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Il “bottino” delle privatizzazioni: 110 miliardi. Ma il debito pubblico è raddoppiato lo stesso

Negli ultimi 26 anni, quelli iniziati tra il '92 e il '94 con la maledizione dei governi di Maastricht (Amato, Ciampi etc.), le privatizzazioni di imprese e servizi pubblici hanno fruttato ben 110 miliardi di euro, una cifra enorme. Solo negli ultimi quattro anni i proventi sono stati di 15,4 miliardi. A renderlo noto è una relazione del Mef inviata al Parlamento.

La privatizzazione più redditizia è stata quella dell'Enel (16,2 miliardi e poi altri 7,5 per la terza tranche), poi quella di Telecom (11,5 miliardi), infine la terza tranche dell'Eni (6,6 miliardi).

Negli anni più recenti è toccato poi ad alcuni pezzi delle Poste (3,5 miliardi), un ultima tranche di Enel (2,1 miliardi), Enav (826 milioni). Infine, hanno privatizzato anche Sace (l'assicurazione sugli investimenti esteri), la Simest (società per gli investimenti esteri) e Fintecna, per un totale di 8,8 miliardi.

Dalla relazione e dai conti sono rimaste fuori le madri di tutte le privatizzazioni: quelle delle banche di interesse nazionale (Bin).  Credito Italiano, Banca Commerciale e Banca di Roma fino al 1993/94 erano pubbliche. Da allora sono passate in mano dei privati con un cambiamento radicale di funzione. Non più finanziamenti a imprese e famiglie ma solo investimenti finanziari. Con i risultati che stiamo vedendo.

La motivazione ufficiale delle privatizzazioni – avviate con lo shock costituente della svalutazione della lira del 1992, un prestito europeo da restituire a breve come ricatto e il Trattato di Maastricht come vincolo generale – era la riduzione del debito pubblico.

Ma il debito nominale del 1992 era di 849 miliardi di euro con un rapporto deficit/pil del 105%. Il debito nominale nel 2012 (venti anni dopo) era arrivato a 1988 miliardi di euro con un rapporto deficit/pil del 127%. Nel 2015 è arrivato a 2.194 miliardi con un rapporto deficit/pil salito al 134,7%.

Parlare di una truffa di Stato legittimata dalla politica è il minimo. Rimettere in campo la nazionalizzazione di imprese, servizi, reti strategiche e delle banche – ripudiando un debito pubblico artatamente costruito e nei fatti impagabile – non è più una utopia, è un programma politico credibile e praticabile. A condizione che marci in parallelo alla fuoriuscita dalla gabbia dell'Eurozona e dell'Unione Europea, – l'Ital/Exit – senza la quale ogni opzione alternativa al massacro sociale e allo strapotere di monopoli privati e multinazionali diventa impossibile.

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