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Catalunya tra le marce popolari e l’esplosione della rabbia

La terza giornata di mobilitazione contro la sentenza di condanna dei leader catalani responsabili del referendum del primo ottobre è iniziata di buon mattino, quando 5 marce sono partite da Berga, Vic, Girona, Tarragona e Tàrrega in direzione Barcelona. Le marce sono state indette dalla ANC e Òmnium, ma anche i CDR hanno invitato la popolazione a parteciparvi. E l’iniziativa si è rivelata un successo, con migliaia di manifestanti che hanno risposto all’appello in un giorno lavorativo e hanno percorso il primo tratto del percorso previsto.

Nel corso della giornata i CDR hanno chiesto invano spiegazioni al Presidente della Generalitat riguardo all’operato della polizia catalana, distintasi nella repressione delle proteste fianco a fianco con le forze dell’ordine dello stato spagnolo. Anche la richiesta della CUP, che aveva reclamato un differente modello per la sicurezza, è stata completamente ignorata.

Il governo di Barcelona sembra aver accettato il ricatto del PSOE e aver abbandonato qualsiasi tentativo di gestione dell’ordine pubblico sgradita alle forze dell’ordine statali, nell’intenzione di scongiurare così un nuovo commissariamento della Generalitat e la propria destituzione. Davanti a questa capitolazione, la rabbia dei manifestanti è esplosa nella notte soprattutto a Barcelona.

Qui i Mossos hanno disperso in serata una nutrita concentrazione davanti al ministero dell’interno catalano. I manifestanti però sono rimasti sul posto, riorganizzando le proprie fila dopo le cariche e incendiando diversi cassonetti per formare una rudimentale barricata all’incrocio tra il carrer Napols con la Gran Via.

I giovani hanno lanciato bottiglie e pietre mentre i Mossos d’Esquadra e la Policia Nacional hanno sparato proiettili di gomma e poliuretano finché le “forze dell’ordine” si sono trovate improvvisamente sopraffatte e sono state costrette a retrocedere, abbandonando la piazza in mezzo alle grida che reclamavano “libertà per i prigionieri politici” e “fuori le forze d’occupazione”.

A due anni dal referendum del primo ottobre e dalla detenzione dei leader catalani, l’egemonia della ANC e di Òmnium sulla piazza indipendentista non è più scontata e ieri è esplosa la rabbia a lungo covata. Il presidente catalano Torra non ha trovato di meglio che parlare di provocatori e di infiltrati in una dichiarazione, rilasciata in tv intorno alla mezzanotte, che contribuisce all’opera di criminalizzazione dei settori più radicali dell’indipendentismo.

Dal canto loro i CDR hanno affermato che “la rabbia nelle piazze è il risultato di un governo che si nega a rispettare il mandato popolare del primo ottobre e che ci reprime con tutta la violenza di cui è capace”.

Al termine della concentrazione di Tarragona, i Mossos hanno effettuato alcuni caroselli con i furgoni blindati e hanno investito due persone: uno dei due feriti si trova in ospedale con un trauma cranico per il quale non è ancora stata sciolta la prognosi. Tafferugli e scontri si sono verificati nella notte anche a Lleida, Manresa e Girona.

È stata inoltre confermata la notizia di un giovane aggredito dalla Policia Nacional, lunedì, all’aeroporto di Barcelona: la vittima ha subito un pestaggio in seguito al quale i medici gli hanno dovuto praticare l’asportazione di un testicolo.

Ieri si è anche svolta a Madrid una manifestazione di solidarietà con i prigionieri politici catalani che si è tenuta alla Puerta del Sol. L’iniziativa è stata minacciata dalla presenza di un gruppo di estrema destra che ha cercato di irrompere nella piazza e che è stato tenuto a distanza dalla polizia.

Per oggi si prevede che le marce popolari si avvicinino ulteriormente alla capitale catalana, mentre sono in programa manifestazioni degli studenti in varie città e si prepara lo sciopero generale di venerdì.

Demonstrators wave flags during a protest against the jailing of Catalan separatists at El Prat airport in Barcelona, Spain, on Monday, Oct. 14, 2019. Catalan separatists who tried to break away from Spain in 2017 were handed jail sentences of up to 13 years by the Supreme Court in a ruling that marks a watershed in relations with the troubled region. Photographer: Angel Garcia/Bloomberg via Getty Images

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