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Stato-mafia. Il Generale Subranni e l’omicidio di Peppino Impastato

Tra i condannati “eccellenti” per la trattativa Stato-mafia ci sono diversi personaggi che meritano un’attenzione meno distratta di quella riservatagli dai media di regime. I quali, va sottolineato, si concentrano sempre sugli aspetti “politicistici” delle vicende giudiziarie (chi ci guadagna e chi ci perde, tra i nomi di spicco della “politica”), mentre evitano con grande cura di mettere sotto i riflettori i vertici dello Stato reale – gli apparati che restano al di là del contino fluire dei ministri, quelli che oggi si ama definire deep state.

A uscire svergognata dalla sentenza, infatti l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipende funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.

Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.

Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.

L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.

Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.

Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto… la mafia.

Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.

L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.

Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi 20001219gdsa.

Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).

Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.

Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.

http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/

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 Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato

In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.

Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.

Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.

Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.

Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?

Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.

Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.

A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

125/2000 Palermo 19. 12. 2000

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