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Nuova condanna ONU per Israele per crimine di apartheid; appoggio al movimento BDS

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Che Israele sia uno stato razzista, sorto attraverso un processo coloniale che ha assunto le fattezze di un regime di apartheid ai danni del popolo palestinese, in molti lo sappiamo da tempo. Lo sanno i Palestinesi, che sin dalla Nakba — la pulizia etnica attraverso la quale Israele poté costituirsi come stato a maggioranza ebraica — denunciano e resistono alle continue violazioni israeliane dei loro più basilari diritti umani, sociali, politici ed economici. Lo sanno già gli attivisti che dal 2005 organizzano in tutto il mondo la Settimana contro l'Apartheid Israeliana, che consiste in una settimana all’anno di eventi dedicati ad educare il pubblico sul regime sionista, e a guadagnare supporto per il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

Da mercoledì 15 marzo, che Israele è colpevole del crimine di apartheid lo dice, a chiare lettere, anche un nuovo rapporto ONU. Il rapporto, pubblicato dalla Commissione Economica e Sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA), è intitolato “Le Pratiche Israeliane nei Confronti del Popolo Palestinese e la Questione dell’Apartheid.” Lo stato di Israele viene condannato inequivocabilmente per il crimine contro l’umanità formulato originariamente dalle Nazioni Unite in censura alla sistematica oppressione delle popolazioni non bianche del Sud Africa. Il rapporto, redatto dall’ex-inviato speciale nei territori palestinesi occupati Richard Falk e dalla professoressa di scienze politiche alla Southern Illinois University Virginia Tilley, “stabilisce, sulla base di indagini accademiche e schiaccianti evidenze, che Israele è colpevole del crimine di apartheid” (p. 51 del report). La definizione di apartheid su cui si basa il rapporto è così formulata nell’art. 2 della Convenzione sull’Apartheid del 1973: “Il termine ‘crimine di apartheid,’ che include politiche e pratiche di segregazione e discriminazione razziale simili a quelle praticate nell’Africa del sud, si applica…ad atti inumani commessi con lo scopo di stabilire e mantenere la dominazione di gruppi e persone di una razza su qualunque altro gruppo o persona di una o altre razze, e di opprimerle in maniera sistematica” (p. 1 del report).

Immediatamente dopo la sua pubblicazione, il rapporto ha incontrato una dura reazione da parte dei governi di Israele e Stati Uniti. A seguito di condanne giunte dagli alti scranni delle Nazioni Unite, la segretaria dell’ESCWA Rima Khalaf ha rassegnato le proprie dimissioni. Il rapporto è purtroppo stato ritirato dal sito dell’agenzia ONU.

 

Il volto israeliano dell’apartheid

Il lungo documento compie una profonda indagine sul sistema di discriminazione e oppressione che Israele impone al popolo palestinese. È importante notare che per la prima volta Israele viene chiamato a rispondere non solo delle condizioni dei palestinesi che vivono sotto occupazione dal 1967 in Cisgiordania e a Gaza, ma di tutte le componenti del popolo palestinese. Il crimine di apartheid viene dunque applicato alle politiche israeliane contro i palestinesi con cittadinanza israeliana, i residenti palestinesi di Gerusalemme Est, i rifugiati espulsi nel 1948, e i palestinesi dei territori occupati. Il rapporto non solo ribadisce che il popolo palestinese è vittima dell’apartheid israeliano nella sua interezza, ma individua nella frammentazione territoriale e giuridica cui i palestinesi sono sottoposti la strategia principale dell’apartheid israeliano.

Innanzitutto il fascicolo affronta la questione dei palestinesi con cittadinanza israeliana, che costituiscono circa il 20 per cento della popolazione residente all’interno dei confini dello stato ebraico. Dotati di diritti politici tra cui il diritto di voto, i ‘palestinesi del 48’ sono spesso tirati in ballo dagli apologeti di Israele come prova della natura democratica dello stato ebraico. La costituzione (Basic Law) dello stato di Israele, tuttavia, sancisce la supremazia della razza ebraica attribuendo allo stato carattere etnico ed elargendo diritti e doveri su base razziale e non su base di cittadinanza. La Legge del Ritorno garantisce ad ogni ebreo il diritto alla cittadinanza israeliana, al fine di incoraggiare l’immigrazione ebraica e contenere quella che Israele definisce la ‘minaccia demografica’ costituita dalla popolazione indigena palestinese. Numerose leggi israeliane discriminano contro le comunità palestinesi nell’allocazione di risorse economiche, lavoro, permessi edilizi e proprietà della terra, sancendo di fatto un regime di disuguaglianza su base razziale. Poiché la semplice discriminazione non costituisce apartheid, il rapporto sottolinea che il sistema istituzionale israeliano rende illegale qualsiasi tentativo di rovesciare il carattere ebraico dello stato e nei fatti impedisce ai partiti palestinesi di ottenere alcun cambiamento sostanziale nel regime politico e giuridico che governa le loro vite.

La seconda categoria è costituita dai palestinesi di Gerusalemme Est, che, nonostante l’annessione del territorio palestinese, non godono di cittadinanza israeliana ma solo del diritto di residenza. Questi permessi sono revocabili qualora i possessori non possano provare che Gerusalemme sia, stando alla legge, il “centro della loro vita.” Con il pretesto di mancata documentazione, i permessi vengono spesso ritirati, con lo scopo di spingere i palestinesi di Gerusalemme a spostarsi in Cisgiordania e aumentare la percentuale ebraica della popolazione della città. A questa tattica va aggiunta la diffusa pratica delle demolizioni di case palestinesi, spesso sprovviste di permessi edilizi (rilasciati, ovviamente, dal governo israeliano). La terza categoria comprende i palestinesi residenti nei territori occupati. Nei territori, Israele applica due sistemi legali, discriminando tra la popolazione palestinese, sotto legge marziale, e la popolazione colonica ebraica, soggetta al diritto civile israeliano. Questa discriminazione, insieme alle continue violazioni di diritti umani e del diritto internazionale, e alla creazione di ghetti palestinesi che sempre più ricordano i Bantustan sudafricani, costituisce il fulcro dell’apartheid israeliano in Cisgiordania. Infine, il rapporto tratta la spesso dimenticata quarta componente del popolo palestinese, quella dei rifugiati. I rifugiati palestinesi (oggi circa 6 milioni, ma le stime variano) sono i discendenti delle vittime della pulizia etnica operata dalle milizie sioniste tra il 1947 e il 1948, e il loro diritto al ritorno è sancito dall’ONU e riconosciuto dalla comunità internazionale. È proprio il rifiuto di Israele di garantire questo diritto inalienabile che secondo il nuovo rapporto ONU costituisce la prova inconfutabile che lo stato ebraico è uno stato razzista. Israele, infatti, non fa mistero del fatto che questo diniego è motivato dalla necessità di preservare una maggioranza demografica ebraica. Quest’argomentazione si basa dunque sulla supremazia accordata dallo stato ad una sola delle due componenti nazionali presenti all’interno del territorio della Palestina storica.

Nel riconoscere il carattere strutturale della dominazione israeliana sui palestinesi, e nell’identificare le sue origini storiche, il rapporto conclude che lo stato nato nel segno dell’ideologia suprematista sionista è colpevole del crimine di apartheid ai danni dell’intero popolo palestinese.

 

Perché questo rapporto ci interessa: boicottaggio e solidarietà internazionale

L’ONU non è mai stato un grande alleato della causa palestinese. Come il rapporto stesso riconosce, la comunità internazionale, allora organizzata nella Lega delle Nazioni, ebbe un ruolo fondamentale nella creazione dello stato di Israele e di conseguenza nell’oppressione palestinese. Tuttavia, il rapporto ESCWA costituisce un’importante riferimento politico e giuridico per il movimento globale di solidarietà con la resistenza palestinese. Chiaro nei riferimenti storico-giuridici e redatto in un linguaggio accessibile anche ai non specialisti, il rapporto può svolgere una funzione educativa al servizio di studenti e attivisti impegnati in campagne di solidarietà. Particolarmente utili, nell’attuale clima intimidatorio e diffamatorio nei confronti del movimento BDS accusato di antisemitismo, sono le risposte date nel documento ad alcuni degli argomenti portati avanti dai difensori di Israele, compresa l’accusa di antisemitismo. Non solo si nota che il crimine di apartheid sorge all’interno dello stesso quadro giuridico che condanna qualsiasi tipo di discriminazione razziale, compresa quella contro gli ebrei, ma si ribadisce il principio per cui l’antirazzismo non può essere selettivo.

Dunque questo rapporto stabilisce dei precedenti importanti che il movimento BDS e tutte le realtà impegnate nella lotta per la liberazione della Palestina devono capitalizzare. Innanzitutto, nell’affermare che lo stato di Israele ha creato un sistema che discrimina su base razziale tutte le componenti del popolo palestinese, gli autori del documento ribadiscono un concetto cardine del movimento BDS. Le tre rivendicazioni del movimento, infatti, sono la fine dell’occupazione militare in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, pari diritti per i palestinesi con cittadinanza israeliana, e ritorno dei rifugiati. Smantellare l’attuale regime di apartheid significa ricucire i legami tutti i frammenti del popolo palestinese e rifiutare le ricette selettive avanzate sinora nel contesto del ‘processo di pace.’

Ma ciò che è più importante è che, nell’ultima sezione dedicata alle raccomandazioni, il rapporto esplicitamente sollecita gli stati membri a sostenere gli sforzi del movimento BDS. Non solo dunque viene riconosciuta la legittimità del boicottaggio come tattica, spesso messa in discussione non solo da ambienti sionisti ma anche dagli apologeti del dialogo a qualunque costo, ma ne viene anche affermata la capacità di essere uno strumento fondamentale nel raggiungimento di una soluzione che comprenda la piena soddisfazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese.

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