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Un’esistenza ostinatamente superficiale

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L’editore Minimum fax propone ai lettori italiani il romanzo della scrittrice californiana Nell Zink, con il titolo Senza pelle (The Wallcreeper, invece, il titolo originale). È un libro estremamente intrigante, perché nonostante risulti a tratti respingente, lascia intravedere le tracce di una profondità tragica.

La narrazione prende le mosse da un episodio drammatico, eppure vissuto con estrema superficialità. Una coppia di sposini, lui un ricco rampollo appassionato di birdwatching, lei una contorta laureata con la vocazione della mantenuta, nel bel mezzo di un’escursione tra le montagne svizzere, investono con l’auto un volatile; in quel frangente, con una manovra improvvisa, Stephen – questo il nome del giovane marito – riesce a evitare di ucciderlo. Ciononostante, in conseguenza dell’evento, Tiffany è costretta a interrompere una gravidanza iniziata da poco.

Un aborto, insomma, infrangerà l’equilibrio della loro esistenza bernese, eppure a tale evento nessuno dei due sembra attribuire particolare rilevanza. La vita ricomincia ordinaria, e tuttavia l’uno e l’altra iniziano a gestire come atomi impazziti due esistenze assurde. Si tradiscono sistematicamente e ripetutamente, con relazioni improbabili e improvvisate, talvolta fondate sulla mera attrazione sessuale, tal’altra su sentimenti ipotizzati o banalmente concepiti. Il personaggio maschile è tratteggiato nelle prime pagine come un perfetto idiota, viziato e sessualmente egoista; incapace di una progettualità esistenziale ponderata e facilmente trascinabile in imprese soggettivistiche poco strutturate. Decide di lasciare il proprio lavoro e si dedica a tempo pieno a inconsistenti campagne ambientaliste, oscillando tra Berlino, i boschi attraversati dall’Elba, per poi finire in Montenegro e Albania per svolgere missioni naturalistiche sempre più improbabili.

Anche la protagonista, che è poi l’io narrante, ostenta una certa stupidità. Rivendica con orgoglio un buon numero di stereotipi sulla donna attraente e sciocca, e soprattutto “attaccata ai soldi”. Si prodiga in malcelati comportamenti adulteri, ma si preoccupa di perdere la stabilità economica, e teme soprattutto di dover lavorare. Parrebbe dunque connessa a questa sua esigenza di reddito la scelta di seguire ovunque il marito, ritagliandosi di tanto in tanto qualche spazio di autonomia per finire nel letto di qualcuno o provare a cercare una propria dimensione ecologista.

Giunti a tre quarti del libro, tuttavia, quando si è divenuti ormai completamente insofferenti per questi due soggetti evidentemente antipatici, si comincia a insinuare nel lettore un dubbio, una sorpresa, quasi un imprevisto senso di colpa. Occorre ricordare infatti l’inizio della storia. La vicenda di una coppia qualunque, nella pacificata esistenza svizzera, che per un banale incidente si scontra con la “durezza” del reale: l’aborto.

Il libro dunque ci fa conoscere un dato che già ci è noto, ma non dominato.

La nostra è un’esistenza disattenta, soprattutto da giovani, e tendiamo a credere che tra i nostri passatempi, i vestiti e le vacanze, tutto possa procedere sempre e perennemente come un reiterarsi dell’identica ora dell’aperitivo. Poi però arriva la realtà, che come un rapace afferra la preda – cioè noi – e ci strappa dal sogno. La conseguenza, tuttavia, non è un processo di consapevolezza pieno. Ma è l’ostinato attaccamento al nostro nulla, un aggrapparsi a qualcosa da fare, da credere, a una relazione interessante.

Il romanzo non perde ritmo, ma s’immalinconisce, e lo fa rimarcando la sua buona dose di sarcasmo e cinismo. Ma alla fine, forse, quel senso di supponenza con cui osservavamo i protagonisti, come specchiato, arriva dritto verso di noi, e ci ferisce un po’.

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