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I falsi amici. Infiltrazioni fasciste nelle iniziative di solidarietà

Nota del giugno 2013

“A seguito della pubblicazione di questo Dossier abbiamo ricevuto contestazioni generiche e minacce di adire le vie legali, ma nessuna precisazione nel merito dei fatti qui esposti. Con la presente Nota vogliamo informare tutti i soggetti potenzialmente interessati che da parte delle associazioni firmatarie del Dossier esiste la più ampia disponibilità a rettificare informazioni risultanti eventualmente, e dimostratamente, scorrette, e pubblicare a richiesta eventuali note di commento in calce al nostro testo, purché strettamente inerenti a quanto da noi qui trattato”.
CNJ-onlus – UPP

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SINTESI: In contraddizione con la tradizione reale, storica, dell’atteggiamento della destra nazionalista e fascista riguardo agli jugoslavi in generale ed ai serbi in particolare, si registra da tempo uno strano interessamento di raggruppamenti neofascisti a proposito della “causa serba”.
Questo interessamento sta avendo un apice negli ultimi tempi in iniziative riguardanti la componente serba del Kosovo. Purtroppo singoli elementi e settori reazionari, soprattutto legati alla emigrazione anticomunista e antijugoslava nella Trieste post-1945, quasi masochisticamente alimentano la presenza della destra fascista nelle iniziative che li riguardano. Un certo tipo di impostazione “separata” ed “escludente” della discussione sulle tematiche jugoslave (“Stato ortodosso”, “riunificazione della terra degli ortodossi”) ricalca, come riflettendola in uno specchio deformante,;cioè la vulgata corrente che vorrebbe la Jugoslavia come artificiale “gabbia dei popoli” la cui distruzione era inevitabile se non addirittura auspicabile perché le diverse “etnie” potessero liberamente esprimere la loro identità  – o, per usare sempre il linguaggio della estrema destra: la loro spiritualità.
In realtà, all’attivismo per così dire “sincero”, in buona fede, di elementi della destra estrema a sostegno di una malintesa “causa serba”, si affiancano componenti e motivazioni di carattere diverso. Si registrano infatti sempre più frequentemente tentativi di infiltrazione in iniziative pre-esistenti, avviate da molti anni dalle realtà progressiste che si sono sempre coerentemente battute contro la guerra e contro la “etnicizzazione” dei rapporti nei Balcani. Talvolta si hanno casi di plagio o approcci di natura evidentemente provocatoria, mirati vuoi a “scavalcare” e “recuperare” iniziative e tematiche, vuoi a disarticolare e impedire la prosecuzione di un lavoro di solidarietà e contro-informazione impostato su basi limpide, democratiche e internazionaliste, per capovolgerlo e trasformarlo invece nel suo esatto contrario. 
Non è un segreto per nessuno che la fortissima presenza militare ed imprenditoriale in quei territori impone a Stati come l’Italia l’avvio di operazioni di   mirate al controllo totale delle iniziative di solidarietà  e delle loro possibili implicazioni politiche. E gli interessi geopolitici nell’area non sono solo di parte italiana, ma anche di altri Stati terzi, e persino di soggetti come la Chiesa cattolica. 
Nel migliore dei casi sono l’individualismo, il carrierismo, persino l’avidità di chi ha fiutato occasioni di investimento economico o turistico a causare confusione, consentendo che le iniziative nate nel campo della solidarietà  tra lavoratori e tra popoli siano inquinate da concezioni inaccettabili, che la Storia ha messo al bando molti decenni fa, proprio soprattutto in quelle terre. Per quanto riguarda i serbi, non è inedito il ruolo fondamentalmente anti-patriottico dei cetnizi, da sempre collaborazionisti dell’occupante straniero simbologie reazionarie e nostalgiche, il revisionismo storico anti-partigiano,  sciovinismo anti-islamico  non sono segni di una ritrovata identità  nazionale, ma al contrario sono fomentati dal “nuovo corso” anti-jugoslavo e filo-occidentale.  La presenza e le attività  di settori della destra estrema in ambito serbo portano acqua al mulino di chi della Serbia e dei serbi, negli ultimi 20 anni, ha voluto costruire una immagine negativa. Questi sono a tutti gli effetti i falsi amici  del popolo serbo: è bene imparare a guardarsi le spalle.

Leggi il Dossier alla nostra pagina:
http://www.cnj.it/CNJ/falsiamici2013.htm#dossier

Redazione Contropiano.
Pubblichiamo volentieri questa denuncia-dossier, anche perché risponde con logica ineccepibile al perché politico i fascisti (e la Digos o i servizi”) cerchino sistematicamente di infiltrarsi anche nei più innocuo movimenti e nei comitati di solidarietà con le molte “cause perse” esistenti al mondo.
Evidenziamo queste ragioni:
– “la fortissima presenza militare ed imprenditoriale in quei territori impone a Stati come l’Italia l’avvio di operazioni di   mirate al controllo totale delle iniziative di solidarietà  e delle loro possibili implicazioni politiche
“approcci di natura evidentemente provocatoria, mirati vuoi a “scavalcare” e “recuperare” iniziative e tematiche, vuoi a disarticolare e impedire la prosecuzione di un lavoro di solidarietà e contro-informazione impostato su basi limpide, democratiche e internazionaliste, per capovolgerlo e trasformarlo invece nel suo esatto contrario“-

Identico ragionamento, per ragioni assolutamente identiche o simili, va fatto per i “normali” movimenti di lotta (studenti, precari – della scuola o di altri settori – e persino “finto operai”).

Un dossier quindi da leggere, meditare, rileggere e ripensare. Certo, 40 anni fa era cultura comune del movimento e delle formazioni della sinistra (non solo rivoluzionaria, dobbiamo dire). Una delle ragioni, certo non l’unica, della decadenza assoluta della “sinistra” risiede anche nella dissipazione idiota di questa cultura conflittuale (si confligge contro qualcuno, di solito; il quale non sta mica lì a guardare e “pettinar le bambole”).

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Il testo del dossier:

I FALSI AMICI

Dossier sulle infiltrazioni della destra nazionalista e fascista nelle campagne a sostegno delle vittime serbe delle guerre di secessione in Jugoslavia


PREMESSA

« “Io ho quel che ho donato” affermava D’Annunzio. » A citarlo così, sulla loro pagina internet, è l’organizzazione di solidarietà  LOVE Onlus, che come vedremo tra poco nasce con il primo e principale intento di fare solidarietà  ai serbi del Kosovo. Però LOVE ha la specificità  di collocarsi nella “galassia bruna”, cioè la costellazione dei raggruppamenti della estrema destra italiana.

Eppure la posizione di D’Annunzio sui serbi e sulla Jugoslavia era stata spiegata senza ombra di equivoci dal diretto interessato già  nel 1920:

« Bisogna opporsi alla costituzione definitiva del S.H.S. [acronimo per il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, primo nome della Jugoslavia]; distruggere il mostro jugoslavo. Ho studiato da vicino il moto croato contro il predominio serbo e l’ho favorito come ho potuto, spesso impedito dalle più aspre angustie. Il destino del Regno jugoslavo È segnato. Non È formato secondo le leggi della vita statale. “Si dissolverà, perirà “. Degli indizi mi fanno prevedere certa l’agonia e la morte di questo nostro avversario. Il quale, in ogni modo, per fatto storico ed etnico, “deve perire”, anche se riesca temporaneamente ad interrompere e a rompere il cerchio che lo serra. » [1]

Nello stesso 1920 Mussolini a Trieste pronunciava la nota invettiva: « Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani. » 

I serbi non vanno forse annoverati nella “razza slava”? Queste due citazioni potrebbero essere ragionevolmente sufficienti ad illustrare l’atteggiamento, storico e fattuale, della destra nazionalista e fascista nostrana riguardo agli jugoslavi in generale ed ai serbi in particolare. Né può creare dubbi o confusione il fatto che, per le esigenze imperial-irredentiste di espansione territoriale, l’Italia aggredì dapprima sloveni, croati e montenegrini e solo secondariamente o indirettamente i serbi. A poco vale la retorica sulla fratellanza italo-serba di origine addirittura risorgimentale, cementatasi con le vicende della I G.M.: si tratta di questioni interessanti dal punto di vista storico, ma la linea di politica estera italiana era già allora una linea imperialista, tesa a strumentalizzare il “risorgimento serbo” per tradirlo da subito. [2] 

Che i serbi non si giovarono affatto, mai, delle politiche italiane, tantomeno di quelle fasciste, potrebbe dimostrarlo la sola vicenda degli ustascia, il movimento ultranazionalista, bigotto e razzista croato, che proprio dall’Italia fascista fu “coltivato in provetta” per una dozzina d’anni allo scopo di sovvertire il confinante Regno di Jugoslavia. Grazie al sostegno dell’OVRA, i terroristi ustascia guidati dal loro leader Ante Pavelic, assieme ad altri assassini assortiti, in primis separatisti macedoni, ebbero le loro basi clandestine di addestramento in Italia e dall’Italia ricevettero ogni tipo di appoggio. [3] Per un decennio il terrorismo anti-jugoslavo si manifestò con sanguinosi attentati, come quello di Marsiglia del 1934, che costò la vita al Re Alessandro I e al ministro degli Esteri francese Louis Barthou. 

L’obiettivo della distruzione della Jugoslavia fu “centrato” con l’attacco e la distruzione del paese nell’aprile 1941. E’ sempre D’Annunzio a spiegare con chiarezza le motivazioni dell’aggressione dell’Italia e della Germania, che invasero il territorio per smembrarlo ed inglobarne ampie porzioni, fiancheggiate dagli alleati bulgari, ungheresi e albanesi e dai traditori e collaborazionisti locali come Pavelic: « La Jugoslavia, in quanto tale, ha cessato di esistere […] Così un’altra ingiustizia della pace di Versaglia è cancellata dalla storia della nuova civiltà.» [4]

In un’altra pubblicazione periodica uscita negli stessi giorni della aggressione[5] tali convincimenti erano espressi in maniera più articolata ma con toni se possibile ancor più astiosi, attraverso una serie di testi riguardanti l'”Artificiosità  del Regno S.H.S.”, il “Mito dalmata”, l'”Adriatico grande lago italiano”, e così via. L’articolo dedicato a “Tredici secoli di storia croata” era concluso dal seguente annuncio: 

« Il 17 maggio [1941] è annunciato dalla stampa italiana l’arrivo a Roma di una delegazione croata con a capo il Poglavnik (Duce) Ante Pavelic per chiedere alla Maestà  del Re Imperatore di designare un principe di Casa Savoia che cingerà  la corona croata. […] Il Re risponde all’indirizzo di Ante Pavelic dichiarando di esaudire le aspirazioni del popolo Croato “la cui storia per tanti nessi è collegata alla nostra e che tenacemente ha orientato nei secoli la sua vita intellettuale e morale verso la civiltà di Roma”, designando “il Nostro diletto nipote, l’Altezza Reale Aimone di Savoia-Aosta, Duca di Spoleto”, che assumerà  il nome di Tomislavo II.»

Doveva essere questo – l’ascesa di un Savoia al trono della Croazia “indipendente” – il coronamento di un ventennio di sforzi e “operazioni coperte” dell’Italia fascista, colonialista e slavofoba, per la distruzione della monarchia guidata dai Karadjordjevic e l’umiliazione, innanzitutto, della parte serba. Se Aimone di Savoia-Aosta evitò di prestarsi alla pagliacciata e mancò di insediarsi per davvero non fu certo per mancata convinzione o coerenza, ma perché il regime di Ante Pavelic stava già dimostrando tutta la sua delirante ferocia e insostenibilità  dal punto di vista legale e morale.

Erano infatti iniziati da subito i massacri degli ustascia, perpetrati con inaudito sadismo ai danni soprattutto dei serbi, nell’ambito di una allucinante crociata, cattolica e nazionalista allo stesso tempo. I luoghi di quella mattanza hanno nomi rimasti impressi nella Storia e nella memoria balcanica come lo sono a livello mondiale Auschwitz e Mauthausen: da Jasenovac, dove gli ustascia sgozzavano “a mano”, fino a Jadovno, dove “inventarono” le foibe, gettandovi migliaia di persone di religione ortodossa. Alla fine, i serbi sterminati nel sistema concentrazionario nazifascista furono non meno di 700mila. 

Un altro Aimone, di cognome Finestra, ex militare fascista recentemente scomparso, si occupò direttamente di prendere il controllo dei siti in cui gli ustascia sterminavano i serbi; le sue memorie su questo e sulle sue altre esperienze balcaniche (comandò formazioni cetniche anticomuniste, collaborazioniste degli italiani) hanno avuto in anni recenti una certa circolazione tra chi vorrebbe equiparare croati ustascia a croati partigiani, “foibe” di Jadovno a “foibe” istriane. Semplificazioni che, nelle intenzioni di qualcuno, dovrebbero servire a creare effimere alleanze in chiave nazional-nazionalista (italo-serba), ma incrementano invece soltanto la confusione e repulsione in un quadro che è già incomprensibile alle opinioni pubbliche. In realtà, nessuna acrobatica alleanza contingente può cancellare la lampante evidenza storica: ustascia e partigiani erano su fronti opposti – gli ustascia in particolare finanziati e addestrati proprio dal fascismo italiano nel corso di tutti gli anni Trenta, i partigiani invece mobilitati in armi sia contro gli occupatori italiani che contro gli aguzzini ustascia.

La destra di derivazione fascista ha poca o nulla legittimità storica a sostenere la “causa serba”. Soprattutto, il genocidio ustascia non è proprio un argomento che essapossa usare… Tantomeno può strumentalizzare la questione della regione del Kosovo.

 LA QUESTIONE KOSOVARA

Per quanto riguarda il Kosovo, i fatti storici stanno negli stessi identici termini. Qui nel 1941-1945 dapprima i fascisti italiani, poi i nazisti tedeschi, furono i veri artefici della “Grande Albania” etnicamente ripulita dalla componente serba. [6] I fascisti italiani, in particolare, che occupavano colonialmente il Montenegro, vezzeggiarono allo stesso tempo sia la parte cetnica (nazionalista monarchica e grande-serba) che la parte nazional-separatista montenegrina (gli “zelenasi“, illusi anche in virtù della nazionalità della regina Elena); ma alla fin fine amputarono il Montenegro e concessero ai fascisti albanesi ampi territori, incluso tutto il Kosovo. [7] 

Un Kosovo completamente albanizzato – come è tornato ad essere oggi – fu cioè il preciso progetto del Fascismo italiano prima e del Nazismo tedesco poi, nel corso della II G.M.. Quando le forze italiane entrarono in Kosovo, erano accompagnate da albanesi d’Albania. Gli albanesi che vivevano in Kosovo si unirono alle forze di invasione che aprivano loro la strada verso nord e ovest, e tendevano agguati alle unità dell’esercito jugoslavo che affrontavano gli invasori. Questi albanesi, nativi sia dell’Albania che del Kosovo, scatenarono una campagna di assassini e deportazioni nei confronti dei serbi. Inizialmente, la mattanza era portata avanti in modo disorganizzato da unità di “kachaki” irregolari. Nondimeno, venne presto costituita una milizia kosovara locale, detta “Vulnetari”, che insieme ad altre unità  iniziò persecuzioni più sistematiche.

Sotto il nazifascismo, nella zona venne ripristinato il sistema di proprietà feudale di derivazione ottomana: i contadini persero così i beni ottenuti grazie alla riforma agraria del 1918, attuata dal regno jugoslavo. Rispuntarono i “bey” e gli “aga”, che tornarono a controllare la distribuzione dei prodotti agricoli e la vita sociale in quanto rappresentanti del nuovo Stato panalbanese. Le razzie contro il bestiame e la distruzione dei beni degli ortodossi erano consuetudine. 

Gli italiani si preoccupavano solo di realizzare il disarmo completo della popolazione ortodossa. Nel luglio 1943 tutta la popolazione serba di Gnjilane volontariamente si lasciò rinchiudere in un campo di internamento italiano per sfuggire alle violenze dei fascisti albanesi. Il capo della polizia di Gnjilane, Rifat Berisha, un immigrato dall’Albania, fu responsabile delle violenze su circa 600 abitanti della cittadina. 

I pogrom anti-serbi si intensificarono ulteriormente dopo il collasso italiano nel settembre ’43. Ad esempio, il 3 dicembre del 1943 circa 400 membri del cosiddetto “Reggimento del Kosova”, guidati da Xhafer Deva, circondarono Pec e nel giro di 4 giorni uccisero più di 300 persone con metodi analoghi a quelli dei loro alleati ustascia nella Grande Croazia di Stepinac. Sotto il controllo tedesco si svilupparono in Kosovo il movimento nazionalista pan-albanese Balli Kombetaer (i cosiddetti balisti) e la Divisione SS albanese “Skanderbeg”.

  FASCISTI, CETNIZI E PARTIGIANI

Le politiche antiserbe e antimontenegrine degli italiani vanno inquadrate anche nell’atteggiamento plurisecolare della Chiesa cattolica romana verso i Balcani: tali politiche sono infatti strumentali ad una ri-cattolicizzazione a nord – per mano ustascia – come a sud – per mano dei nazionalisti albanesi, tra i quali esiste una componente cattolica molto attiva. [8] 

L’unica parte in lotta che nel corso della II G.M. oggettivamente difese gli interessi di sopravvivenza e nazionali della popolazione, serba e non serba, furono i partigiani, primi e principali nemici del nazifascismo. D’altronde, tra i partigiani jugoslavi (cioè di tutte le nazionalità con-viventi nel territorio degli “slavi del sud”) i serbi erano in grande maggioranza ovunque; soprattutto, i serbi aderirono massicciamente al movimento partigiano di Tito di fronte alle aggressioni rivolte contro di loro dagli elementi del nazionalismo separatista. 

Durante la II G.M., gli stessi cetnizi – le formazioni monarchiche serbe -, per il loro atteggiamento ambiguo e collaborazionista nei confronti del fascismo e del nazismo, sono visti con crescente sfiducia dalle popolazioni serbe rurali. Essi sono, per antonomasia, i traditori del loro popolo: traditori come Milan Nedic, Dimitrije Ljotic, ed il più popolare, ma non meno traditore, Draza Mihajilovic, che sarà processato e condannato a morte nel 1946. [9] Inizialmente schierati dalla parte degli Alleati, e soprattutto sostenuti dagli inglesi, nel corso della guerra i cetnizi si dimostrano molto più ostili ai comunisti che non ai nazifascisti: cosicché si muovono nello scacchiere del conflitto con tale doppiezza da essere ben presto “scaricati” dagli angloamericani, che trovano più affidabile anche militarmente il movimento, insieme patriottico e internazionalista, guidato da Tito. Nella fase finale della II G.M., quelli tra i cetnizi che non si erano già sbandati combattevano al fianco dei nazifascisti. Un movimento dunque ambiguo, storicamente filo- (e non anti-) occidentale, segnatamente filo-inglese, reazionario ed anticomunista. E’ perciò sorprendente che i cetnizi siano tanto vezzeggiati da una destra fascista che ci tiene di norma a presentarsi come ostile al mondo anglosassone, sorvolando sul fatto che furono proprio gli angloamericani i maggiori sponsor di Mihajlovic nella II G.M..

A fronte della verità  storica che abbiamo fin qui sintetizzato, lo zelo di associazioni e raggruppamenti dell’estrema destra in merito alla “causa serba” in Kosovo ci appare a dir poco enigmatico. 

Lo scorso 24 giugno a Vicenza la rivista dal nome eloquente “Stato&Potenza” con la partecipazione della locale Associazione “Sloga”, fondata da alcuni serbi residenti in Italia, e del partito serbo Dveri, ha organizzato una iniziativa pubblica sul tema del Kosovo e della “spoliazione territoriale dello Stato ortodosso [sic] governato da Belgrado“. E’ intervenuto anche “un prete ortodosso della Comunità  di Milano, che ha spiegato il significato spirituale e religioso della terra del Kosovo e dell’importanza che questa regione riveste nel discorso della riunificazione della terra degli ortodossi che risiedono nell’area balcanica“. [10]

“Stato&Potenza” è una rivista web “lanciata” circa un anno fa dalla associazione “Strade d’Europa”. Gli elementi che animano l’una e l’altra derivano soprattutto dalla esperienza del “Coordinamento Progetto Eurasia” (http://www.cpeurasia.org).

Addetto stampa di Strade d’Europa è Lorenzo Salimbeni – figlio del più noto docente universitario Fulvio a sua volta spesso impegnato nelle attività dei settori revanscisti istriani e dalmati. Tra i redattori più assidui è Marco Bagozzi, anch’egli triestino, vice responsabile di “Generazione Europa”.

Il professato antiamericanismo di questi intellettuali è tale che un’altra loro recente iniziativa si è tenuta… con la collaborazione dell’Associazione Italo-Americana FVG e dell’American Corner di Trieste nell’Aula Magna dell’Associazione Italo-Americana, il 19 marzo 2012 a Trieste.

Nel febbraio 2012 il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus (CNJ) è oggetto di una specie di requisitoria da parte proprio del Bagozzi. [11] L’intervento, storiograficamente confuso e paradossale, è in realtà una versione riveduta e corretta di un articolo giàapparso sul quotidiano nazional-socialista “Rinascita” (http://www.rinascita.eu/) in data 28 febbraio 2008. A ben vedere il testo non è nemmeno una critica al CNJ o alle sue attività, ma una specie di sfogo inconsulto contro la Storia e la memoria della Jugoslavia federativa e socialista guidata da Tito. 

Quello che urta mortalmente “Stato&Potenza” è la pagina internet del CNJ in cui si sostiene – dimostrandolo con documentazione testuale e fotografica inconfutabile (cfr.n.6) – che l’irredentismo pan-albanese è stato storicamente un prodotto del nazifascismo. Bagozzi esalta piuttosto le “numerose bandiere monarchiche e cetniche nelle strade di Belgrado“, che sono invece il segno della sconfitta e del degrado politico della Serbia di oggi, il frutto del colpo di Stato, cetnico e filo-occidentale a un tempo, verificatosi nell’ottobre 2000. [12]

E’ evidente che quel tipo di argomentazioni (“Stato ortodosso”, “riunificazione della terra degli ortodossi”) possono forse interessare qualche fanatico religioso ma non certo i cittadini serbi nella loro totalità, tantomeno gli jugoslavi cioè l’insieme delle popolazioni autoctone che vivono in quelle terre. Il nazionalismo puro (non “patriottismo”) e indubbiamente di destra, inserito nell’astratto mito dell’”Eurasia”, ove paradossalmente una Serbia cristiano-ortodossa diventa oggetto quasi di culto, specialmente strumentalizzando la regione del Kosovo-Metohjia con le sue “minoranze” serbe, è oggi più che mai propagandato in modo simbolico e subdolo attraverso il web su scala non solamente italiana o serba, ma globale e spesso anglofona. Pagine e siti di questo tipo, strutturati in un sistema di scatole cinesi, propinano integralismo religioso, tendenze omofobe, temi identitari cari alla tradizione “nera”, interpretazioni delle vicende storiche imprecise e tendenziose. [13]

 DA RINASCITA A RINASCERE

Attorno alla questione serba da anni si registra il bizzarro attivismo di soggetti di destra, soprattutto “nazimaoisti”, seguaci cioè delle incongruenti teorie “nazionalbolsceviche” di Jean Thiriart, fondatore di “Jeune Europe”. [14] Assieme alla “nuova destra” di Alain De Benoist e affini, i “nazimaoisti” popolano quella brodaglia comunemente indicata come “comunitarista” o “rossobruna”, che si articola in realtà  in un insieme intricato di sigle e relazioni contraddittorie. [15] Se la “nuova destra” rappresenta la faccia “per bene” di tale brodaglia, in grado di lusingare una certa intellettualità  di sinistra utopizzante e privata di riferimenti ideologici solidi, i “nazimaoisti” si muovono in maniera meno trasparente, ma non per questo i loro approcci risultano inefficaci. La loro “internazionale” esiste da decenni ed è attiva anche in Serbia soprattutto attorno alla figura di Yves Bataille.

Megafono dei nazimaoisti in Italia è soprattutto il quotidiano “Rinascita”. [16] Ne è direttore Ugo Gaudenzi, tra i fondatori nel 1969 dell’organizzazione “Lotta di Popolo”. Il giornale per una prima fase è stato organo di informazione del “Fronte Nazionale” di Adriano Tilgher e, dopo la rottura tra Gaudenzi e Tilgher, si autonomizza, diventando il traino di un’iniziativa di riaggregazione dal “basso” dell’area per la costruzione di un nuovo soggetto politico nazional-rivoluzionario, dalla vocazione fortemente antisionista: il “Movimento di Rinascita Nazionale”, che raggruppa soprattutto fuoriusciti dalla “Fiamma Tricolore” di Rauti. Siamo nel 2000. Nella home page del quotidiano campeggia il simbolo del raggruppamento: tre frecce in un cerchio, riproposizione  del simbolo, senza molte variazioni, della Divisione italiana  delle Waffen-SS, la 29.ma Legione. [17]

Il Movimento di Rinascita Nazionale però nel giro di pochi anni evidentemente si dissolve, e le anime politiche del quotidiano “Rinascita” paiono essere piuttosto certi nuovi gruppi nazionalsocialisti. [18] Il logo del quotidiano diventa dapprima una più tradizionale folgore, già emblema di Jeune Europe. Oggi non c’è più nemmeno quella: accanto alla testata appare solo il faccione di Nietsche; ed il sottotitolo da “Quotidiano di liberazione nazionale” è diventato “Quotidiano di sinistra nazionale”.

Ma che sinistra?? La coerenza non è il punto forte di “Rinascita”… Sul quotidiano, il 19 luglio 2012 appare un lungo testo a firma di tale Mark Dennison, quasi elogiativo sui raggruppamenti extraparlamentari marxisti-leninisti (sic); ma in altre occasioni si rivalutano invece figure di famigerati anticomunisti e antipartigiani, addirittura torturatori come Gaetano Collotti, definito “un eroe della RSI“. [19]

Per quanto riguarda i Balcani, gran parte degli articoli che appaiono su “Rinascita” sono in linea con la tradizione della destra: evidenziano infatti la tipica attitudine anti-jugoslava (“Stato artificiale“), anti-serba ed anti-russa (“La Serbia, dunque, satellite russo, ci fu sempre ostile“); ma anche slavofoba in genere e soprattutto revanscista verso Istria e Dalmazia. [20]

Eppure, per un periodo su “Rinascita” spiccavano i contributi a firma di Maria Lina (“Marilina”) Veca, collaboratrice del quotidiano almeno fino al 2004. La sua figura è emblematica della trasversalità  con la quale questi personaggi riescono ad operare nella galassia dell’associazionismo. La giornalista era punta di lancia di una sorprendente tendenza “filo-serba” e “filo-jugoslava” sulle pagine del quotidiano; ma non ci si venga a dire che l’incontro tra la Veca e “Rinascita” fu incidentale: il legame era ben più strutturale di quello tra una giornalista e la sua testata di riferimento. Nel luglio del 2000, alla fondazione del Movimento di Rinascita Nazionale, Maria Lina Veca era stata infatti incaricata di guidarne la Federazione romana. D’altronde, già negli anni Novanta era stata co-autrice di testi assieme a Isabella Rauti e Luca Romagnoli per le edizioni Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

La Veca pubblica su “Rinascita”, nei primi anni 2000, numerosi pezzi a sostegno della Jugoslavia di Milosevic, nei quali usa toni non solo filoserbi ma addirittura jugoslavisti, attingendo pure (senza autorizzazione) dai testi che il Coordinamento per la Jugoslavia diffonde in internet.

Un lavoro giornalistico particolarmente significativo della Veca in quella fase è sul caso di Emir Sisic, aviatore jugoslavo rinchiuso nelle carceri italiane, del quale i giornali nostrani non riportavano notizie. Solo Marilina, che fa spola con Belgrado, segue la vicenda iniziata il 7 gennaio 1992, quando sul cielo nei pressi di Varazdin, in Croazia vicino al confine ungherese, Sisic dovette intervenire contro due elicotteri italiani partiti dalla base ungherese di Kaposvar in volo non autorizzato. In quel momento la Croazia non era ancora stata riconosciuta come indipendente e l’aviazione federale jugoslava era legittimamente tenuta alla difesa del suo spazio aereo specie a fronte di possibili sorvoli con finalità di spionaggio. Sicic abbatté uno dei due elicotteri, perirono quattro militari italiani e uno francese.

Dopo l’estradizione in Italia il 21 giugno 2002, Sisic viene processato. L’avvocato Augusto Sinagra si impone (in senso letterale, effettuando pressioni per scalzare il legale precedente, Mastelloni) come avvocato difensore di Sisic. 

Anche quella di Sinagra è una ben strana figura di “filojugoslavo”! [21] Ha scritto Marilina testualmente: “La presenza dell’Avvocato Sinagra ci fa ritenere che la difesa [di Sisic] verrà condotta con il coraggio e l’amore per la verità che hanno sempre contraddistinto il suo lavoro“. [22]

A questo punto però Marilina Veca si allontana dall’ambiente degli ex della Fiamma Tricolore ed abbandona completamente anche “Rinascita”, nel tentativo di approdare sulla sponda opposta. “Rinascita” però non smette di occuparsi assiduamente di cose jugoslave. Il quotidiano viene affiancato nel 2006 da uno specifico portale, “Rinascita Balcanica”, che dimostra di avere importanti agganci ben al di là della Serbia, espandendosi dalla Romania alla Polonia con corrispondenti in loco. Addirittura nel 2009 in Albania pubblica un paginone in lingua italiana all’interno del quotidiano “Gazeta Libertas”, e annuncia: “Nasce l’Agenzia e la Televisione dei Balcani”. 
« “Rinascita Balcanica” è una struttura complessa, dietro la quale vi è la fondazione Etleboro, mentre il creatore di questa macchina pensante è Michele Altamura, il quale ha finanziato il progetto con qualsiasi cosa avesse. » [23] 

In internet, l’indirizzo http://www.rinascitabalcanica.com ben presto sparisce, e diventa meno evidente anche il collegamento con il quotidiano “Rinascita”; da parte sua Etleboro si trasforma in “Osservatorio Italiano”, [24] una efficientissima agenzia stampa. L’interesse “militante” della destra estrema per una Serbia intesa come “baluardo europeo”, contro il mondo islamico da un lato e il mondo anglosassone dall’altro, ha lasciato il campo a una specie di servizio professionale di intelligence per il capitalismo italiano che delocalizza nei Balcani… A muovere il tutto non sono più, evidentemente, dei semplici ex-militanti della Fiamma Tricolore, ma personaggi “apolitici” che reggono i fili di una struttura ben più complessa e potente. “Rinascita”, come accolita di nostalgici idealisti nazional-rivoluzionari, è rimasta forse indietro rispetto a tanta industriosità  geopolitica; non ha smesso comunque di occuparsi ossessivamente di Balcani (http://balcani.rinascita.eu/).

 JUGOSLAVISMO INSOSTENIBILE

La Veca nel frattempo è “partita per la tangente” e supera se stessa in “jugoslavismo”: con approcci insistenti prova ad accreditarsi e aderire al Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, senza successo. Riesce in compenso ad instaurare collaborazioni con realtà dell’editoria della sinistra extraparlamentare. Ha appena abbandonato la collaborazione con “Rinascita”, che già  si fa candidare alle elezioni locali in liste… comuniste e arcobaleno (sic) nel 2006-2008. Nello stesso periodo promuove la Associazione RINASCERE ONLUS/AMICIZIA ITALOSERBA (http://www.amiciziaitaloserba.it/). Con il nuovo marchio riesce a coinvolgere nelle sue attività soggetti istituzionali serbi e realtà  associative ed editoriali della sinistra italiana. Alle sue iniziative partecipano personaggi come David Bidussa e Nino Marazzita. Convertita infine all’Ortodossia, si dedica oggi a “Danzare nelle diaspore” (sic) tra ritmi ebraici Klezmer e sevillanas. E non mancano nemmeno i progetti in solidarietà con Cuba!

La firma di Maria Lina Veca negli anni era apparsa su diversi siti che si occupano di questioni militari, servizi segreti, stragi di Stato, Gladio, e simili. La giornalista risulta tuttora Direttore Responsabile del giornale online Tibereide (http://www.tibereide.it/), che nel tempo appare aver mutato vocazione, un po’ come la sua direttrice, ma continua ad occuparsi soprattutto di diritto militare e diritti dei militari. Il sito era stato inizialmente avviato assieme a Marco Saba, strana figura di presenzialista internet con la “fissa” per le questioni relative all’uranio impoverito e al “signoraggio” bancario.

Nel carnet delle collaborazioni di Marilina, tra i più assidui c’è Stefano Vernole, specialista di Balcani per la rivista “di studi geopolitici” Eurasia (www.eurasia-rivista.org) diretta da Claudio Mutti, ed autore di libri editi dalle Edizioni “All’Insegna del veltro” dello stesso Mutti. Quest’ultimo era stato tra i fondatori di “Ordine Nuovo” assieme a Franco Freda, anche se oggi è convertito… no, non all’Ortodossia, bensì all’Islamismo: è autore di “Nazismo e Islam”, testo apologetico dei volontari bosniaci nelle SS (la “Divisione Handzar”). Anche Mutti, comunque, ha dei trascorsi nazimaoisti: fu dirigente di “Giovane Europa” negli anni Sessanta. [25] 

Se è paradossale il “filoserbismo” di un redattore di una rivista diretta da un nazi-islamista, assolutamente insostenibile dal punto di vista logico è lo “jugoslavismo” professato in qualche occasione in questi ambienti. A Trieste il 9 maggio 2009, presso la Sala Risto Skuljevic della Comunità  Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste, si tiene una iniziativa cui intervengono Lorenzo Salimbeni per “Strade d’Europa” (ma che, per inciso, è anche redattore di Eurasia), il Vescovo Serbo-Ortodosso del KosovoMetohija Artemije, i già menzionati Stefano Vernole e Marilina Veca, ma anche un tale Michele Antonelli autore di un libro dal titolo (udite udite) “Canto d’amore per la Jugoslavia”! (Il libro però è edito da Il Cerchio, casa specializzata in pubblicazioni medievalistiche e esoteriche).  L’iniziativa gode del contributo dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste e del patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia, rientrando nei Seminari 2009 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

 IN KOSOVO CON LOVE

Veniamo all’oggi. La novità degli ultimi due anni o giù di lì viene dagli ambienti contigui a CasaPound, la nota organizzazione del fascismo “sociale” che attraverso gli appoggi del centrodestra “in doppiopetto” ed una oculata gestione delle concessioni del marchio in leasing ha conseguito in Italia una rilevante disponibilità  immobiliare e diffusione sul territorio. [26] L’iniziativa di “solidarietà” verso i serbi-kosovari è gestita dalla associazione “BeLove Revolution” (http://beloverevolution.org/), nome che vorrebbe dire “Sii la rivoluzione dell’amore” (ma perché in lingua inglese?), poi diventata più semplicemente “Love” (“Amore”), anzi “LOVE onlus”, anzi “LOVE Italia”, come una filiale di qualche azienda transnazionale della solidarietà – in effetti sarebbe attiva almeno anche in Svizzera. E se scriviamo azienda non è per caso: aziendalista è l’immagine che trasmette attraverso il sito internet, dotandosi persino di una “Mission” e di una “Vision”. [27]


Presidente di LOVE è Fabio Franceschini, che il suo primo viaggio in Kosovo lo fece con Gianluca Iannone – fondatore e leader di CasaPound Italia – passando però prima, non a caso, al Ministero per il Kosovo, a Belgrado. Di questo viaggio, merita menzionare alcune delle perle di Iannone (dal diario di viaggio pubblicato al sito:http://lucanianonconforme.wordpress.com/2011/01/03/396/ ):

« Vorrei introdurre le mie conclusioni sul fallimento dell’ipocrisia marxista-leninista, sui deliri della classe operaia e sulle farneticazioni dell’uguaglianza. E’ evidente che la razza, intesa come spirito sangue terra, è superiore rispetto al concetto di classe. Ma taccio. »

E poi:

« [La signora Mirjana] ci porta la pita calda con formaggio e verdura, è buona. E ci regala un libro scritto in duplice lingua. ” ‘Cuore di Lupo’ si chiama. L’ha scritto una ragazza di Roma [Maria Lina Veca, in realtà] che ha preso a cuore la causa serba e le sta dedicando tutte le sue forze “, spiega la bella signora. E’ una ragazza comunista [sic], ci dice, e noi sorridiamo. Perchè a noi questo non interessa [sic]. Leggerò il libro nei prossimi giorni e se sarà bello e se lei sarà d’accordo vedremo di presentarlo a CasaPound. » 

Talmente non interessa la Veca a Iannone che già pensa di invitarla!!!
E poi, ancora: 

« Chi ha visto “Sesso & potere” non può non rendersi conto di ciò che parlo: il presidente degli Stati Uniti inciampa in uno scandalo sessuale per una notte di sesso sfrenato con una stagista. Stagista che viene anche ripresa con il presidente in un incontro pubblico… Vi ricorda qualcosa?  Per distrarre l’attenzione da questa situazione si organizza a tavolino una guerra dall’altra parte del mondo, con tanto di guerriglieri per la libertà e popoli oppressi dal tiranno di turno. A ripensarci adesso, a quel film, mi scappa un sorriso amaro e un brivido lungo la schiena. »

In pratica Clinton e gli Usa avrebbero messo su tutta questa tragedia per nascondere uno scandalo sessuale!!! Un’analisi politica di primo livello, non c’è che dire.E che dire, infine di quest’altra perla: 

« La serenità, la pace che si respira è surreale. Mi ricordo del posto dove sono solo quando esco e incrocio tre ragazzi in mimetica. Sono italiani. La guida, Sasha, mi dice chegli italiani qua sono ben accetti anche perché nel 1941 il Duce inviò soldati a tutela del posto. »

Il Duce, quindi alleato dei nazisti che sterminarono migliaia e migliaia di serbi; complice degli ustascia croati e del cattolicesimo da crociata di Stepinac, protagonisti a Jasenovac nel massacro di serbi ortodossi; fautore della Grande Albania e della sua espansione avrebbe, secondo costui, inviato soldati a difesa del posto, dunque dei serbi. Certo, proprio come ha fatto la Nato! Una lettura storica davvero convincente ed esaustiva. Almeno per quello che serve a Casapound!Senza dilungarci oltre, basterebbe leggere le varie puntate del diario per comprendere appieno la superficialità, il pregiudizio, la grettezza e il razzismo di fondo – che proprio non sanno celare – con cui questa gente si approccia al tema (basterebbe anche leggere i commenti dei lettori… Addirittura Fabio Franceschini si firma in cirillico!).
Sono realtà  amiche di LOVE le seguenti associazioni menzionate sul loro sito:

  • Comunità  Giovanile – Ass.ne Promozione Soc. (Busto Arsizio: http://www.comunitagiovanile.org/)
  • Italica – Associazione Culturale (Varese, legata a Forza Nuova: http://italicavarese.blogspot.it/)
  • L’uomo libero – Associazione (Arco – trattasi di uno dei raggruppamenti che si confederarono nel progetto del “Movimento di Rinascita nazionale”; nei Balcani cominciarono ad agire molti anni fa offrendo, più coerentemente dal loro punto di vista, solidarietà… ai croati)
  • La Perla Nera – Associazione Culturale (Novara, circolo di Casapound)
  • Lealtà  e Azione – Associazione Culturale (Monza, http://www.lealta-azione.it)
  • Mazzardita [sic] – Associazione Culturale (Verbania, circolo direttamente legato a Casapound)
  • Opposta Goliardia – Associazione culturale (Verona)
  • Solidarità Identità – onlus (Francia, ma è diretta espressione di Casapound e sul sito prevalgono i richiami alle iniziative degli italiani di LOVE: http://www.solidarite-identites.org)
  • Ultima Frontiera (gruppo musicale fascista,  Trieste)
  • Zenit –Associazione Culturale (Roma: http://www.associazioneculturalezenit.org , http://associazioneculturalezenit.wordpress.com/)

In Kosovo con “LOVE”, dunque. Il nome per il complesso delle iniziative di appoggio ai serbi kosovari È “Accendiamo la speranza” ( http://beloverevolution.org/progetti/accendiamolasperanza/ ). Si tratterebbe di “un progetto pluriennale di sostegno alle minoranze della regione del Kosovo e Metohija al quale aderiscono, per diverso tempo e qualità  nello sforzo, singoli individui, associazioni, enti e società“: che cosa sia in sostanza, e quale specifico apporto dia LOVE a questo articolato “progetto”, non è chiaro. Almeno alcuni dei pezzi del “progetto” sono menzionati indebitamente su loro sito internet. Per esempio, il “Progetto H2O” è un vero e proprio plagio del progetto “H2OKM acqua per Zvezdan” lanciato dalla ONG “Un ponte per…” sotto il coordinamento di Alessandro Di Meo. [28] Analogamente, una delle cose più in evidenza sulla home page di LOVE – “Il libro amico: L’Urlo del Kosovo, di Alessandro Di Meo” – è appropriazione indebita, un abuso che il diretto interessato non ha mai autorizzato. 

Comunque, questi della “rivoluzione dell’amore” in Kosovo ci vanno. Il viaggio di aprile 2012 è raccontato in un articolo del Messaggero Veneto che contiene alcune cose che fanno abbastanza riflettere. [29] Il viaggio di agosto 2012 è invece sintetizzato in un video YouTube [30] che ovviamente elogia la presenza e la funzione dell’esercito italiano sul territorio kosovaro ed evidenzia i contatti della Onlus con ambienti cattolici.

Da notare, al solito, la superficialità con cui vengono realizzati i filmati che dovrebbero informare ma che, al contrario, offrono un quadro distorto della realtà e della storia. Un esempio è il video http://www.youtube.com/watch?v=NKwRb9u-X7A nel quale la realizzazione della torre di Gazimestan diviene opera di Milosevic, mentre si scopre che nel 1389 la battaglia di Kosovo Polje, episodio più alto dell’epica serba, è stata in realtà combattuta fra Turchi e Ottomani!…

Un altro collegamento di LOVE è quello con gli “Amici di Decani” (http://www.amicididecani.it/). Questa è in effetti l’unica associazione per così dire “apolitica”, tra le tante elencate sul sito di “LOVE”, a dichiarare esplicitamente la propria fattiva collaborazione con LOVE. Anche gli Amici di Decani usano il linguaggio delle “Mission” e delle “Vision”. La loro “Mission” tra l’altro comprende « la divulgazione dell’eccellente lavoro svolto in Kosovo dalle Forze Armate italiane, impegnate in una missione di pace pluridecennale, ne promuove l’attività  e l’importanza come presidio e tutela di un bene identitario per la coscienza europea. » I bombardamenti del 1999 erano parte di tale “missione di pace pluridecennale”? Figura di spicco, vero e proprio factotum e promotore delle iniziative dell’associazione “Amici di Decani”, trait d’union con tutte le altre realtà associative italiane collegate, inclusa la fascista “Love”, è Francesco Scarfì, ex-imprenditore convertito all’Ortodossia. 

Ma ritorniamo in Italia. Interessante l’iniziativa organizzata il 15 dicembre 2012 a Pordenone da Amici di Decani e LOVE assieme. Vi erano stati invitati Padre Sava, l’ex sindaco di Venezia Prof. Massimo Cacciari e il Dott. Andrea Marcigliano “per dialogare attorno al tema: Kosovo e Metohija, alla ricerca delle radici identitarie europee” (http://www.amicididecani.it/notizie/una-serata-di-successo). 

LOVE, in altre occasioni, ha coinvolto i soliti Maria Lina Veca e Stefano Vernole, ma anche direttamente Gianluca Iannone, e giornalisti noti come Pietrangelo Buttafuoco e Paolo Rumiz – si, proprio lui, quello che fino al 2001 non passava giorno che non scrivesse contro il “serbocomunismo di Milosevic”, gettando benzina sul fuoco dell’odio antiserbo.

Ultima in ordine di apparizione, ma certo non meno significativa tra le realtà fasciste che sponsorizzano la campagna “Accendiamo la speranza”, è la “Associazione Sempre Domani – per la rinascita nazionale“, come recita la testata del suo sito (http://www.sempredomani.org). Richiudiamo così il cerchio delle “rinascite”: sul sito appare il logo di una “Rinascita onlus”, sostanzialmente identico a quello dell’omonimo quotidiano.  

Per quanto infine riguarda l’attivismo di ambienti cattolici in Kosovo, questo – come abbiamo accennato – ha una tradizione plurisecolare e finalità  addirittura millenaristiche… Chi viaggia oggi per il Kosovo può verificare con i propri occhi l’entità degli investimenti effettuati non solo dai paesi arabi e islamici per costruire moschee, ma anche dalle organizzazioni cattoliche per costruire chiese e centri di vario genere. Il proselitismo cattolico è forte in ambito albanese, ma è evidente come anche gli ortodossi siano attirati da certe lusinghe, a fronte di elargizioni materiali delle quali c’è vitale bisogno. Quelle dei movimenti “uniati”, cioè delle scissioni che nel corso dei secoli in diversi paesi, dalla Ucraina alla Grecia, hanno portato diocesi ortodosse a entrare nella sfera cattolica riconoscendo il “primato del vescovo di Roma”, sono vicende che non perdono mai di attualità: il millesimo anniversario dello Scisma è ancora di là  da venire…

 CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI

C’è insomma uno strano affollamento in Kosovo e attorno al Kosovo. Sono coinvolti personaggi il cui percorso politico e ideale è tutt’altro che trasparente: ex protagonisti della violentissima campagna di diffamazione ai danni della Jugoslavia e della Serbia che all’improvviso – guarda caso dopo la secessione del 2008 – hanno scoperto che sono in Kosovo “le radici identitarie europee”; militari dell’esercito italiano impegnati nella occupazione del territorio dopo averlo strappato alla Jugoslavia e alla Serbia con i bombardamenti del 1999; pope non particolarmente zelanti a difendere il loro paese quando era integro, che cercano però solidarietà adesso; fascisti dannunziani e tradizionalisti cattolici che si scoprono super-filoserbi; e così via.

Ora, qui non si tratta di mettere in dubbio la tendenza “filoserba” di certa destra, italiana ed internazionale, o di negarne a tutti i costi la legittimità storica o morale. Ognuno su questo si tenga le sue idee e faccia come vuole, purché non mischi le carte. Giornalisti e commentatori di destra, come Maurizio Cabona, hanno scritto in questi anni montagne di cartelle che mettevano in contraddizione la propaganda antiserba della NATO: anche se Cabona ha idee diverse dalle nostre (è convinto che Tito fosse “un agente inglese”), non gli contestiamo certo la buona fede.

Anche ad alcuni dei personaggi della galassia bruna possiamo concedere il beneficio della buona fede nelle intenzioni: essi si ispirano ad astratte ed errate concezioni di sangue e di suolo, declinandole a geometria variabile come d’altronde già facevano i loro antenati nazifascisti. Perciò, a seconda dei momenti e delle predilezioni – “guelfe”, quindi cristiane e anti-islamiche, o “ghibelline”, quindi orientali ed “eurasiatiche” – sono al fianco della Serbia cristiana paventando l’oriente islamico, oppure al fianco degli islamici contro le “potenze d’acqua” anglosassoni. Come possano raccordare la loro tradizione primaria e fondativa, quella a un tempo “latina” (fascista italiana) e “carolingia” (nazista tedesca), con il filoserbismo o l’islamismo di convenienza – questo era e rimane un problema loro.

Non si tratta nemmeno di entrare nel merito dei percorsi individuali, di chi viene “da destra” e poi vorrebbe andare “a sinistra”, o viceversa – esistono fattispecie di entrambi i tipi. Certo è che, se nell’Italia del trasformismo se ne vedono di tutti i colori, il capovolgimento delle proprie convinzioni “intime”, di appartenenza ideologica o addirittura di fede religiosa, è qualcosa di diverso. Né possiamo biasimare quei singoli elementi dell’Esercito Italiano che, vivendo la realtà  sul territorio, hanno imparato a guardare alle cose con altri occhi che non quelli della propaganda di guerra; meglio ancora se fossero interi settori dell’Esercito a prendere coscienza della situazione ambigua e insostenibile in cui sono stati messi, a guardia del Kosovo occupato.

Ci sono anche di quelli che non cambiano per davvero: si limitano ad accettare inviti e lusinghe provenienti dal campo opposto per pura vanagloria personale, volontà di mettersi in mostra (gli intellettuali e gli accademici ne sono campioni), o con la convinzione, sbagliata, che tutte le scorciatoie siano legittime e opportune per raggiungere qualche obiettivo. Quest’ultima specie, diciamo, di opportunisti, è responsabile di gran parte del caos che si è determinato attorno alla questione serba.

Si tratta piuttosto, questo si, di fare chiarezza e di distinguere. Si tratta di rifiutare il plagio, i tentativi pervicaci di infiltrazione, le manovre di chi vezzeggia per poter trasformare le nostre iniziative di solidarietà nel loro esatto contrario. E questo non riguarda solo la “questione serba”. Nell’ultimo anno trascorso abbiamo visto “Stato&Potenza” attivarsi particolarmente sulla questione siriana, creando scompiglio negli ambienti della sinistra antimperialista – in gergo tecnico si chiamano “infiltrazioni provocatorie”. Prima un sit-in di solidarietà alla Siria a Bologna, poi una manifestazione il 16 giugno a Roma, nella quale si fanno “incastrare” alcuni seri esponenti del giornalismo di sinistra. Vi interviene un giovanissimo, tale Lorenzo Scala, abbigliato e pettinato alla sosia di Adolf Hitler; lo stesso presidente siriano Assad è raffigurato nei loro manifesti con una divisa militare e in una posa (pur casuale) che lo fa rassomigliare paurosamente a Hitler con il braccio teso – possibile che non potessero trovare una immagine diversa? E’ chiaro che sortite di questo genere non aiutano a sviluppare una solidarietà popolare nei confronti della Siria, né tantomeno possono allontanare la minaccia di aggressione armata da parte della NATO. In sostanza, l’unico effetto che si ottiene è quello di mettere in fibrillazione e scompaginare il movimento antiguerra, già indebolito dalle bordate propagandistiche della NATO.

Prima della Siria, “Stato&Potenza” e settori affini si erano fatti sentire sulla questione della Libia bombardata. In generale, la destra anti-sionista è notoriamente attiva sulle questioni del Vicino e Medio Oriente, ad anche dell’Oriente più lontano. “Eurasia” ha patrocinato libri su Hezbollah, pubblica libri sulla Russia e la Cina come potenze “eurasiatiche” e quindi potenziali alleate dell’Europa carolingia… All’estrema destra non disdegnano nemmeno di riferirsi alla Corea del Nord come modello di “socialismo nazionale”: tutto fa brodo! L’effetto di questa paradossale, e generalmente non richiesta, solidarietà inter-nazionalista dei fascisti nostrani verso paesi governati da partiti comunisti o che si oppongono alla egemonia atlantista, crea confusione, aliena a sinistra le simpatie dei possibili militanti anti-imperialisti, aggravando le difficoltà dovute alla forsennata propaganda guerrafondaia dei media e al tradimento dei partiti e degli intellettuali della sinistra storica.

Il gruppo Piattaforma Comunista ha emesso mesi fa un comunicato per distanziarsi dalla pubblicazione su “Rinascita” del testo sui raggruppamenti marxisti-leninisti di cui dicevamo. Nel suo comunicato, Piattaforma Comunista giustamente spiega che sulle pagine di ”Rinascita”

« spesso e volentieri si tessono le lodi della politica economica e sociale mussoliniana, dell’aggressione nazista all’Unione Sovietica, della repubblichetta di Salò, di Pavolini e di altre carogne. Il quotidiano inoltre offre ampio spazio ai “nazimaoisti”, ai negazionisti, agli epigoni dell’internazionale nera di Thiriart e La Rochelle, ai camaleonti comunitaristi.

E’ risaputo che spesso i fascisti occultano il loro vero volto. Si nascondono sotto etichette antiliberiste, ecologiste e “noglobal”, persino “socialiste” (come il nazionalsocialismo). Si fanno paladini della sovranità  nazionale, monetaria e militare, ovviamente senza mettere in discussione i rapporti di produzione e di proprietà . Criticano i banchieri usurai, risparmiando il “normale” sfruttamento capitalistico. Lisciano il pelo alle organizzazioni di sinistra e ne scimmiottano le tematiche. Si spacciano per “rivoluzionari” che teorizzano il superamento delle “vecchie dicotomie”.

Il camuffamento e la demagogia “anticapitalista” di questi tardo-peronisti servono a coprire la loro natura reazionaria, ad abbindolare gli ingenui, ad aprirsi degli spazi fra la piccola borghesia e gli strati popolari frustrati, impauriti e impoveriti dalla crisi. »

La provocazione ai danni della sinistra – contro i lavoratori, contro i comunisti, contro progressisti e democratici in genere – è lo scopo stesso dell’esistenza del fascismo.
Intorbidire le acque, screditare le lotte, infiltrarsi, “rubare” i temi per trasformarli nel loro contrario, creare zizzania e colpire con lo squadrismo… Dove i fascisti non esistono, gli agrari, i capitalisti e gli imperialisti li inventano. E’ sempre successo, dal 1919 in poi. Dal 1919 in poi, i fascisti si sono sempre presentati dapprima come “sinistra” (nazional-socialista), per distruggere la sinistra.

Per quanto riguarda i serbi, notiamo solo che il ruolo fondamentalmente anti-nazionale giocato dai cetnizi di allora non è diverso da quello dei cetnizi di oggi. Oggi come allora,in quanto collaborazionisti dell’occupante straniero, sono corresponsabili dello squartamento del proprio paese, della secessione del Montenegro e del Kosovo, ed hanno perciò ben poco da gongolarsi tra simbologie reazionarie e nostalgiche, revisionismo storico anti-partigiano, e sciovinismo anti-islamico. La presenza e le attività di questi settori della destra estrema in ambito serbo portano acqua al mulino di chi della Serbia e dei serbi, negli ultimi 20 anni, ha voluto costruire una immagine negativa. [31] Questi sono a tutti gli effetti i falsi amici del popolo serbo: è bene imparare a guardarsi le spalle.

Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS

“Un Ponte per…” ONG

gennaio 2013
aggiornato a giugno 2013

NOTE

[1] Messaggio inviato da Gabriele d’Annunzio l’8 maggio 1920 ad un’alta autorità  militare italiana, cit.in: “La Jugoslavia ha reso i conti”, Supplemento al XV Notiziario del Ministero della Guerra – Gabinetto Ufficio Propaganda prot. N.503471/43.6.41, Roma 29 aprile 1941-XIX.

[2] Vedi ad esempio: http://www.cnj.it/documentazione/paginafoibe.htm#sonninobadoglio .

[3] Sul tema si vedano: “La via dei conventi”, di Pino Adriano e Giorgio Cingolani (Mursia 2011); “Ante Pavelic – il duce croato”, di Massimiliano Ferrara (KappaVu 2008); “Dittatore per caso”, di Erik Gobetti (L’Ancora del Mediterraneo 2001); “Il fascismo e gli ustascia – 1929-1941”, di Pasquale Juso (Gangemi 1998).

[4] Su “La Jugoslavia ha reso i conti”, Supplemento al XV Notiziario del Ministero della Guerra – Gabinetto Ufficio Propaganda prot. N.503471/43.6.41, Roma 29 aprile 1941-XIX.

[5] “Conquiste, Rassegna mensile di politica cultura e critica”, anno XI numero 4-5. Roma, SAEC, aprile-maggio 1941-XIX.

[6]  Si vedano: http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/foto.htm , http://www.cnj.it/documentazione/kosova.htm .

[7] Bando del 29 giugno 1941 a firma Benito Mussolini con cui “nel territorio di Kosovo, Dibrano e Struga […] tutti i poteri civili, che ai sensi della legge di guerra, spettano all’autorità militare occupante [cioè agli italiani], sono devoluti al Governo albanese” (http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/foto/mussolini290641.jpg – fonte: Yugoslavia Under Italian Rule 1941-1943, University of California, 1985 – a cura di I. Serra, che ringraziamo).

[8] http://www.cnj.it/documentazione/vaticanoalbaniaitalia.htm .

[9] “The trial of Dragoljub-Draže Mihajlovic. Stenographic record” – Belgrade 1946: http://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/Trial-indictment.pdf .

[10] http://www.statopotenza.eu/4055/resoconto-della-conferenza-di-vicenza-sul-problema-del-kosovo .

[11] http://www.statopotenza.eu/2366/la-politica-anti-serba-e-anti-sovietica-di-tito .

[12] Oggi il revisionismo storico è più forte in Serbia proprio a causa della colonizzazione occidentale, che è anche colonizzazione ideologica e culturale. La destra filo-occidentale, al potere nel paese a partire dall’ottobre 2000, ha compiuto innumerevoli atti simbolici e concreti per la riabilitazione del movimento cetnico, ad esempio promulgando una legge che equipara nei diritti i combattenti partigiani ai combattenti cetnici; analogo sdoganamento viene attuato in Occidente: il 9 maggio 2005 gli USA consegnano la Legion of Merit, la più alta onorificenza degli USA, alla figlia di Draza Mihailovic, per aver il padre salvato 500 piloti dell’aviazione americana i cui aerei erano caduti sulla Serbia, nel 1944.

La critica “serbista” di Bagozzi al trattamento dei serbi nel Kosovo socialista lo porta a scrivere: “Già  nel 1945 l’atteggiamento persecutorio verso la popolazione serba fu durissimo. A detta di Tito i serbi avevano accettato con troppa benevolenza l’invasore tedesco“. Si tratta di uno squallido falso storico, una pura invenzione, totalmente estranea alla percezione generale della popolazione serba anche kosovara. A Tito i soli nazionalisti serbi discendenti di Nedic e Mihajlovic attribuiscono massacri e persecuzioni – così come peraltro in Bosnia fanno i nazionalisti musulmani (le vittime sarebbero ad es. i “Mladi muslimani” filonazisti), in Croazia gli ustascia (si veda il piagnisteo revisionista infinito su Bleiburg e affini), da noi i nazionalisti italiani (foibe eccetera), insomma tutti i perdenti della II G.M.. 

[13] http://www.facebook.com/pages/Chiesa-ortodossa-serba/108315279188895?fref=ts# , http://theorthodoxchurch.info/blog/news/2012/10/a-wake-up-call-for-serbia/ , http://www.reuters.com/article/2012/10/01/us-serbia-parade-idUSBRE8900PF20121001 , http://www.spc.rs/.

[14] “Le ascendenze vanno addirittura rintracciate nel primo movimento fascista in Italia e all’interno del movimento nazionalsocialista in Germania. Si pensi alle camicie brune di Ernst Rhom, ma ancor prima alla posizione assunta, nel periodo 1919-1920, da due esponenti socialisti, Friederich Wolffheim e Heinrich Laufenberg, che si dichiararono favorevoli a un’alleanza tra nazionalisti e comunisti, da cui la tendenza “nazionalbolscevica”, bollata dallo stesso Lenin come «madornale assurdità». Due oggi gli approcci prevalenti: l’assunzione di una lettura del capitalismo ridotto a sole banche e finanza, senza alcuna critica del sistema che li ha prodotti, con il contorno di presunte cospirazioni ebraiche (…) Da qui l’opposizione agli Usa, in mano ormai ai «circoli sionisti», e il sostegno a Cina e Russia. «Eurasia» (che auspicherebbe un’alleanza tra russi, europei e stati mediorientali in chiave antiamericana) e Stato e potenza sono solo in definitiva solo le ultime espressioni di questo filone” (Saverio Ferrari su Il Manifesto del 16.5.12).

[15] Area “caratterizzata da correnti e tendenze anche molto diverse, se non opposte. (…) Nella sua accezione di estrema destra, il “comunitarismo”, come «superamento in avanti del nazismo e del comunismo, depurato da Marx», fu promosso nei primi anni Sessanta dal belga Jean Thiriart, una delle personalità  più in vista del neonazismo europeo. Da questa stessa matrice furono poi originate organizzazioni come Lotta di popolo, che cercarono di inserirsi, senza riuscirvi, nei primi movimenti studenteschi. Anni dopo si scoprì che qualche loro dirigente figurava in rapporti con l’Ufficio affari riservati. Giusto per ricordarselo.“ (Saverio Ferrari, ibidem).

[16] http://www.rinascita.eu e http://www.rinascita.info/ . Ci chiediamo: quanto costa pubblicare un quotidiano e conservarlo in vita per molti anni? Che bacino di lettori serve per farlo sopravvivere? Che tipo di appoggi e finanziamenti bisogna garantirsi?

[17] Simbolo assegnato nel maggio del 1944 dal comando tedesco delle Waffen-SS. A fianco della testata è linkato un sito francese “nazionalista-rivoluzionario” (http://www.voxnr.com/). Tuttavia, piccato sulla questione del simbolo, il direttore Gaudenzi si prende la briga di scrivere: << Il tridente (per esempio quello di Nettuno) non ci risulta essere una lettera dell’alfabeto runico. E poi, anche se lo fosse? >> (email di Gaudenzi ad A. Martocchia, portavoce del CNJ, 10 luglio 2003).

[18] http://www.movimentosocialeeuropeo.eu/ , http://socialismonazionale.wordpress.com .

[19] http://www.rinascita.eu/?action=news&id=6895 . Su Collotti si veda piuttosto  http://www.diecifebbraio.info/2012/01/lispettorato-speciale-di-ps-di-trieste-2/ .

[20] Si vedano ad esempio:

L’Italia e lo stato artificiale della Jugoslavia – Lunedì 13 Febbraio 2006 – Di Vincenzo Bianchi
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_cultura/LItaliaelostatoartificiale.shtml
Foibe: una tragedia nascosta – Lunedi 20 Febbraio 2006 – Di Maria Renata Sequenzia
http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_cultura/Foibeunatragedianascosta.shtml

[21] Pur volendo sorvolare su certi “dettagli” come le simpatie neofasciste di Sinagra e la sua familiarità  piduista con Licio Gelli, non possiamo non registrare la contiguità dell’avvocato con la destra turca, risultando egli rappresentante degli interessi in Italia della (inesistente) Repubblica Turca di Cipro del Nord, e della stessa Turchia ad esempio nelle cause contro il movimento curdo (caso Ocalan). D’altronde, mentre difende Sisic, Sinagra è costantemente impegnato in attacchi di vario tipo, non esclusi quelli legali (procedimento penale contro Motika, Margetic e Piskulic), contro il movimento partigiano jugoslavo sulla questione delle “foibe”. Ha dichiarato: “Il disfacimento della Jugoslavia (…) riapre per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat e dal trattato di Osimo” (20/9/1991, cit.in:  “La Nuova Alabarda” n. 169, marzo 2003, e “L’ombra di Gladio. Le foibe tra mito ed  eversione”, di Claudia Cernigoi, Trieste 2003). Eppure, collabora con accademici di area marxista e antimperialista nella ricostruzione dei lati oscuri dello squartamento della Jugoslavia. 

Se con qualche sforzo possiamo comprendere il “filoserbismo” di certa estrema destra, molto più arduo è capire che cosa spinga questi a solidarizzare tanto calorosamente con un militare della disciolta RFS di Jugoslavia per un episodio avvenuto in Croazia nel quale sono morti quattro soldati italiani! 

E’ vero però che a Sisic, alla fine, viene ridotta la pena, dall’ergastolo a 15 anni; verrà  estradato in Serbia nel 2006, e poi liberato. Viene da chiedersi: in cambio di cosa? – di certo nella trattativa è coinvolto anche il governo di Belgrado (cfr. la programmata “visita di due giorni incentrata sul caso di Emir Sisic” da parte del ministro Ljajic il 14/4/2004, fonte ANSA). Per la cronaca: nel 2009 gli autori e sceneggiatori del film “Gli Eroi di Podrute”, dedicato a quella vicenda e presentato al festival di Venezia 2006, recedono il contratto con l’editore “Mursia” per la distribuzione nazionale del cofanetto libro + dvd. Nel settembre 2011 il regista del film Mauro Curreri viene addirittura ucciso (sic) per mano del consulente militare alla sceneggiatura, Mauro Pastorello. Si parla di questioni personali: onorari non pagati eccetera.

[22]  In: “L’inquietante caso del maggiore Emir Sisic”, 25/05/2003 – pubblicato sia su “Rinascita” che su Tibereide. Detto di uno che era stato difensore del generale argentino Jorge Olivera che avrebbe dovuto essere estradato dall’Italia in Francia in quanto accusato di avere fatto “desaparecire” una ragazza francoargentina… Lo stesso imputato si era vantato di “essersi scopato la bella francesina” dopo averla torturata; nel corso del processo, svoltosi a Roma il 18/9/2000, Olivera era stato rilasciato grazie alla presentazione di un certificato falso (vedi: La Repubblica del 26/9/2000 e Liberazione del 24/9/2000).

[23] http://etleboro.blogspot.it/2009/05/rinascita-balcanica-sbarca-sulla-carta.html . La descrizione online della Fondazione Etleboro è inquietante: <<Etleboro, acronimo di Elaborazioni Telelematiche Libere Economiche Basi Operative Ricerche ad Oltranza (fondata a Banja Luka nella Rep. Srpska), è un’organizzazione senza scopo di lucro che nasce da un progetto volto a costruire un sistema di informazioni rivoluzionario. Ha una storia fatta di ricerche, di passione e di scienza, condotte in questi anni da un gruppo di persone unite dall’obiettivo di dar vita ad una Tela che sia il punto di riferimento della nuova società  cybernetica per la piccola e media impresa. La Etleboro cura diverse attività  di ricerca, servizi e assistenza alle imprese. Queste infatti finanziano gli studi e le ricerche della nostra struttura, con donazioni e contributi, in virtù del supporto di cui si avvalgono, come l’attività di servizi rivolta alla ricerca e alla riduzione dei costi di amministrazione, concentrando i vari processi in un unica struttura, definita “Intelligence Economica”. Una intelligence economica e informatica, composta da un insieme di professionisti, ricercatori e giovani intelligenze coordinati mediante un sistema telematico definita “Tela”, attraverso il quale informatizzare ogni attività economica…>>.

[24] http://www.etleboro.com si trasforma in http://osservatorioitaliano.org/ . Esistono anche http://agenziabalcani.it/ e http://etleboro.blogspot.it/ .

[25] Giovane Europa era la sezione italiana della già menzionata Jeune Europe. Quest’ultima dal 1984 diventa “Partito comunitarista nazional-Europeo”, formazione oggi guidata da Luc Michel. 

[26] Si vedano gli interessanti articoli apparsi su Contropiano, ad esempio:

I “Forchettoni Neri” della Capitale – Giovedì 12 Gennaio 2012
http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/6055-i-”forchettoni-neri”-della-capitale

Casapound non è estranea a iniziative di “solidarietà” inter-nazionalista (il trattino è importante!): basti pensare alla “Comunità  Solidarista Popoli” di Nerozzi: http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-a_proposito_della_%27comunit%E0_solidarista_popoli%27.php .

[27] Specie di dichiarazioni programmatiche, la cui formulazione è rituale tipico della gestione aziendale di scuola statunitense. Nel caso di LOVE Italia, la Vision si articola in maniera complessa e piuttosto criptica: http://beloverevolution.org/vision/ .

[28] Si confrontino il progetto originale – http://www.unponteper.it/belgrado/schedaprogetto.php?sid=91&thold=0 – e la “patacca” – http://beloverevolution.org/progetto-h2o/ . Quando “Un ponte per…” nel 2011 lancia la campagna per lo scavo dei pozzi artesiani per rifornire d’acqua (anche quella manca…) ai serbi in Kosovo, i “rivoluzionari dell’amore” producono documenti sulla stessa iniziativa nei quali semplicemente appongono i loro indirizzi e contatti sostituendoli a quelli dei legittimi patrocinatori; arrivano così a millantare credito fino all’ambasciata serba a Roma. A seguito delle proteste di “Un ponte per…”, dapprima cancellano questa documentazione artefatta dal loro sito internet, poi però ripartono “alla carica” con il loro plagio nel 2012. 

[29] http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2012/04/26/news/da-pordenone-e-porcia-missione-in-kosovo-1.4424092 . Da Lecce per andare in Kosovo passano per… Treviso, e poi per l’Ungheria (!?) E chi sono i protagonisti? Non si sa bene, perché solo qualcuno di loro è menzionato anche per cognome; ma sarebbero tutti “sotto i 30 anni, molti studenti universitari” – ma che bei mezzi che hanno però, per fare beneficenza.

[30] Caricato da… Casapound Novara: http://www.youtube.com/watch?v=nk83HpWlNCk . 

[31] E’ stato fatto notare ad esempio (http://www.cnj.it/CNJ/huligani2010.htm) come anche gli incidenti provocati negli e attorno agli stadi di calcio da elementi che ostentano simbologie e slogan “ultranazionalisti serbi” abbiano dinamiche e connotati non chiari.

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3 Commenti


  • Simone

    Non dimentichiamoci dell’ultima creazione del Coordinamento Progetto Eurasia / Rivista Eurasia / Stato e Potenza, ossia il “Centro Studi Eurasia Mediterraneo”, CESE-M, in cui ancora si trova Lorenzo Salimbeni presidente, Stefano Vernole responsabile relazioni esterne, e poi gente come William Bavone, Giacomo Gabellini, Francesca Dessì, Enrico Galoppini, Andrea Giacobazzi. Basta una rapida ricerca su Google per accorgersi di chi stiamo parlando…
    Una volta si presentano come comunisti, un’altra come geopolitici, un’altra ancora come studiosi. Ma sono sempre le stesse persone e, gratta gratta, esce il nero (o il “rossobruno”).


  • Gianni Sartori

    FASCISTI, TENETE GIU’ LE MANI DALL’IRLANDA !
    (Gianni Sartori)

    …dove, compatibilmente con le possibilità dell’autore, si cercherà di spiegare come la cosiddetta “croce celtica” sia stata adottata dalle formazioni di estrema destra in quanto simbolo dei collaborazionisti francesi (per cui sarebbe opportuno definirla d’ora in poi “croce cerchiata delle ss francesi”) dando nel contempo qualche indispensabile informazione sulla Resistenza all’occupazione nazista…
    L’ambigua vicenda del “sidro Bobby Sands” messo in commercio qualche fa da Casa Pound (e che provocò un duro intervento del Sinn Fein contro l’indegna strumentalizzazione), non era certo il primo tentativo di appropriazione indebita da parte dei fascisti della causa repubblicana irlandese.
    Un buon libro pubblicato nel 2010 aveva fornito ad alcuni personaggi di destra l’occasione per strumentalizzare le lotte del popolo irlandese. Si trattava de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (Castelvecchi ed.) di Silvia Calamati, Laurence McKeown e O’Hearn.
    Sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La forma di lotta adottata da Sands e altri nove prigionieri repubblicani, come mi spiegava nel 1986 Domhnall De Brun (insegnante di gaelico a Derry, anarchico e figlio di un internazionalista irlandese volontario in Spagna) “più che un richiamo al diritto tradizionale, rappresentava un atto politico all’interno di un processo collettivo di liberazione”. L’introduzione dell’internamento a tempo indeterminato risaliva al 1971. Nel 1976 venne revocato lo status di prigionieri politici e da quel momento i repubblicani arrestati finirono segregati nei Blocchi H. Nel 1978, vedendo lo stato di degradazione in cui vivevano, l’arcivescovo Tomàs O’Fiaich dichiarò che “lasciando da parte l’essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni”. Il 27 ottobre 1980 iniziava uno sciopero della fame che, dopo una sospensione in dicembre, riprenderà nel marzo 1981. Bobby Sands muore il 5 maggio. Tra maggio e agosto del 1981 la stessa sorte toccherà ad altri nove prigionieri: Francis Hughes, Raimond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe Mc Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McIlwee, Micki Devine. Sette hunger strikers appartenevano all’Irish Republican Army (Ira), gli altri tre all’Irish National Liberation Army (Inla). Uno dei tanti diffusori di retorica benevola sui fascisti nostrani, Nicola Rao, scrive impropriamente “Bobby Sands e dopo di lui altri 15 detenuti dell’Ira morirono di fame…”. Almeno due dati imprecisi, l’appartenenza all’Ira di tutti i prigionieri e il numero dei morti. Poco più avanti, alimentando l’equivoco sulle affinità tra neofascismo e lotta di liberazione irlandese, riporta che nel 1981“i muri di molte città italiane furono coperti da manifesti e scritte, tutti firmati rigorosamente con una croce celtica, di solidarietà e di appoggio alla causa dei repubblicani irlandesi”. Falso. Manifesti e scritte erano soprattutto di sinistra (autonomi, “Lotta continua per il comunismo” etc). Quelli di Terza Posizione (TP, estrema destra), erano firmati con la runa “dente di lupo” (detta anche “nodo di rune”). E’ disponibile in proposito un’ampia documentazione fotografica.
    La runa “dente di lupo”, di origine germanica, non celtica, esiste sia in versione verticale (in araldica) che orizzontale (quella di TP). Nella seconda guerra mondiale venne utilizzata da varie bande criminali naziste: 2° divisione SS Das Reich; 4° Divisione SS Polizei; 34° Divisione SS Volunteer Grenadier landstorm Nederland, oltre che dalla Hitlerjugend e dal NS-Volkswohlfahrt. Oltre che da TP, è stata adottata da altri gruppi neonazisti: Aktion nationale Sozialisten/nationale Aktivisten (ANS/NA); Junge Front (JF) del Volkssozialistische bewegung deutschalands (VSBD); Wiking-Jugend; Vitt Ariskit Motstand (la svedese “Resistenza Bianca Ariana”). *

    Uno dei tre autori de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese”, Laurence Mc Keown, è rimasto per sedici anni prigioniero a Long Kesh. Destinato a diventare l’undicesima vittima, il suo sciopero della fame si interruppe al settantesimo giorno. Quando ormai era già in coma, i familiari acconsentirono a farlo alimentare artificialmente (dopo che le richieste dei prigionieri erano state accettate nella sostanza).

    Nel 1994 lo avevo incontrato durante un dibattito organizzato dalla “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Fondazione Lelio Basso). Aveva spiegato che “sarebbe praticamente impossibile capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Vedere con i nostri occhi la dura repressione subita dai detenuti non faceva altro che rafforzare le nostre convinzioni. Dato che il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarli, di farli apparire come delinquenti comuni “dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali”. Una decisione che non fu certo presa alla leggera. “Per quanto mi riguarda -aveva concluso – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno, chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto…”.
    I tentativi della “nuova destra” di appropriarsi della lotta di liberazione nazionale del popolo irlandese non si esaurirono nel 1981. E’ noto che alcuni neofascisti (Walter Sordi, Enrico Tommaselli…) vennero arrestati con in casa manifesti e giornali repubblicani (“An Phoblacth”) e libri su Bobby Sands. Sdoppiamento della personalità o semplice confusione ideologica? ** Nelle loro latitanze britanniche venivano aiutati da elementi del National Front (partito razzista di estrema destra) sostanzialmente schierato con le squadre “lealiste”, protestanti-filoinglesi, quelle che periodicamente si rendevano responsabili di omicidi settari nei confronti di qualche cattolico. Inoltre i “lealisti” erano in ottimi rapporti anche con la Ruc (Royal Ulster Constabulary), la polizia nordirlandese che forniva gli elenchi dei sospetti militanti repubblicani da eliminare. I legami tra l’estrema destra inglese (oltre al Nf, il British National Party, il Greater British Movement, la League of St. George e C18) e l’estrema destra protestante dell’Ulster si resero evidenti il 15 febbraio 1995, a Dublino, durante un’amichevole tra le nazionali di calcio di Inghilterra e Irlanda. La partita si svolse tra saluti nazisti, slogan contro l’Ira e cori contro gli accordi di pace. Si concluse con lanci di oggetti contro il pubblico irlandese e violenti scontri. Bilancio: una cinquantina di feriti e la morte di un tifoso irlandese. Molti hooligans, i tifosi britannici più esagitati, facevano parte di organizzazioni neonaziste (compresa C18; C per Combat, mentre il numero indica la prima e l’ottava lettera dell’alfabeto, le iniziali di Adolf Hitler). Ma, oltre alle organizzazioni britanniche, i “lealisti” nordirlandesi ne frequentavano anche altre di estrema destra. Esistono prove fotografiche di miliziani dell’Ulster volunteer force (Uvf) presenti a qualche manifestazione in Belgio insieme a neonazisti fiamminghi e a quelli francesi di Ordre Nouveau.
    LA CROCE CERCHIATA DELLE SS FRANCESI
    Riconoscibili questi ultimi perché usavano la cosiddetta (tre volte cosiddetta quando è quella adottata dai fascisti) “croce celtica”. In realtà il simbolo (denominato “celtica” solo in epoca recente, non alle origini) ricorda una runa (anche se i neofascisti lo escludono) e venne utilizzato come mostrina dalla “Compagnia Flack” (o meglio: una delle compagnie denominate Flack, antiarea) formata da francesi collaborazionisti integrati nella brigata, poi divisione, Charlemagne durante la seconda guerra mondiale. Insisto: sarebbe più corretto denominarla “croce cerchiata delle ss francesi”. Nessuna parentela con le vere croce celtiche che svettano sulle antiche tombe irlandesi (espressione di un sincretismo tra cristianesimo e religione tradizionale gaelica) e anche su molte tombe di volontari dell’Ira e dell’Inla morti in combattimento.
    Utilizzata dal Fronte della gioventù (Fdg) negli anni settanta, ben sapendo quale fosse il riferimento al nazismo e al collaborazionismo (un simbolo di continuità), venne proibita dallo stesso leader del MSI, Giorgio Almirante.
    In Italia la “croce cerchiata delle ss francesi” era stata adottata nei primi anni sessanta da Giovane Europa (in precedenza Giovane Nazione), filiale italiana del movimento Jeune Europe (in precedenza Jeune Nation) fondato da Jean Thiriart che aveva combattuto nelle waffen-ss . A questo movimento, nel 1963, aderirono un gruppo di missini fiorentini (Attilio Mordin, Franco Cardini, Marco Bersacchi, Amerino Griffini…) e qualche ordinovista (Massimo Marletta…). In quello che sembra un attacco di autorevisionismo, uno dei soci fondatori sosteneva che fu per “allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista” (…e per questo adottavano un simbolo delle waffen ss?!?). In realtà sembrerebbe piuttosto un modo per rivendicare proprio quelle origini, quella appartenenza, senza insospettire l’opinione pubblica e nel contempo strizzare l’occhio agli iniziati. In precedenza il simbolo sarebbe stato inalberato dalle italiche Formazioni Nazionali Giovanili. Sempre di destra, ovviamente. Attorno al 1975 venne sistematicamente adottato dalle organizzazioni giovanili missine (Fdg e Fuan), mentre qualche anno prima i rautiani lo avevano proposto al MSI con l’aggiunta di una fiamma tricolore sullo sfondo.
    Cardini suggeriva un legame anche con la “francisca” stilizzata del Parti populaire francais (PPF ) di Jacques Doriot. Facendo il finto tonto, lo storico sorvola sul fatto che la Francisque nella versione bipenne, con lame tricolori e manico costituito dal baton de marèchal (quello di Petain, ovviamente) venne prescelta come emblema del regime collaborazionista di Vichy. Nelle intenzioni, forse, avrebbe dovuto ricordare l’iconografia dei fasci littori mussoliniani. E di sicuro non venne adottata per caso come logo da Ordine Nuovo (quello italico, mentre i loro omologhi francesi di Ordre Nouveau usavano, come già detto, la “croce cerchiata delle ss francesi”). Per gli amanti della storia, va ricordato che la “francisca” era la scure da lancio dei germani occidentali (in pratica un grande tomahawk), introdotta in Gallia dai Franchi (così chiamati, pare, dal nome dell’arma e non viceversa), da cui il nome Francia. Fermo restando che i Franchi erano “germani” e non “celti”, come invece i Galli. Nessuno metterebbe in discussione il fatto che i celti britanni furono invasi dai germanici angli e sassoni. Analogamente, dopo quella romana, i celti della Gallia subirono l’invasione di varie popolazioni germaniche.*** La più duratura fu quella dei Franchi, definitivamente consolidata con Clodoveo, Carlo Martello e Carlo Magno.
    Mentre le vere croci celtiche testimoniano della relativamente pacifica diffusione del cristianesimo tra le popolazioni irlandesi, il Carlomagno è passato alla storia per aver sterminato alcuni popoli (come i Sassoni) che non volevano convertirsi al cristianesimo. E sorvoliamo su Roncisvalle, sacrosanta ritorsione dei Baschi al saccheggio di Irunea (Pamplona) operato dai soldati di Carlomagno. Altro che “paladini della cristianità” contro i musulmani (che a Roncisvalle non c’erano proprio). Ma questa è un’altra storia. Così come sarebbe un’altra storia il ruolo dei fascisti italiani nelle squadre della morte parastatali (Ate, Battaglione vasco-spagnolo, Gal…) contro la sinistra indipendentista basca. Sia in epoca franchista che dopo.****
    Tornando a Cardini, lo storico fiorentino ammetteva, bontà sua, “un legame sentimentale con il fascismo letterario francese, ma – minimizzava – si tratta di quello a cui aderì Pierre Drieu la Rochelle”. Anche se gli dobbiamo qualche buona lettura (La Valise Vide e Adieu à Gonzague dedicati al dadaista Jacques Rigaut) il poeta e scrittore Drieu è passato alla storia soprattutto in quanto collaborazionista dei nazisti. Definirlo, come si inventa Cardini “molto vicino all’estrema sinistra” è demenziale, oltre che vergognoso. Basti ricordare che nell’ottobre del 1941, insieme a Brasillach, Chardonne, Jouhandeau e altri scrittori francesi, Drieu la Rochelle accolse l’invito di Goebbels e prese parte ad un “Congresso degli intellettuali europei” in Germania. L’incontro si concluse con una visita-premio alla Cancelleria del Reich. Nel 1945, arrestato dalla Resistenza francese, l’autore di Socialisme fasciste, preferì il suicidio alla fucilazione (tentando forse di imitare il gesto di assoluta ribellione compiuto da Rigaut nel novembre 1929).

    “CHANTEZ, COMPAGNONS, DANS LA NUIT LA LIBERTE’ NOUS ECOUTE”
    Scrivendo queste righe non vorrei aver dato l’errata impressione che la terra di Vercingétorix, Saint-Just e Louise Michel abbia contribuito ad alimentare il fascismo in proporzioni analoghe a quanto seppero fare Italia e Germania. In verità la resistenza del popolo francese contro le truppe tedesche di occupazione fu immediata, estesa e ampiamente condivisa, nonostante gli inevitabili casi di collaborazionismo.
    E la repressione, ovviamente, fu durissima. Sia nella Francia occupata che nella zona detta “libre” governata dai collaborazionisti Pétain e Laval. Inoltre Alsazia e Lorena vennero annesse al Reich, mentre il Nord e Pas-de-Calais erano controllate direttamente dal comando tedesco di Bruxelles e all’interno della zona occupata lungo le coste e le frontiere si instaurava una ulteriore zone interdite.

    Tra i tanti massacri di cui si resero responsabili i nazisti e le milizie collaborazioniste, risalta per efferatezza quello dei “50 otages”, ricordati dall’omonimo monumento sull’Erdre a Nantes. Qui 48 francesi subirono la fucilazione per ordine di Adolf Hitler e del generale Otto vons Stuelpnagel, comandante del “gross Paris”, come rappresaglia per l’uccisione del tenente colonnello tedesco Karl Hotz avvenuta il 20 agosto 1941 in place Louis XVI davanti alla Kommandantur. *****
    La lista degli ostaggi venne preparata dall’Alto comando tedesco insieme ai dirigenti francesi collaborazionisti. Il ministro dell’Interno di Pétain, Pierre Pucheu, presentò una lista di 200 nomi di presunti comunisti internati nel campo di concentramento di Chateaubriant a cui il generale von Stuelpnagel aggiunse i nomi di alcuni esponenti della resistenza nantese. A Nantes, la Gestapo e la polizia francese collaborazionista rastrellavano da tempo decine di persone (giovani comunisti e socialisti, sindacalisti cattolici, membri della Jeunesse Ouvrière Catholique, senza partito…) per rinchiuderle nel campo di Chateaubriant. Il gruppo definitivo dei 50 ostaggi sarà composto da 27 comunisti, 18 resistenti detenuti a Nantes (prigione des Rochettes, prigione Lafayette…) e 5 nantesi incarcerati a Parigi.
    Il 22 ottobre del 1941, rifiutando di essere bendati, gli ostaggi vennero fucilati a gruppi di quattro; la maggior parte nel “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière (all’uscita da Chateaubriant) e cinque al Mont-Valérien (Parigi) dove la medesima sorte era toccata il 29 agosto all’ufficiale di marina Honoré d’Estienne d’Orves e dove verrà giustiziato, il 15 dicembre, anche il giornalista comunista Gabriel Péri.
    Per un disguido nel coordinamento tra i servizi segreti, due ostaggi scamparono all’esecuzione.
    Una successiva esecuzione di altri 50 ostaggi, già prevista, venne sospesa per ordine di von Stuelpnagel preoccupato per l’indignazione suscitata in tutta la Francia. Negli stessi giorni altri cinquanta ostaggi venivano passati per le armi a Bordeaux come rappresaglia per un attentato.
    Sempre al Mont-Valérien, il 17 aprile 1942 vennero fucilati 23 resistenti dei Bataillons de la Jeunesse, giovani comunisti arrestati dalla polizia francese collaborazionista e consegnati ai tedeschi. Una loro compagna, Simone Schloss, in quanto donna venne invece decapitata il 2 luglio. Iniziato il 7 aprile alla Maison de la Chimie, il processo si era concluso con la richiesta di 26 condanne a morte. Uno degli imputati venne giudicato passibile soltanto della prigione in quanto non ancora sedicenne, ma suo padre e suo fratello vennero considerati otages e fucilati. Il verdetto venne salutato con favore dalla stampa collaborazionista che in precedenza aveva ripetutamente insultato gli accusati. Gli stessi giornali su cui scrivevano Drieu la Rochelle, Chardonne, Jouhandeau e Céline. Quanto a Robert Brasillach, divenne direttore di uno dei giornali riapparsi con la loro vecchia testata, ma ora al servizio dei tedeschi. Altri direttori di giornali collaborazionisti furono Marcel Déat, Jacques Doriot, Jean Luchaire, Lucien Rebatet… Tutti complici dell’occupante nazista che intanto applicava anche in Francia la “soluzione finale” per gli ebrei. A Parigi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel’ d’Hiv’) alle quattro del mattino, circa 13mila ebrei vennero arrestati dalla polizia francese (e non dalla sola Gestapo come si cercò poi di far credere). Radunati al “vélodrome d’hiver”, vennero inviati in Germania per finire nei campi di sterminio.
    Per “mantenere l’ordine interno”, il 31 gennaio 1943 Pierre Laval battezzava la Milice francaise (una derivazione del Service d’ordre légionnaire creato nel 1941) guidata da Joseph Darnand. Nel 1942 erano stati costituiti il Service de police anti-communiste (SPAC), il Service de police des sociétés secrétes (SSS) e la Police aux questions juives (PQJ).
    Decisamente collaborazionisti furono anche il Partit populaire francaise (PPF) di Jacques Doriot e il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat che il 5 agosto 1941 crearono una Légion des volontaires francais contre le bolchevisme per inviare combattenti sul fronte dell’Est a fianco dell’esercito tedesco. Alcuni tra i maggiori esponenti del collaborazionismo filonazista (Darnand, Déat, Fernand de Brinon, Bridoux…) costituirono a Sigmaringen una Commission gouvernementale per sorvegliare, per conto dei tedeschi, l’operato di Pétain. Dei quattro citati soltanto Bridoux riuscì a evitare il plotone di esecuzione dopo la Liberazione.
    Il 15 gennaio 1943 si apriva il “processo dei 42”. Temendo di alimentare ulteriormente lo sdegno con cui l’opinione pubblica aveva reagito alle fucilazioni del 1941, sia il governo servile e collaborazionista di Vichy (guidato dal marèchal Pétain) che gli occupanti tedeschi cercarono di dare una qualche legittimità a questo ennesimo massacro. Alcuni dei 143 arrestati vennero rilasciati, altri deportati, mentre 45, accusati di essere francs-tireurs e membri di un’organizzazione comunista, compariranno davanti al tribunale militare tedesco di Nantes. Il verdetto (37 condanne a morte) viene reso pubblico il 28 gennaio. Alla lettura della sentenza Henri Adam intonò la Marseillaise ripresa con vigore da tutti i condannati. Il giorno dopo (senza attendere il ricorso degli avvocati) al champ de tir du Béle vennero fucilati i primi nove prigionieri poi sepolti a Sautron.
    Il 13 febbraio 1943 altri 25 dei condannati del 28 gennaio vennero giustiziati, mentre gli ultimi tre (Le Paih, Brisson e Coiffé) cadranno sotto i colpi di un plotone di esecuzione tedesco il 7 maggio.
    In agosto è la volta di Marcel Hatet, morto per le torture subite nell’hotel de Charette, place Louis XVI, a Nantes. Nel gennaio 1943 era stato invece decapitato in una prigione tedesca (a Colonia) il religioso Jean-Baptiste Legeay, condannato a morte con 27 bretoni nel luglio dell’anno precedente.
    Contemporaneamente a quello dei “42”, un processo analogo si era svolto a Rennes contro 29 comunisti guidati da Edouard Hervé, fratello di Raymond. Entrambi verranno fucilati a circa un mese di distanza l’uno dall’altro.
    In piena occupazione tedesca di Parigi, il poeta armeno Missak Manouchian, ex operaio alla Citroen, venne incaricato dalla Internazionale comunista di costituire un gruppo clandestino nella capitale. Ne faranno parte giovani polacchi, ungheresi, italiani, cechi, spagnoli, rumeni. Dopo una prima fase dedicata alla distribuzione di volantini contro traditori e collaborazionisti, il gruppo (definito a posteriori un “fronte popolare di immigrati”) iniziò a colpire direttamente le truppe di occupazione. Di questi resistenti (oltre a Manouchian, Simon e Marcel Raynan, Thomas Elek…) 22 verranno fucilati al Monte-Valérien il 21 febbraio 1944. Quindici giorni dopo una donna membro del gruppo sarà decapitata a Stoccarda.
    Come hanno ricordato Ramòn Chao e Ignacio Ramonet (Guide de Paris rebelle, Plon 2008) dal febbraio 1999 in rue Groupe-Manouchian 36 (Parigi, 20° arrondissement) è possibile leggere il “Manifesto rosso”scritto da Louis Aragon per celebrare questi martiri della Resistenza. Il nome deriva dal manifesto rosso (stampato in più di 15mila esemplari) affisso sui muri di Parigi il 1 marzo 1944 dalla propaganda nazista dove i partigiani fucilati venivano definiti “armèe du crime”.
    Sulla vicenda della 35° Brigata Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Partisans-Main-d’Oeuvre Immigrée) Marc Levy, figlio di un esponente della brigata, ha scritto “I figli della libertà” (Rizzoli, 2008).
    Da Lucie Aubrac a France Bloch-Sérazin (decapitata il 12 febbraio 1943 a meno di 30 anni), da Charles Tillon alle deportate nacht und nebel Charlotte Delbo (arrestata dalla polizia francese collaborazionista nel 1942) e Germaine Tillion…, è una lista infinita quella dei cittadini francesi appartenenti al “peuple de la nuit” che osarono ribellarsi in nome della loro coscienza contro l’ordine imposto dagli invasori nazisti. Basti pensare a Jean Moulin, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza e Compagnon de la Libération, torturato e assassinato dai nazisti nel 1943; a Bertie Albrecht già sostenitrice del Fronte popolare. Arrestata una prima volta nel 1942, riuscì ad evadere, ma venne nuovamente catturata nel maggio 1943 e morì nel carcere di Fresnes dopo essere stata torturata; allo studente Libertaire Rutigliano, torturato e assassinato sotto gli occhi del padre, nella sede della Gestapo in Place Marèchal Foch, a Nantes (aprile 1944).
    Victor Basch, presidente della “Ligue des droits de l’homme”, presidente del “Comité pour le Rassemblement populaire” (da cui nacque il “Front Populaire”), venne assassinato con la moglie il 10 gennaio 1944 da alcuni miliziani collaborazionisti (tra cui Lécussan) della Milice francaise. In quanto ebreo e “franc-macon”, Basch rappresentava una sintesi di quanto i nazisti e i loro servi- come appunto i già citati Drieu la Rochelle e Brasillach – odiavano maggiormente. Vittime della stessa organizzazione collaborazionista fondata da Laval, anche Maurice Sarraut, l’ex ministro Jean Zay e George Mandel.
    Tra i criminali di guerra nazisti si distinse un ufficiale della Gestapo, Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) responsabile della morte di centinaia di ebrei e partigiani. Dopo la guerra fuggì in Sudamerica dove collaborò con vari regimi e con la CIA (avrebbe avuto un ruolo non secondario nella cattura di Ernesto Che Guevara) fino a quando nel 1983 non venne estradato in Francia e condannato all’ergastolo.
    Rappresaglie ed esecuzioni sommarie, opera sia dei tedeschi che dei collaborazionisti (polizia di Vichy, Milice e Franc-gardes) aumentarono man mano che i nazisti perdevano terreno, soprattutto dopo l’ordine di ripiegamento del 6 giugno 1944. Degli oltre 65mila deportati francesi non-ebrei (in gran parte politici, identificati dal triangle rouge) meno della metà fece ritorno in Francia
    Non mancarono poi stragi indiscriminate in stile Marzabotto. Nel giugno del 1944 a Oradour-sur-Glane la divisione SS Das Reich (nel tentativo di riprendere il controllo della Normandia) fece radunare tutti gli abitanti nella piazza. Centinaia di civili (in gran parte donne e bambini, anche una famiglia di emigrati dal padovano) vennero rinchiusi nella chiesa poi data alle fiamme. Chi tentava di scappare veniva mitragliato. Bilancio: 642 morti, la maggior parte carbonizzati.
    Mentre nel Vercors (luglio del 1944) era in corso una dura battaglia tra circa 8mila maquisards e più di 30mila tedeschi, coadiuvati dalle milizie collaborazioniste di Darnand, le SS distrussero Vassieux massacrando un’ottantina di abitanti . Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono alcuni sopravvissuti nascosti in una grotta e completarono l’opera. Tra le vittime anche un gesuita e due medici che curavano i feriti.
    Nel febbraio 1945 i combattenti francesi guidati da De Lattre entreranno nel “campo di rappresaglia” di Struthof (nei Vosgi) completamente vuoto. In quello che sarà definito “l’enfer de l’Alsace” erano stati sterminati migliaia di resistenti.
    Come antidoto ai “legami sentimentali con il fascismo francese” rivendicati da qualche esponente nostrano della “Nuova Destra”, direi che può bastare.

    UN SIMBOLO DEI COLLABORAZIONISTI
    E’ possibile che la “croce cerchiata delle ss francesi”, adottata nel 1944 come mostrina speciale per la “Compagnia Flak”, venisse scelta in quanto “simbolo imperiale” usato prima da Costantino e poi da Carlomagno. Quindi, volendo cavillare, di origine o romana o germanica, non celtica. Comunque ottimo per il Terzo Reich!
    La “Compagnia Flack” (composta da volontari francesi delle waffen-ss) era una unità della Charlemagne quando questa era ancora una brigata (in seguito divenne una divisione). La Flack venne impiegata a Monaco nella difesa contraerea e la Charlemagne combatté a Berlino attorno al bunker di Hitler. A voler essere pignoli, non è il simbolo in quanto tale ad essere scippato, ma la sua denominazione. Chiamarla “celtica” rappresenta un mascheramento sulla sua vera origine, oltre che un’offesa nei riguardi dei Celti. Brave persone, tutto sommato, in quanto si opposero valorosamente all’imperialismo romano (gli statunitensi di allora).
    Chi ha scelto quel simbolo (ribadisco: la “croce cerchiata delle ss francesi”, abusivamente chiamata “celtica”) sapeva bene cosa rappresentava! Con il precedente storico della Charlemagne posta a difendere il bunker di Hitler, appare chiaro perché nell’immediato dopoguerra diventasse l’emblema preferito delle organizzazioni francesi neonaziste e neofasciste che, idealmente, da quel bunker intendevano ripartire. Un ex appartenente alla Charlemagne, René Binet, editore del bollettino Le combattant europeèn (esplicito richiamo alla pubblicazione dei volontari francesi nelle SS) e di testi apertamente razzisti come Thèorie du racisme e Contribution à une èthique raciste, lo riesumò per identificare alcuni movimenti via via fondati. Nel 1946 il Parti republicain d’union populaire e successivamente l’ambiguo (anche nel nome) Mouvement socialiste d’unité francaise sciolto nel 1949 per “incitamento alla violenza razzista”. Nello stesso anno divenne il logo di Jeune Nation. Fondata dai fratelli Sidos, Jeune Nation propugnava uno stato totalitario inspirato al fascismo e si distinse per le sue spedizioni squadristiche contro le sedi dei partiti di sinistra. Negli anni cinquanta rappresentò l’approdo di molti veterani della guerra coloniale di Indocina. Venne sciolta dal governo nel 1958 dopo un attentato contro l’Assemblea Nazionale. Il simbolo venne utilizzato anche in Belgio dal Pnf. In Francia venne ripreso dal Parti Nationaliste costituito nel 1958 dai reduci di J.N. e in seguito dal Front de l’Algerie francaise e dal Front national pour l’Algerie francaise sotto la guida di Jean- Marie Le Pen. La maggior parte degli aderenti entrerà poi nell’Organisation de l’armèe secrète (Oas), l’organizzazione dei pieds-noirs, i coloni francesi in Algeria. Il gruppo terroristico, contrario alla decolonizzazione, venne fondato a Madrid nel 1961 da Jean-Jacques Susine e Pierre Lagaillarde. Passerà alla storia, tra gli altri misfatti, per il putsch d’Algeri (v. il generale Salan). Ogni slogan tracciato dall’Oas sui muri di Algeri era regolarmente accompagnato dalla “croce cerchiata delle ss francesi”. A causa degli attentati dell’Oas, tra il maggio 1961 e il settembre e il settembre 1962, vennero uccise circa 2700 persone, di cui 2400 erano algerini. Da una costola dell’Oas nacque a Lisbona l’Aginter Press che operò soprattutto in Africa inviando fascisti francesi, belgi e italiani (tra cui Concutelli) e agenti segreti (portoghesi e statunitensi) in Congo, Angola e Namibia (invasa dall’esercito del Sudafrica che vi aveva introdotto l’apartheid) contro le lotte di liberazione di Frelimo, Paigc, Anc, Mpla, Swapo…
    In collaborazione con la CIA e con il regime portoghese, l’Aginter Press si rese responsabile nel 1969 dell’assassinio di Eduardo Chivambo Mondlane, presidente del Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e nel 1973 di quello di Amilcar Cabral, segretario generale del Partido Africano da Independencia da Guiné Bissau e Cabo Verde (PAIGC). Dopo il 1975, miliziani europei presero parte ai massacri operati dall’esercito di Pretoria in Namibia e Angola e non si esclude una partecipazione dell’Aginter Press all’assassinio delle esponenti antiapartheid Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba) che si erano rifugiate, rispettivamente, in Mozambico e Angola. Come è noto l’Aginter Press svolse un ruolo non indifferente nella “strategia della tensione” che insanguinò l’Italia da Piazza Fontana in poi.
    Intanto nell’Esagono il controverso simbolo veniva ereditato da Ordre Nouveau. Attualmente quella che andrebbe sistematicamente definita “croce cerchiata delle ss francesi” viene chiamata Keltenkreuz (“croce celta”) dai gruppi tedeschi che la utilizzano al posto della svastica con l’aquila nazista sovrapposta. Esistono poi altre denominazioni, più o meno pittoresche e new age. Per quanto mi riguarda, ripeto, l’autentica “croce celtica”, è solo quella storica di cimiteri, chiese, manoscritti e murales irlandesi.
    Nelle manifestazioni di Forza Nuova (erede di Terza Posizione ?) sono ricomparsi altri simboli inseriti nel cerchio bianco della bandiera rossa (identica a quella nazista e a quella dei razzisti sudafricani con svastica a tre braccia). Oltre alla “croce cerchiata delle ss francesi” sono state riesumate la runa “dente di lupo” (wolf sangel) già usata da Tp e quella adottata da Avanguardia nazionale (l’organizzazione di Stefano Delle Chiaie). Il simbolo di Avanguardia nazionale sarebbe la “runa Othala” (Runa di Odal, Odalrune, di matrice scandinava, non celtica). Nell’originale, un rombo con i lati inferiori allungati. I seguaci di Delle Chiaie la disegnavano con i lati inferiori allungati e ritorti, nella versione già utilizzata dalle Waffen-ss “SS Gebirg-Division Prinz Eugen”, mentre i fascisti cileni degli anni settanta (quelli che favorirono il golpe di Pinochet) la utilizzavano nella forma originale.
    Una runa identica a quella di Avanguardia nazionale, ma rovesciata con le punte verso l’alto, identificava il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat (fucilato dopo la Liberazione) quello stesso che, insieme a Jacques Doriot del Parti populaire francais (PPF, v. l’osservazione di Cardini sulla “francisca”), costituì nell’agosto 1941 la Légion des volontaires francais contre le bolchevisme. Come ho detto, anche l’ascia bipenne adottata da “Ordine Nuovo” (Rauti, Signorelli, Concutelli) era un simbolo del collaborazionismo francese (identica a quella del maresciallo Petain e di Vichy), sebbene gli ordinovisti cercassero di nobilitarla con richiami agli etruschi o all’antica civiltà cretese. Probabilmente, vietati l’uso della svastica e del fascio littorio, i nostalgici nostrani ricorrevano ad una forma di mimetismo (camouflage) prendendo in prestito la simbologia dei loro camerati d’oltralpe. L’origine di questa importazione andrebbe cercata nei rapporti tra neofascismo italiano e gruppi della destra francese (oltre a Jeune Europe anche Lutte du Peuple), specializzati nell’opera di “intossicazione” a sinistra usando la carta dell’antimperialismo e della liberazione nazionale. Niente male per gente che aveva collaborato con l’OAS contro gli indipendentisti algerini!
    FASCISTI CON “AL KATAEB”
    Stando a quanto scrivono gli interessati, negli anni settanta alcuni esponenti di Jeune Europe sarebbero andati in Libano per combattere a fianco dell’OLP. Invece, come è noto, i fascisti italiani (non solo quelli dei NAR, i Nuclei armati rivoluzionari, di estrema destra, legati ai servizi e, forse, braccio armato della P2) in genere si schieravano con al-Kataeb (la Falange), il partito dei maroniti di destra, fondato nel 1936 da Pierre Gemayel al suo ritorno da un viaggio nella Germania nazista. Secondo Stuart Christie (“Stefano delle Chiaie – Portrait of a black terrorist“, anarchy magazine/refract publications, London 1984) avrebbero preso parte ad azioni contro i palestinesi (viene citato Walter Sordi). Mario Caprara e Gianluca Semprini, autori di “Destra estrema e criminale” (Newton Compton ed. 2009), nel capitolo dedicato ad Alessandro Alibrandi, riportavano un’intervista di Panorama a Signorelli, scomparso qualche anno fa. Secondo Signorelli: “i valorosi camerati italiani hanno aiutato la milizia di Gemayel combattendo al loro fianco nella battaglia di Tel Znatar (sic)”.
    E’ possibile che i due autori abbiano fatto un po’ di confusione e citato l’intervista sbagliata. Probabilmente Signorelli parlava degli avvenimenti di Tel al Zaatar (nel settore cristiano di Beirut) che risalgono al 12 agosto 1976. All’epoca dell’intervento militare della Siria in Libano (in favore dei falangisti) Alibrandi si trovava ancora in Italia. Comunque, più che di una battaglia bisognerebbe parlare di assedio (durato 52 giorni) e di un brutale massacro. Anche nei confronti dei feriti, nonostante l’intervento della Croce Rossa. A Tel al Zaatar l’esercito siriano (penetrato in Libano nel giugno 1976) si comportò come qualche anno dopo quello israeliano a Sabra e Chatila, con un ruolo di copertura e appoggio ai miliziani maroniti cui toccò il lavoro sporco. Resta l’incertezza sul numero esatto delle vittime, da 1500 a 3000. Con i falangisti, oltre ai neofascisti italiani, militanti francesi dei Groupes d’Action Jeunesse, spagnoli di Fuerza Jòven, fiamminghi del Vlaamsa Militantenorde (Vmo) e tedeschi di estrema destra dell’organizzazione di Karl Heinz Hoffman. Dalla parte dei palestinesi, baschi e irlandesi, presumibilmente legati all’Eta e all’Ira. Durante l’operazione “Pace in Galilea” alcuni combattenti irlandesi vennero catturati dall’esercito israeliano e consegnati alla Corona britannica.
    Molti repubblicani irlandesi avevano combattuto nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola. Alcuni sono ricordati nella lapide per i caduti della battaglia di Brunete (8-9 luglio 1938), altri (come Tommy Patten, caduto a Madrid verso la fine 1936, quasi contemporaneamente a Buenaventura Durruti) al memoriale dell’isola di Achill in Irlanda. Quanto alla partecipazione di alcuni irlandesi alla Guerra di Spagna dalla parte dei franchisti (spinti dalle prediche di qualche prete esaltato che vedeva in Franco un “crociato” della religione cattolica), non è mai stata rimossa dal Movimento repubblicano, ma sicuramente denigrata e combattuta. Basterebbe riascoltare la canzoni di Christy Moore “Viva la Quinta Brigada!”. Parlando dei volontari nelle Brigate Internazionali ha scritto:
    “Vennero per resistere accanto al popolo spagnolo,
per cercare di spezzare la marea montante fascista. 
Gli alleati di Franco erano i ricchi e i potenti,
gli uomini di Frank Ryan vennero dall’altra parte

. Anche le olive sanguinavano
 mentre la battaglia di Madrid stava infuriando.
 Verità e amore contro la forza del male,
fratellanza contro la cricca fascista. 

Viva la Quinta Brigada,
“No pasarán” era l’impegno che li faceva combattere
“Adelante” è il grido intorno alle colline,
 ricordiamoli tutti stasera”.
    Mentre più avanti così si esprime nei confronti dei filo-fascisti:“ Altri irlandesi risposero all’appello di Franco 
e si unirono a Hitler e anche a Mussolini. La propaganda dal pulpito e dai giornali 
aiutò O’Duffy ad arruolare la sua ciurma

. Da Maynooth venne lo slogan: “Aiutate i nazisti”
e il clero ne fece un’altra sbagliata
 quando i vescovi benedissero le Camicie Blu a Laoghaire
 mentre salpavano per la Spagna sotto la svastica”.
    Per concludere: “Questa canzone è un tributo a Frank Ryan, 
a Kit Conway e anche a Dinny Coady, 
a Peter Daly, Charlie Regan e Hugh Bonar
anche. Se tanti morirono, ne so nominare solo pochi. 

Danny Boyle, Blaser-Brown e Charlie Donnelly, 
Liam Tumilson e Jim Straney da Falls Road, 
Jack Nalty, Tommy Patton e Frank Conroy
, Jim Foley, Tony Fox e Dick O’Neill”.

    Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Irish Republican Army addestrava militarmente, contro gli inglesi, gli ebrei scampati all’Olocausto. Tutto questo va ribadito per ridimensionare l’entità, ampiamente sovradimensionata dalla destra, sui rapporti (in chiave anti-inglese) intercorsi tra alcuni elementi repubblicani e i servizi segreti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Due esponenti dell’Ira, catturati dai franchisti mentre combattevano con le Brigate internazionali, sarebbero stati rimpatriati grazie all’intervento tedesco (forse con un sommergibile). Alcune azioni dell’Ira a Londra durante la “battaglia d’Inghilterra” hanno alimentato l’ipotesi di una possibile collaborazione con la Germania.
    L’ossessione di certa destra (da On a Tp, fino a Forza nuova) di accreditarsi nei confronti delle lotte di liberazione nazionale è stata, in genere, mal corrisposta. Ancora nel 1985, avevo chiesto a Bernadette Devlin la sua opinione in merito alla simpatia dimostrata dalla cosiddetta “destra radicale” per la causa irlandese. Mi rispose che “di sicuro sono simpatie a senso unico”.
    Con la presentazione ufficiale del libro di Calamati, McKeawn e O’Hearn sotto le insegne del Parlamento europeo la vecchia questione era tornata di attualità. A fare gli onori di casa la vicepresidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli, in gioventù vicina a Terza Posizione, poi Segretaria del Fronte della gioventù e deputata europea di An dal 1994. Angelilli era grande amica di Andrea Insabato, il personaggio che il 22 dicembre 2000 rimase ferito nell’esplosione della propria bomba davanti alla redazione de il Manifesto sulle scale della vecchia sede di via Tomacelli.
    Un episodio che evocava un altro attentato fascista dell’aprile1973. Nella toilette del treno, il sanbabilino Nico Azzi (con doppia militanza: Msi e “La Fenice” di Rognoni, legata a ON) si fece esplodere un ordigno tra le gambe. Non prima di essersi fatto notare in giro per il treno con Lotta continua in mano. Ai suoi funerali, nel 2007 in Sant’Ambrogio di Milano, erano presenti sia Forza Nuova che i fratelli Larussa.
    Durante la sua permanenza al Policlinico Gemelli e in carcere (molto breve, anche perché quelli del Manifesto, forse mossi a compassione, non si costituirono parte civile), Insabato ha scritto un memoriale dove trova il tempo per vantarsi delle sue “duecento conquiste di letto”. Numerose, precisa, anche durante la latitanza londinese (vedi sopra).
    Il “paladino di Dio” (per autodefinizione) ricordava affettuosamente l’amica Roberta Angelilli, la sua “prima tifosa di tutte le udienze” nei processi che lo vedevano imputato in quanto esponente di Terza Posizione (capozona alla Balduina).
    L’Angelilli è nota per aver definito i partigiani “assassini”, non riuscendo evidentemente a cogliere l’analogia tra la lotta di liberazione del 1943-45 contro i nazisti e quella irlandese contro l’occupazione britannica (e nemmeno l’analogia tra i collaborazionisti fascisti repubblichini e quelli “lealisti” protestanti). Dal libro di Caldiron “La destra plurale” (manifestolibri 2001), si ricava che porta al collo una “croce cerchiata delle ss francesi”. D’argento, noblesse oblige.
    L’attentato a il manifesto sembrava diretto in particolare contro Stefano Chiarini che si occupava della questione palestinese e con cui Insabato cercava da tempo di entrare in contatto. In precedenza Chiarini si era dedicato all’Irlanda, sia come editore che come giornalista. La sua Gamberetti Editrice aveva pubblicato “Strade di Belfast” di Gerry Adams e alcuni romanzi (“La seconda prigione”) di Ronan Bennet, un ex prigioniero politico repubblicano.
    Oltre ad aver pubblicato sul “quotidiano comunista” decine di articoli riguardanti la questione irlandese, Chiarini aveva collaborato alla realizzazione di un dossier (“La verità la prima vittima”, supplemento al n.1 de “I diritti dei popoli”, 1985) sulle violazioni dei diritti umani in Irlanda del Nord. Insieme a Gianni Palumbo, Giovanni Bianconi e Silvia Calamati, autrice di Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese.
    Alla presentazione del libro su Bobby Sands, insieme all’Angelilli, presenziava l’esponente di “Azione giovani” Tommaso della Longa, all’epoca collaboratore di varie pubblicazioni di estrema destra tra cui “Area” e “Rinascita” (in qualità di capo servizio esteri). Sul giornale della soi disant “Sinistra nazionale” (in realtà di estrema destra), si ironizzava su clandestini, immigrati e sindacati di base. Elogi nostalgici invece per la “leggendaria” marcia su Roma del ’22. Della Longa collaborava anche a “Il Riformista” durante la direzione di Antonio Polito. Grazie ai buoni rapporti con Rocca, era diventato portavoce della Croce Rossa (v. i comunicati dell’Ufficio stampa della C.R). Se ne era parlato all’epoca dell’assunzione di alcuni neofascisti alla C.R. (segnalo su Indymedia “Sembra un ministero, è la Croce Rossa…uncinata”). Altra coincidenza, nel 2008 arrivava alla dirigenza della C.R. la moglie del Polito, Patrizia Ravaioli. .
    A questo punto, visto che qui si parla di hunger strikers, ricordo che Antonio Polito, ex direttore de “Il Riformista”, è quel giornalista che durante lo sciopero della fame contro la vivisezione del prigioniero antispecista Barry Horne (anarchico e negli anni ottanta militante dei gruppi di solidarietà con i prigionieri politici irlandesi) faceva dell’ironia nei suoi articoli pubblicati su “la Repubblica”. In sostanza diceva che stava fingendo, che mangiava di nascosto, che era un esaltato… Poi Barry Horne è morto nel modo che sappiamo. E Polito, che io sappia, non ha mai chiesto scusa. Ancora prima della morte di Barry, i suoi articoli mi erano apparsi “pilotati”. Coincidenze. O, forse, analogie.
    La vicenda di Sands e degli altri nove repubblicani morti nel 1981 ha rappresentato nel tempo una testimonianza contro le carceri speciali, contro la tortura e contro la legislazione d’emergenza. Un“grido contro l’ingiustizia”, così come la resistenza popolare, in tutte le sue molteplici forme, nei quartieri proletari di Derry e Belfast, dal Bogside a Falls road, tra gli anni sessanta e novanta.
    Le destre estreme hanno tentato di appropriarsene come avevano fatto con le lotte contro il nucleare e contro la globalizzazione, con l’ecologia e, più recentemente, anche con la liberazione animale. Un gruppo animalista del nord-est, fondato da un ex di Forza Nuova, aveva tentato di appropriarsi della memoria dell’antispecista anarchico Barry Horne. Al di là del folclore, a naso, si intravede un metodo che ricorda le infiltrazioni degli anni sessanta (e, fatte le debite proporzioni, anche alcune ambigue posizioni dei “Corpi franchi” in Germania nel primo dopoguerra).
    Sia ben chiaro. Siamo in democrazia, (anche se certamente non per merito dei fascisti) e, per quanto mi riguarda, ognuno è libero di usare i simboli che vuole. Ma senza ambiguità e chiamando le cose con il loro nome. Bobby Sands era comunque uno di sinistra, un compagno. I suoi riferimenti, oltre a Connolly e Pearse, sono stati Che Guevara, Malcom X e George Jackson (quello dei fratelli di Soledad), gli antifranchisti baschi Txiki e Otaegi fucilati nel 1975. Non certo Codreanu o Degrelle. Non si può escludere che qualche militante di destra sia in buona fede quando esprime ammirazione per gli hunger strikers. In questo caso dovrebbe riconoscere che l’antimperialismo, l’amore per la giustizia e la libertà, il rispetto per le lotte di liberazione degli oppressi (di tutti gli oppressi, s’intende) sono incompatibili con le idee totalitarie, autoritarie e gerarchiche (anche quando si dicono “di sinistra”, Stalin docet). E quindi incompatibili con il fascismo.
    Cassandra mio malgrado, agli inizi del 2011 avevo scritto “ nel trentesimo anniversario della morte dei dieci hunger strikers, sarebbe inconcepibile dover assistere alla partecipazione di neofascisti e neonazisti alle commemorazioni. Dopo la presentazione ufficiale del libro“Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (comunque un buon libro) da parte di Roberta Angelilli, tutto diventa possibile”. Purtroppo avevo ragione: nel maggio 2011 alle manifestazioni in memoria di Bobby Sands e degli altri hunger strikers hanno partecipato i neofascisti di Casa Pound, a fianco degli inconsapevoli militanti del Sinn Fein, ostentando il manifesto con la foto di Bobby Sands e diffondendo poi le immagini su Internet.
    Ripeto, nessun dubbio sull’onestà intellettuale dei tre autori, ma forse qualcuno dovrebbe aggiornare i repubblicani irlandesi. Fermo restando che queste ambiguità e contaminazioni restano, purtroppo, un fenomeno tipico del nostro Paese, almeno dagli anni sessanta.

    Gianni Sartori (osservatore internazionale, per conto della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, al processo di Madrid del 1997 contro Herri Batasuna)

    * Per quanto riguarda Rao, va aggiunto che il titolo stesso dei suoi libri (“La fiamma e la celtica”,“Il sangue e la celtica”…) contribuisce ad alimentare l’equivoco.

    **dati i rapporti intercorsi tra fascisti italiani latitanti a Londra e servizi segreti inglesi, non si escludono tentativi di infiltrazione nel movimento repubblicano.
    ***breve nota quasi storica
    Dopo Alesia e l’imprigionamento di Vercingetorix (assassinato a Roma sei anni dopo), la resistenza organizzata dei Galli contro Roma sembrò esaurirsi nel 51 a.C. A Uxellodunum, Giulio Cesare fece tagliare le mani agli ultimi irriducibili. Gutuater, considerato il capo religioso della ribellione, venne ucciso dopo atroci torture. Nel 21 d.C. scoppiò una rivolta guidata da Julius Sacrovir che, sconfitto, morirà gettandosi tra le fiamme per non consegnarsi ai romani. Nel 69 d. C. è Civilis a ribellarsi con la propria guarnigione. Al suo fianco, oltre a molti druidi, una profetessa, Velléda e due eminenti cittadini di Langres, Julius Sabinus e la sua sposa Eponina. Divisioni interne tra i Galli, oltre alla diffidenza della popolazione nei confronti di Civilis e degli altri capi della rivolta, porteranno all’ennesima sconfitta. Trascinati a Roma, Sabinus e la moglie verranno fatti uccidere da Vespasiano e i loro figli affidati a famiglie romane. Per altri due secoli in Gallia regnerà la “pax romana”. Nel 258 franchi e alemanni, popolazioni germaniche, varcano il Reno e invadono la Gallia. A migliaia i contadini fuggono nelle foreste dove per sopravvivere costituiscono gruppi armati, le bagaudes. Tra i loro capi emerge Elien. Quando l’imperatore Diocleziano invia truppe con l’incarico di sterminare questi ribelli, Elien stringe un’alleanza con Amandus, comandante di origine gallica della guarnigione di Bourges. Dopo la morte di Elien, anche Amandus viene sconfitto e ucciso nel corso di una battaglia sulle rive della Loira. Mentre l’impero romano va disgregandosi, la Gallia subisce nuove invasioni di vandali, burgundi, visigoti e ancora franchi. Nell’ultimo giorno dell’anno 406, vandali, svevi e alani valicano il Reno ghiacciato. Entrati in Gallia, devastano Tournai, Amiens e Arras. Dietro di loro, ancora burgundi e alemanni. Nel 451 anche gli unni superano il Reno, dopo averne “trasformato le foreste della riva in barche” invadendo la Gallia settentrionale. Guidati da Attila, saccheggiano Colmar, Strasbourg, Reims, Besancon e Arras. A Lutezia, la popolazione invece di fuggire organizza la resistenza. Attila si allontana e si dirige verso Orleans che per più di un mese resisterà all’assedio. Il 14 giugno 451, mentre inizia il saccheggio, arriva l’esercito del generale romano Aetius, formato in gran parte da mercenari e da alleati visigoti. Sconfitto, Attila si rifugia a Chalons-sur-Marne (Campi Catalaunici). Con questa battaglia (21 giugno 451) rimangono sul terreno circa sessantamila cadaveri (secondo alcuni autori quasi il triplo) e comincia il declino del “flagello di Dio”. In Occidente si formano vari regni romani-barbarici: visigoti, ostrogoti e, in Gallia, il regno dei franchi. Il resto è storia nota. Da Childerico (capostipite dei Merovingi) a Clovis (Clodoveo I, 465-511). Dopo la sua morte il regno venne diviso in Austrasia, Neustria e Burgundia. Da Charles (Carlo, “dux et princeps francorum”, soprannominato Martello per aver sconfitto pesantemente i saraceni a Poitiers nell’ottobre 732), figlio del maggiordomo d’Austrasia Pépin d’Heristal (Pipino II capostipite dei Carolingi) a Pépin nominato re da un’assemblea di nobili e vescovi nel novembre 751 e morto nel settembre 768. Nel 772 suo figlio Carlomagno organizzerà una prima spedizione contro i sassoni. Dieci anni dopo, la più sanguinosa. Oltre alla decapitazione di 4500 sassoni che rifiutavano di abbandonare la religione tradizionale e convertirsi al cristianesimo, circa 10mila saranno deportati in Gallia.

    ****Oltre agli interventi non richiesti di Borghezio, noto estimatore dell’ascia bipenne, va ricordato un episodio legato alla Falange (versione italica, non libanese o spagnola). La misteriosa organizzazione parastatale, responsabile negli anni novanta di operazioni che puzzavano di provocazione e servizi segreti, diffuse un comunicato (l’originale mi venne fornito dall’allora senatore Francesco Bortolotto, dei Verdi) in cui si minacciavano i sindaci veneti contrari all’Alta Velocità. Era firmato con la sigla della Falange e una strana aggiunta, un inesistente “gruppo Veneto-Euscadi”, scritto con la “C”. Da notare che in euskara, la lingua basca, questa lettera non esiste, sostituita regolarmente con la “k”. All’epoca, in un articolo cofirmato con Giovanni Giacopuzzi, feci notare la stranezza e suggerii la natura provocatoria del testo (“strategia della tensione a bassa intensità”?). Altra evidente incongruenza, la sinistra abertzale basca si è sempre mobilitata contro l’Alta Velocità (“AHTrik EZ, emaiezu botea!!”).

    *****Pare che il commando responsabile dell’azione del 20 ottobre contro Karl Hotz provenisse da Parigi e fosse composto da Gilbert Brustlein, Marcel Bourdarias e da un ex membro delle Brigate Internazionali, Spartaco Guisco.
    In precedenza, il 21 agosto, a Parigi alcuni membri dei Bataillon de la Jeunesse, guidato da Pierre Georges (comandante Fabien), avevano ucciso un esponente della Kriegsmarine, Moser, alla stazione del métro Barbès per vendicare due compagni fucilati il 18 dopo aver partecipato ad una manifestazione del P.C.F. Una Cour spéciale condannò a morte, su richiesta dei tedeschi, tre persone già detenute (e che quindi non avevano preso parte all’azione).

    ******In Bretagna alcune formazioni indipendentiste di destra, comunque minoritarie, presero parte ai rastrellamenti e alle torture contro altri bretoni legati alla Resistenza. E’ storicamente accertato (v. gli studi di Kristian Hamon) che i tedeschi finanziarono il Parti national breton (PNB, nato nel 1931, sciolto nel 1939 e rinato alla fine del 1940) per condizionare l’amministrazione di Vichy con la minaccia di una Bretagna indipendente sotto la tutela di Berlino. Studi recenti hanno ridimensionato il numero degli aderenti al PNB (non più di 1500, di cui due-trecento attivisti). All’interno del partito convivevano simpatizzanti sia del nazismo tedesco che del fascismo italiano e anche qualche ammiratore della Falange spagnola. Mentre il principale ideologo del partito, Olier Mondrel, si dichiarava apertamente nazista il presidente (fino al 1944) Raymond Delaporte veniva considerato un “conservateur modéré”. I Bagadoù stourm (“gruppi di combattimento”, sulle loro bandiere il triskell) costituivano il movimento giovanile del PNB e fornirono qualche decina di militanti al Bezen Perrot, una formazione militare fondata da Célestin Lainé dopo l’uccisione dell’abate Perrot, a Scrignac nel dicembre 1943. Sorto come “servizio d’ordine”, ben presto il Bezen Perrot si trasformò in milizia collaborazionista, indossando la divisa germanica, combattendo a fianco dei tedeschi e partecipando a rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni di partigiani. Va sottolineato che l’occupazione nazista incontrò anche in Bretagna una forte opposizione e in varie occasioni (v. a Landerneau nel 1943) la popolazione aveva mostrato disapprovazione per quei militanti di Bagadoù stourm che sfilavano al passo dell’oca e vestiti di nero.
    Ordinato sacerdote nel 1903, Jean-Marie Perrot (Yann-Vari Perrot in bretone) aveva vissuto come un abuso il divieto, risalente al 1902, di insegnare il catechismo in bretone. Per salvaguardare la lingua nazionale organizzò a Saint-Vougay (Finistère) un gruppo teatrale (Paotred Sant-Nouga) e in seguito un movimento, Bleun brug (Fiore di brughiera, in riferimento al congresso interceltico di Caernarvon del 1904 che aveva adottato questo fiore come simbolo). Divenuto associazione nel 1912, il Bleun brug rinascerà dopo la guerra, nel 1920. Perrot scrisse anche molti articoli in difesa della lingua bretone, articoli apparsi regolarmente sulla rivista religiosa Feiz ha Breiz (“Fede e Bretagna”). Forse a causa del suo impegno, giudicato eccessivo dalle autorità ecclesiastiche, Perrot verrà assegnato alla parrocchia di Scrignac, notoriamente anticlericale e dove si formerà una consistente presenza di FTP (Francs-Tireurs et Partisans). La vera identità dei suoi uccisori non venne mai definitivamente stabilita. Nel dopoguerra seguaci di De Gaulle e comunisti si rinfacciarono la responsabilità con reciproche accuse, ma non si può nemmeno escludere una responsabilità di quei bretoni che poi gli dedicarono la milizia denominata Bezen Perrot. Poco prima di venir assassinato, l’abate Perrot aveva duramente condannato Cèlestin Lainé per il suo neo-paganesimo. Un altro gruppo paramilitare bretone che prese parte attiva agli interrogatori e alle torture dei partigiani fu il meno conosciuto Kommando Landerneau. A queste formazioni collaborazioniste degli anni quaranta, si richiameranno apertamente gli indipendentisti di estrema destra dell’Adsav.
    G.S.


  • Gianni Sartori

    TRA REVISIONISMO SPICCIOLO E PERDITA DELLA MEMORIA
    (Gianni Sartori)
    Sempre più spesso ci tocca dover leggere interpretazioni e ricostruzioni artefatte, mistificanti (quantomeno superficiali, in qualche caso semplicemente false) sugli anni 60-70-80….
    Vabbè, abbiamo perso e la Storia la riscrivono i vincitori, ma almeno siate plausibili.
    O forse mistificare, stravolgere, infamare…serve ancora per esorcizzare la “grande paura” delle classi dominanti nei confronti di un possibile ritorno delle rivolte popolari? Il guaio è che a furia di insistere su alcune falsità queste diventano moneta corrente, luoghi comuni e le ritrovi anche dove non te lo aspetteresti. Qualche esempio alla rinfusa (ma volendo l’elenco sarebbe lunghissimo). Parlando su La Repubblica dei funerali di Pino Rauti Alessandra Longo (in genere osservatrice intelligente e preparata) definiva il fondatore di Ordine Nuovo un esponente del “fascismo di sinistra, anticapitalista e antimperialista”. Delirante. In che cosa sarebbe stato “antimperialista” questo ammiratore dell’OAS? Antimperialisti i neofascisti che si arruolarono nell’esercito sudafricano per combattere la resistenza indipendentista della SWAPO in Namibia? O quelli che in Libano collaboravano con la Falange maronita?
    “Antimperialista” anche Concutelli che in Angola divenne il vice del collaborazionista Jonas Savimbi, uomo della CIA, dopo aver fornito manovalanza alle squadre della morte antibasche in Spagna (con Rognoni, Delle Chiaie e Guerin Serac, come ha ricordato il giudice Salvini nella sentenza ordinanza della strage di piazza Fontana)? E poi, perché avvallare, sempre su La Repubblica, la favola di un Ordine Nuovo “anticapitalista”? Forse per il coinvolgimento nelle bombe del 12 dicembre 1969 nelle banche? Ma per favore! Incomprensibile poi che venga definito “il Gramsci di destra” (!?!). Forse per aver denominato la sua organizzazione “Ordine Nuovo” come il giornale del comunista sardo-torinese vittima del fascismo? Ma Gramsci pensava ad una nuova forma di organizzazione sociale che doveva sorgere dai consigli operai (“soviettista”) mentre per Rauti era la versione italica dell’Ordre Nouveau francese che si ispirava all’Ordine Nero delle SS (nel senso di confraternita, gruppo chiuso dell’aristocrazia guerriera dominante, come i cavalieri teutonici). Gli unici tentativi (comunque taroccati) di “gramscismo di destra”, che io sappia, sono quelli del francese De Benoist e di quel Tarchi che fu redattore della “Voce della Fogna” e tra gli ideatori dei campi Hobbit. Si parva licet, vorrei citare anche un’intervista (apparsa sul settimanale diocesano vicentino) ad Achille Serra da cui si ricava che l’inizio degli “anni di piombo” (termine abusato preso in prestito dalla Germania e inizialmente utilizzato per definire il biennio 1977-1978) risalirebbe addirittura al novembre del 1969 e alla morte dell’agente Annaruma “morto in uno scontro tra la polizia e gli anarchici”. A parte che Annaruma, presumibilmente, potrebbe essere rimasto vittima di uno scontro tra gipponi impegnati nei famosi “caroselli” (come sembrerebbe da un video visto in Francia, ma censurato dalla Rai, un metodo che costò la vita negli anni sessanta all’Ardizzone e nel 1975 a Giannino Zibecchi, per citarne un paio) resta il fatto che in quel momento davanti al Lirico di Milano si trovavano gli operai metalmeccanici dei tre sindacati confederali e un gruppetto di maoisti (tanto per la precisione). Certo, far iniziare gli “anni di piombo” venti giorni prima della strage di Stato a Piazza Fontana (e almeno sei o sette anni prima di quelli realmente e storicamente definibili come tali) permette di annacquare il tutto, stendere un velo sulla strategia della tensione e sul ruolo di manovalanza svolto dai fascisti, alzare una cortina fumogena indistinta sulla “violenza” e nascondere le responsabilità di apparati più o meno occulti in quelli che caso mai si dovrebbero chiamare “anni del tritolo di stato” (vedi, oltre al 12 dicembre, le stragi di Brescia e dell’Italicus nel 1974). Fermo restando che all’epoca il piombo statale aveva già fatto le sue vittime tra i manifestanti (Avola e Battipaglia, fine 1968-inizi 1969) nel solco di una tradizione ben consolidata. Ricordo che all’epoca ho personalmente distribuito i volantini che denunciavano l’uccisione di oltre un centinaio di manifestanti dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta. Se non ricordo male, perfino i sindacati chiedevano il disarmo della polizia! Altro esempio di blando “revisionismo” (stavolta ritengo del tutto inconsapevole) dove non me lo sarei mai aspettato, su “A, Rivista anarchica”. Parlando della recente autobiografia del fondatore di Avanguardia Nazionale (dove questo collaboratore storico dei regimi fascisti di mezzo mondo si sforza di paludarsi con un’immagine da “rivoluzionario tercerista”, quasi un montonero) l’autore della recensione lamenta che Stefano Delle Chiaie non abbia ben chiarito quali fossero le sue attività nei periodi trascorsi in Spagna e in Bolivia. Beata ingenuità! Mai sentito parlare della consistente presenza di neofascisti italiani nelle squadre della morte contro i rifugiati baschi? E della mitraglietta Ingram già in dotazione alla Guardia Civil (”sottratta” a Delle Chiaie, nella versione di Concutelli) e poi utilizzata per assassinare il giudice Occorsio? O delle foto che ritraggono il “caccola” con altri neofascisti italiani al raduno di Monte Jurra (Jurramendi in euskara) dove vennero assassinati alcuni esponenti della componente democratica dei Carlisti? Quanto alla Bolivia, è noto che Delle Chiaie fornì le sue competenze al regime golpista e torturatore.
    Nel libro (con il titolo “L’aquila e il condor” preso in prestito da un testo iniziatico di sciamanesimo; forse era più indicato “L’avvoltoio e la iena” con tutto il rispetto per i due simpatici necrofagi) viene pubblicato un esempio da manuale di “intossicazione e propaganda”. Un volantino per il Primo maggio dove si strumentalizzano perfino i Martiri di Chicago (anarchici, condannati a morte del tutto innocenti) per dare un’immagine “sociale” e antimperialista della giunta militare.
    Forse, oltre al classico “La strage di Stato” (per quanto da aggiornare in base alle nuove informazioni che il compianto Edgardo Pellegrini all’epoca non poteva certo scovare) andrebbero riletti almeno “La destra radicale” (a cura di Franco Ferraresi, Feltrinelli ed.) e il libro di Stuart Christie “Stefano Delle Chiaie, portrait of a black terrorist”, black papers n.1, Anarchy magazine/refract publitions, London 1984. Non c’è tutto, ma quanto basta per farsi un’opinione. Una boccata di aria fresca dopo le ambigue rivalutazioni del neofascismo operate dai vari epigoni di Giampaolo Pansa (Luca Telese, Nicola Rao…forse più il primo che il secondo).
    Gianni Sartori

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