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Madrid. 8 ragazzi rischiano 375 anni di carcere. Per una rissa da bar

In questi mesi il popolo catalano sta provando sulla propria pelle la natura reazionaria delle istituzioni dello Stato Spagnolo: arresti, cariche, denunce, divieti. Ma per decenni il bersaglio preferito e principale delle forze di sicurezza di Madrid sono stati gli attivisti della sinistra indipendentista basca e i baschi in generale.

Una persecuzione repressiva che non ha ceduto di un millimetro neanche di fronte alla fine della lotta armata da parte dell’Eta e alla rinuncia alla guerriglia urbana, ormai molti anni fa, da parte dei movimenti giovanili baschi, per lo meno quelli che si richiamano alla sinistra indipendentista ufficiale.
Il caso degli otto giovani di Altsasua accusati di terrorismo per una ‘rissa da bar’ non ha smesso di mobilitare l’opinione pubblica basca da quella maledetta notte del 15 ottobre del 2016 quando in un bar della città navarra in festa due agenti della Guardia Civil, accompagnati dalle rispettive compagne, provocarono una rissa con alcune decine di presenti. I due poliziotti, in borghese e fuori servizio, ebbero ovviamente la peggio: uno subì la frattura di una caviglia e alcuni ematomi, l’altro nessuna conseguenza rilevante. Ma la vendetta della ‘Benemerita’ e di Madrid è stata rapida e brutale.

Tutti i testimoni giurano che furono i militari a provocare e minacciare i presenti con frasi come “Ti sparo in mezzo agli occhi” o “Ti uccido”. I poliziotti e le loro compagne assicurano invece di essere stati aggrediti a freddo e di essere stati prima insultati e poi pestati una volta usciti dal bar.

Nei primi giorni sembrava che tutto si risolvesse in una denuncia per lesioni e ‘attentato all’autorità’ – anche se gli agenti erano fuori servizio – reati che comportano una pena da 1 a 4 anni di carcere e un’ammenda. La notte dello scontro due ragazzi vennero arrestati ma furono scarcerati tre giorni dopo; nel frattempo era scattata una inchiesta per reati minori da parte sia della Guardia Civil che della Polizia Municipale. Ma il 18 ottobre intervenne il Comitato delle Vittime del Terrorismo (Covite), una potente lobby che in nome degli interessi delle vittime dell’ETA condiziona da destra governo e magistratura e rappresenta le pulsioni più reazionarie dell’estremismo nazionalista spagnolo. La denuncia del Covite e dei due agenti aggrediti, nel frattempo consultatisi con i sindacati della Guardia Civil, convinse la giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela – la stessa che il mese scorso ha ordinato l’arresto dei presidenti dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart – a ingigantire le accuse, trasformando il tutto in un surreale processo per terrorismo.

Nei confronti di otto imputati, tutti ragazzi e ragazze molto giovani, la Procura Generale dello Stato chiede un totale di 375 anni di carcere. Uno di loro rischia addirittura 62 anni di carcere, sei potrebbero essere condannati a 50 anni di reclusione e una ragazza a 12.

Secondo la giudice Lamela e l’accusa, incarnata dal procuratore José Perals, quella contro i poliziotti sarebbe stata un’aggressione premeditata, realizzata da un gruppo di militanti politici integrati nell’Ospa Mugimendua, un’organizzazione locale che da tempo si batte per l’allontanamento delle forze di occupazione spagnole dalla località navarra attraverso le iniziative della campagna ‘Alde Hemendik’ – “via di qui” – tradizionale slogan della sinistra indipendentista. Secondo i giudici il movimento avrebbe creato nella cittadina un clima di odio e di ostilità nei confronti dei rappresentanti delle forze di sicurezza dello Stato; l’aggressione alla Guardia Civil sarebbe quindi da inquadrare in questa campagna politica e in questo clima d’odio. La verità è che se gli agenti della Guardia Civil (così come quelli dell’Ertzaintza, la polizia autonoma) da quelle parti non sono ben accetti è a causa dei loro comportamenti violenti, delle loro continue provocazioni, della persecuzione e degli innumerevoli casi di tortura contro i militanti della sinistra patriottica.

Secondo la magistratura politica ereditata dal franchismo, essendo stato “Alde Hemendik” uno slogan a lungo utilizzato sia dall’ETA che dalle organizzazioni del Movimento Basco di Liberazione Nazionale, i ragazzi accusati di aver pestato gli agenti sarebbero da considerare dei “terroristi”. E questo nonostante il fatto che il movimento in questione, Ospa, non sia mai stato oggetto di procedimenti giudiziari di alcun tipo.

Esattamente un anno fa, il 15 novembre del 2016, Adur Ramirez de Alda (attivista internazionalista che ha partecipato alla Carovana Antifascista della Banda Bassotti in Donbass insieme a centinaia di solidali baschi, catalani, italiani, spagnoli, greci, britannici, tedeschi, russi …), Jokin Unamuno e Oihan Arnanz sono stati arrestati e da allora scontano la carcerazione preventiva nei penitenziari di Aranjuez, Soto del Real e Navalcarnero, tutti intorno a Madrid. Altri quattro giovani arrestati lo stesso giorno sono stati rilasciati su cauzione dopo più di un mese di carcerazione preventiva, e aspettano ora con preoccupazione e ansia, insieme ai genitori e alla loro comunità, l’inizio del processo.

Se anche il procedimento giudiziario dovesse concludersi con un’assoluzione, nel frattempo tre degli accusati stanno comunque scontando una spropositata pena detentiva che potrebbe oltremodo prolungarsi. Infatti secondo la legge spagnola il carcere preventivo può durare due anni ed essere successivamente esteso di altri due… “Dovrebbe essere una misura eccezionale applicata in casi di gravi delitti e non per una caviglia rotta” denunciano i genitori dei ragazzi in carcere ormai da un anno.

Anche loro, le madri e i padri dei giovani accusati riuniti nell’associazione Altsasu Gurasoak, stanno scontando una dura condanna, come del resto tutti i familiari dei prigionieri politici baschi, in conseguenza della politica di dispersione inaugurata dai governi socialisti negli anni ’80 contro l’indipendentismo basco. Ogni fine settimana da 52 settimane i genitori, altri parenti e amici si sobbarcano circa 1000 chilometri di viaggio in macchina, con i rischi di incidenti e i costi che questi viaggi comportano, per partecipare ai colloqui di 40 minuti. Partono da casa alle tre di notte, per essere di fronte alle porte delle carceri alle nove in punto; dopo il breve colloquio di nuovo in macchina per tornare a casa, dopo una notte in bianco. “Non pretendiamo l’impunità per i nostri figli, ma pretendiamo un processo giusto, con tutte le garanzie processuali, e che si tenga a Pamplona e non a Madrid” dicono da mesi ai giornalisti che li intervistano, denunciando che le accuse si basano solo sulle testimonianze dei due Guardia Civil.

Testimonianze aggiustate alcuni giorni dopo i fatti, mentre nei primi verbali redatti sia dalla Guardia Civil sia dalla Policia Foral – il corpo di sicurezza autonomo della Navarra – non si faceva cenno ad accuse di terrorismo o di “incitamento all’odio”. Ma una settimana dopo la rissa e mentre entrava in scena il Covite, la Guardia Civil assegnava una decorazione con medaglia sia al Tenente che al Sergente “aggrediti”, che poi hanno ottenuto un’altra decorazione dal Ministero degli Interni. I due poliziotti sono stati trasformati in eroi, la questione è diventata di Stato e otto ragazzi rischiano ora di passare ingiustamente la loro vita in carcere condannati per terrorismo.

In loro difesa si sono schierate le comunità locali, istituzioni, intellettuali, esponenti politici, giornalisti, magistrati e addirittura 52 eurodeputati espressione di 15 diversi paesi che, nel luglio scorso, hanno chiesto al Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, un intervento urgente per mettere un freno a Madrid. Ovviamente non hanno ottenuto alcuna risposta.
Prima i muri di Euskal Herria si sono riempiti di striscioni, manifesti, scritte e murales. Poi le strade e le piazze si sono riempite di sit in, cortei, assemblee. E dall’estate scorsa circola anche una canzone – “Aurrera Altsasu” – scritta apposta per loro e cantata dai più noti e apprezzati artisti baschi, da Evaristo (ex Polla Records) fino a Enrique Villareal (Barricada) passando per Aiora Renteria (Zea Mays) e Eñaut Elorrieta (Ken Zazpi) fino ai bertsolari Amaia Amuriza e Julio Soto. Anche Fermin Muguruza, voce prima dei Kortatu e poi dei Negu Gorriak, non ha fatto mancare il proprio impegno.

Il 16 novembre, il giorno dopo l’arresto di sette degli accusati, il Comune di Altsasu ha chiesto ufficialmente che il processo sia istruito a Pamplona, capitale della Navarra, e non a Madrid, e che vengano eliminate le incredibili e ingiuste accuse di terrorismo. Una richiesta fatta propria con una dichiarazione del 21 novembre 2016 dal Parlamento regionale della Navarra, che contesta esplicitamente l’intervento dell’Audiencia Nacional. Il 26 novembre del 2016 più di 20 mila persone hanno manifestato contro gli arresti politici ad Altsasu, accompagnati da numerosi sindaci ed esponenti politici di vari partiti. Il 31 gennaio, dopo un incontro tra i genitori degli accusati ed esponenti di tutti i partiti tranne quelli nazionalisti spagnoli, 214 avvocati, giuristi e professori di diritto hanno presentato un appello a favore degli ‘otto di Altsasua’. E’ seguito il 2 febbraio un appello da parte di 130 personalità della cultura basca, e il 22 marzo quello di 90 tra deputati e senatori eletti a Madrid. Il 24 marzo è stata addirittura l’Audiencia Provincial della Navarra a smentire le accuse di terrorismo e a chiedere che il processo si tenga nella sua sede naturale, a Pamplona, invece che nella ostile capitale del Regno.

Ma il 1 giugno scorso il Tribunale Supremo ha dichiarato il tribunale speciale antiterrorismo – la Audiencia Nacional – competente e confermato le accuse di terrorismo previste nell’articolo 573.1 del Codice Penale. Mentre continuano le iniziative di solidarietà, gli imputati e le loro famiglie affermano di non riporre molte speranze nei giudici e nel sistema giudiziario spagnolo. Come dargli torto?

L’Unione Europea guarda dall’altra parte, e quando rivolge il suo sguardo a Occidente strizza l’occhio a Madrid.

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