un dirigente neofascista che ne fu uno dei protagonisti.

Qui di seguito il tentato golpe come lo ha vissuto Adriano Tilgher, allora dirigente del gruppo fascista Avanguardia Nazionale coinvolto nell’operazione:

“Se ne parlava da mesi. Noi sapevamo che il Fronte Nazionale lavorava per questo, che il colpo di Stato ci sarebbe stato e che eravamo inseriti in questa progettualità. Ma non sapevamo altro. Tilgher precisa che cosa intende per «noi»: Intendo tutti i gruppi della destra radicale coinvolti nel progetto. Quindi Avanguardia, certo, ma anche Lotta di Popolo, anche il Movimento Politico Ordine Nuovo. Perché quando facevamo le riunioni preparatorie c’era anche Clemente Graziani… Poi descrive il ruolo del Msi: Il ruolo del Msi era molto ambiguo. Donato Lamorte, ambasciatore del Msi nel nostro ambiente, dice agli atti processuali che era stato mandato da Almirante per controllare cosa stessimo facendo. Diciamo che il Msi era della partita, anche se poi Almirante ha sempre negato. Certo, quella notte il partito non fu mobilitato, se non in alcune componenti, ma era della partita. Sì, c’era anche Saccucci, ma in un ruolo un po’ emarginato, tanto che gli diedero solo il compito di raccogliere un po’ di gente nella palestra di via Eleniana.

Veniamo alla notte del 7 dicembre… Il 6 dicembre ci dicono: ci siamo. Il momento è arrivato. La decisione del golpe arriva improvvisamente, tanto che Stefano Delle Chiaie, che in quel momento si trova a Barcellona, non farà in tempo a organizzare un suo rientro immediato in Italia e resterà in Spagna, rimanendo in continuo contatto telefonico con noi che siamo a Roma. In quel momento il presidente di Avanguardia Nazionale è Sandro Pisano; io e Guido Paglia siamo i suoi vice. Perché, quando a inizio ’70 decidiamo di rifondare Avanguardia, Stefano aveva incaricato Pisano, che faceva già parte della «vecchia» Avanguardia – che si chiamava Avanguardia Nazionale Giovanile, sciolta nel ’65 –, di fare un po’ da pontiere tra la vecchia generazione e la nostra, che è quella emergente. Tenga presente che il nostro rapporto con il Comandante Borghese era talmente stretto che lui ci pagava anche l’affitto della nostra sede di via Arco della Ciambella.

La sera del 7 convoco in sede una quarantina di militanti, fondamentalmente di Roma centro. Ma non li avverto del vero motivo della convocazione. Siccome c’è la visita di Tito a Roma e c’è il pericolo di incidenti e disordini, dico: «Dobbiamo tenerci pronti a ogni eventualità». Intorno alle 22 in via Arco della Ciambella ci sono una cinquantina di persone. Siamo in tre a sapere la verità. Ogni tanto arrivano delle staffette a portarci notizie sull’andamento dell’operazione”.

Ecco come erano disposti gli altri militanti di Avanguardia:

“C’era un gruppo, che veniva dal Quadraro, che si era dato appuntamento nel negozio di un camerata, a Cinecittà. Altri si erano radunati nell’appartamento di uno studente fuori sede, nella zona intorno a piazzale delle Province, altri ancora si erano dati appuntamento in altri appartamenti sparsi per la città.

Fin dalla mattina, nostri nuclei di militanti, con l’aiuto dei poliziotti del corpo di guardia, erano entrati al ministero dell’Interno e si erano nascosti nei bagni, in attesa di irrompere nell’armeria, dopo la chiusura degli uffici. Quel giorno, comunque, non tutti i militanti di Avanguardia rispondevano a me. L’organizzazione era diversa. A me avrebbero risposto solo quelli che stavano in sede insieme al sottoscritto. Tutti gli altri avevano capi indicati dal Comandante. Al suo fianco c’erano i vertici della vecchia Avanguardia, che davano disposizioni a tutti i nuclei sparsi per Roma. Parliamo di Flavio Campo, Maurizio Giorgi, Giulio Crescenzi.

Alle 22 i camerati nascosti nei bagni del Viminale escono fuori e, aiutati dagli agenti, fanno entrare nel palazzo il gruppo del Quadraro, che era partito dal negozio di Cinecittà. Sono tutti a bordo di un convoglio di automobili. Entrano nel corpo di guardia e si prendono i circa 200 Mab custoditi dalla polizia. Si piazzano nel corpo di guardia e attendono l’ordine. Il loro compito è quello di occupare e presidiare il Viminale. Non di andarsene in giro con i Mab del corpo di guardia.

Alle 23 arrivano in via Arco della Ciambella alcuni emissari del vertice dell’operazione e ci annunciano: «Tra mezz’ora arriva un camion che vi porterà delle armi e vi trasporterà: diventerete operativi». Poco dopo arrivano due persone che appartengono a un gruppuscolo romano dell’estrema destra, il Fronte Delta, e ci dicono: «Sappiamo che stasera c’è una cosa importante, fateci stare con voi». Noi rispondiamo: «Siamo qui per Tito, mica è una cosa tanto importante…» E questi se ne vanno delusi… Ma a quel punto, con l’arrivo imminente del camion e delle armi, dobbiamo avvertire i camerati di quel che sta per accadere. Li riunisco e dico loro: «Tito non c’entra niente, stanotte si fa il colpo di Stato». Urla, pianti, canti, abbracci… Succede di tutto. Eccitazione e adrenalina a mille. Poi accade un episodio particolare. Io chiedo a tutti se se la sentono o meno di partecipare. Rispondono tutti di sì, tranne una persona. Dice: «Non me la sento». Allora ordino a un secondo militante: «Tu resterai qui con lui fino alla conclusione dell’operazione». Non potevamo certo permetterci di lasciarlo andare via in quel momento. Ma lui stesso, intendo quello che aveva detto no, è un ostaggio volontario, nel senso che si rende conto della situazione e non fa problemi. La persona scelta da me per fargli compagnia si incazza. Mi dice che non vuole restare là in sede, che vuole partecipare al colpo di Stato. Gli ribadisco che deve eseguire il mio ordine e lui, odiandomi, mi dice che obbedirà. Parliamo di tutte persone mai coinvolte in inchieste di nessun tipo. Pensi che la persona arrabbiata oggi fa il prete e quello che si rifiutò oggi fa il commerciante e conduce una vita normalissima…

Poco dopo arriva il camion, ne discendono alcune persone che ci dicono: «Tutti a casa. Come non detto, non se ne fa più nulla». Ma noi ci incazziamo e rispondiamo: «Andiamo avanti nell’operazione, consegnateci le armi. È troppo tardi per fermare tutto». La situazione è estremamente tesa. Poco dopo arrivano i nostri referenti, quelli che avevano seguito l’operazione insieme al Comandante, per convincerci a tornare a casa. Alla fine, dopo urla e insulti, decidiamo di smantellare tutto. Ma resta da avvertire Stefano, che è in contatto telefonico con noi. Lo chiamiamo e gli comunichiamo il contrordine. Lui si incazza come un riccio. Comincia a urlare, a imprecare, dice che non si torna indietro, una volta partiti. Che ne va del nostro onore. Che dobbiamo andare avanti. Ma ormai la decisione è stata presa. Al contrordine, anche il gruppo che stava al Viminale lascia il palazzo, portandosi per ricordo non uno, come si è sempre detto, ma due Mab… Il nostro gruppo avrebbe dovuto presidiare il ministero degli Esteri, che sarebbe dovuto essere assaltato dalla colonna di Forestali che veniva da Cittaducale. Anche l’occupazione della Rai, in via Teulada, avrebbe dovuto essere portata a termine da un nucleo di Avanguardia. C’erano poi, sparsi per Roma, diversi gruppi operativi, che avevano l’ordine di occuparsi di alcune personalità politiche e istituzionali. Per esempio, la vicenda del gruppo che resta bloccato in un ascensore è vera. Ma non è vero che avessero sbagliato palazzo. Era quello giusto. La personalità da prelevare era il capo della polizia, Vicari. Erano molte le persone che dovevano essere arrestate. No, non ne conosco i nomi. So per certo che il socialdemocratico Tanassi era inserito nel golpe”.
Tilgher rivela perché Borghese ordinò il dietro-front:
“Purtroppo molti reparti militari, indispensabili per la riuscita del golpe, dopo una iniziale adesione, quella sera, all’ultimo momento, si tirarono indietro. Non se la sentirono. Tanto è vero – ne ho la prova – che alcune colonne militari, in Piemonte e in Calabria, quella sera si erano già mosse. Anche a Latina era scesa in strada una colonna corazzata. Mentre abbiamo saputo che in Emilia alcuni reparti dei carabinieri restarono in caserma. E si rifiutarono di partecipare all’operazione. E senza presidiare le zone rosse come l’Emilia e la Toscana, non avremmo potuto controllare la situazione.

Questa è la vera storia del golpe Borghese. C’era il proclama che il Comandante avrebbe dovuto leggere alla televisione e alla radio. Era pronta una lista di ministri che, per quanto ne so, comprendeva anche il nome di Tanassi. E Delle Chiaie quella sera era in Spagna. Ci ha sempre detto: se fossi stato a Roma, il golpe sarebbe andato avanti…”

FONTE: La trilogia della Celtica/N. Rao

 

Dalla testimonianza di Tilgher manca un elemento fondamentale. Chi diede il contrordine ad operazione golpista avviata? Come abbiamo visto i golpisti erano già dentro il Ministero degli Interni. Negli anni successivi abbiamo saputo che dentro il partito/regime di allora – la Democrazia Cristiana – si era aperto uno scontro tra due posizioni. La prima, allineata agli Stati Uniti e alla Nato condivideva l’idea che l’Italia dovesse partecipare attivamente alla guerra globale contro l’Urss rispettando i vincoli imposti dall’Alleanza Atlantica. La seconda intendeva estendere il concetto di guerra globale all’Urss e ai comunisti anche “sul fronte interno” e non solo sulle frontiere. “Guerra fredda si, guerra civile no”, disse allora Paolo Emilio Taviani, ministro e dirigente democristiano e arruolato dentro “Gladio”. Disponibile a combattere contro l’Urss con tutti i mezzi ma contrario a scatenare in Italia una guerra civile sul fronte interno contro i comunisti e la sinistra. Negli Usa comandava un fascista come il presidente Nixon, ma la DC al governo offriva sufficienti garanzie di fedeltà e controllo sulla situazione. Il PCI già si era incamminato sulla strada che lo avrebbe portato al compromesso storico con la DC e a non vedere più negli Stati Uniti un nemico. Nel Pci cresceva il peso di un dirigente che si chiamava Giorgio Napolitano. Non c’era bisogno di fare un colpo di stato e la notte dell’8 dicembre, quello messo in piedi dagli ambienti più estremi della destra italiana venne “bloccato dall’alto”. I golpisti ricevettero “una proposta che non poterono rifiutare” e una parte delle organizzazioni neofasciste – prima antiamericane – diventarono filo Usa e filo Nato.

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1 Commento


  • Carlo Mazzoli

    Certamente, il contrordine venne dalla DC che temeva una guerra civile. Infatti, già il 5 dicembre ci fu la mobilitazione dei militanti PCI e PSI i quasi tutte e federazioni provinciali, mentre ai rispettivi dirigenti veniva impartita la direttiva di eclissarsi: quelli di Milano e Como di riparare in Svizzera. Ma ciò che maggiormente impressionò l'ala golpista della DC fu l'efficienza dimostrata dai militanti (vecchi e giovani) di quei partiti nell'organizare il blocco delle prefetture, delle telcomunicazioni, delle questure e stazioni dei CC. Tutto l'impianto organizativo della Resistenza era ancora in piena efficienza.

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