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La rivoluzione dei garofani diventa un triste anniversario

LISBONA – Il 24 aprile 1974, a Lisbona è una giornata come tante, la guerra coloniale, migliaia di giovani a combattere sui fronti africani, la polizia politica, la Pide, a reprimere qualsiasi forma di opposizione e, per i più, una vita miserabile. Già perché in quel 24 aprile le strutture della più longeva dittatura fascista di sempre, quella instaurata da Antonio Oliveira Salazar e perpetrata dal suo delfino Marcelo Caetano, sembravano ancora godere di buona salute.

Il 25 aprile, a mezzanotte, dalle frequenze di Radio Renascença viene trasmessa una canzone proibita dal regime: Grândola Vila Morena, di Zeca Afonso: è il segnale di inizio di una delle più epiche rivoluzioni della storia europea. Incitati dalle note di uno chansonnier i militari escono dalle caserme, questa volta non per marciare contra o povo, come era successo appena pochi mesi prima in Cile, ma per liberarlo. La rivoluzione portoghese del 25 aprile ha un nome gentile: rivoluzione dei garofani. In quella madrugada, dopo tentennamenti e dubbi iniziali, i lisboeti capiscono che è finalmente giunto il loro momento, e scendono in piazza a festeggiare i militari, per le strade c’è tensione, la Pide spara, ci sono dei morti, una nave alla fonda sul fiume Tago minaccia torva con i suoi cannoni le postazioni dei rivoltosi che presidiano la Praça do Comercio. Il piano del Movimento dei Capitani, o Movimento das Forças Armadas (Mfa) è comunque perfetto e, dopo qualche ora di trattativa, il dittatore Marcelo Caetano si deve arrendere.
Ma attenzione, perché la storia del «25 aprile» non è soltanto la storia di un giorno, ma di un intero periodo, sono i mesi del Prec, Processo Revolucionário em Curso, in cui o povo português, dopo cinquant’anni di silenzio e di repressione, è tornato a essere protagonista del suo destino. Tutto quello che nell’Europa occidentale era stato fatto in trent’anni: stato sociale, diritti dei lavoratori, libertà, pace e democrazia in Portogallo è stato fatto in pochi mesi sotto l’occhio vigile dell’Mfa. 
I valori alla base del 25 aprile vengono sanciti dalla costituzione approvata il 25 aprile del 1976, due anni esatti dopo la rivoluzione dei Garofani. È un testo lungo, i costituenti sapevano che la società era profondamente conservatrice e che, nonostante le intense mobilitazioni, il futuro si presentava incerto. Così quella carta, tutt’ora in vigore, impone l’obbligo allo stato di garantire pensioni e un servizio di salute universale e tendenzialmente gratuito, vieta esplicitamente il licenziamento senza giusta causa e prescrive al governo di promuovere politiche di pieno impiego.
25 aprile 2012, sono passati quasi quarant’anni da quei mesi gravidi di speranza e davvero poco sembrerebbe essere rimasto dello spirito che aveva animato quella Rivoluzione. Vasco Lourenço, uno dei capitani dell’Mfa e oggi presidente nazionale dell’Associação 25 de Abril, (A25A), che, come l’Anpi in Italia, difende i valori dell’antifascismo, decide un gesto eclatante: «Quest’anno non parteciperemo alle celebrazioni ufficiali». Perché? Perché l’A25A considera che quel contratto sociale stipulato tra militari e cittadini è stato cancellato dal governo, perché le politiche di austerità introdotte in quest’ultimo anno sono andate tutte nella direzione di riscrivere fin dalle fondamenta quei principi etici e morali sanciti nella costituzione.
La democrazia sostanziale ha lasciato il posto alla democrazia formale e le politiche di pieno impiego sono state sostituite dai dogmi monetaristi che ricordano molto da vicino quelli applicati da Pinochet all’indomani dell’11 di settembre del 1973. Dopotutto, Milton Friedman è uno dei principali punti di riferimento dell’attuale ministro delle Finanze Vitor Gaspar.
Ieri il 25 aprile è stata una giornata triste, fredda e piovosa. Il 15% di disoccupazione e una retribuzione media oraria di appena 12 euro (in Italia è di circa 26 euro) sono lì a testimoniare le difficoltà che hanno i valori del 25 aprile ad affermarsi. Chiudono gli ospedali, chiudono le fabbriche, cancellate tredicesime e quattordicesime, tutto senza che per il governo si profili il benché minimo problema di consenso, qualche punto nei sondaggi, forse, ma nulla di più: se oggi ci fossero le elezioni probabilmente l’attuale coalizione di centro destra, guidata da José Pedro Passos Coelho, le vincerebbe nuovamente.
Mario Soares, fondatore del partito Socialista, ex primo ministro ed ex presidente della Repubblica si accoda alle proteste dell’A25A e anche lui rinuncia a partecipare alle commemorazioni ufficiali. È tardi ci sentiremmo di dirgli, doveva pensarci un anno fa quando fece pressioni affinché il Portogallo dichiarasse bancarotta, ci avrebbe dovuto pensare alla fine degli anni settanta quando i governi da lui guidati cominciarono a mettere in discussione quelle che erano state le vittorie del 25 aprile. Per la gran parte dei portoghesi la rivoluzione dei Garofani è soltanto l’anniversario della fine di una dittatura non più fascista ma semplicemente e banalmente autoritaria, è una festa che non divide perché è stata svuotata di gran parte dei suoi contenuti, sbiadita come una vecchia fotografia nella quale non si riesce più a riconoscere i dettagli e il contesto nel quale era stata scattata rimane solo un vago e lontano ricordo.

* Il Manifesto 26 aprile 2012 

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