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Draghi e Goldmans Sachs accusano la Germania

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Si dice giustamente che i trattati europei e l’euro sono stati disegnati su misura per gli interessi dell’economia tedesca, ovvero delle sue imprese e filiere. Non certo a favore dei lavoratori tedeschi, per per primi – con le riforme del lavoro firmate da Hartz e dal “socialdemocratico” Schroeder – hanno sperimentato il blocco salariale, la deregulation del mercato del lavoro, i “lavoretti” precari che da temporanei sono rapidamente diventati a vita.

Sembrerebbe solo una questione di giustizia sociale interna alla Germania e invece i bassi salari tedeschi – relativamente, sono pur sempre un 30% più alti di quelli italiani…. – sono ormai un problema per l’economia continentale, la tenuta dell’euro e dell’intera struttura dell’Unione Europea.

Esagerazioni? Beh, se in qualche modo arriva a parlarne Mario Draghi, presidente della Bce, qualcosa di profondamente vero ci deve essere. Nella conferenza stampa che ieri ha accompagnato l’ennesima riunione del board di Francoforte – che ha deciso di mantenere a zero i tassi interesse, negativi quelli sui depositi e intatta la portata del quantitative easing (60 miliardi al mese, da aprile a dicembre, scalando un poco dagli 80 attuali) – il presidente ha chiaramente spiegato che l’inflazione europea sta sì risalendo verso l’agognato 2%, ma per i motivi sbagliati. Ossia per l’aumento dei prezzi energetici in seguito all’accordo tra paesi Opec e Russia per la riduzione dei quantitativi estratti. L’inflazione nominale “è di nuovo aumentata in larga misura per i prezzi energetici e alimentari”, ma “l’inflazione di base continua ad essere debole”.

In gergo si chiama “inflazione importata”, non derivante dalla buona salute dell’economia. Se questa stesse funzionando bene, infatti, si avrebbe una bassa disoccupazione e dunque salari mediamente più alti. E invece non è così. “Siamo più ottimisti sulle stime di crescita – ha detto – ma dobbiamo ancora vedere queste migliori prospettive diffondersi all’intera area dell’euro e tradursi in un’inflazione più elevata e che soddisfi quattro fondamentali criteri e cioè che sia convergente verso il 2% nel medio termine, non temporanea, autosostenibile e cioè che permanga anche al netto delle nostre misure e che valga per tutti i paesi“. Quella attuale è invece una lieve spinta inflazionistica che si avvicina all’obiettivo solo in Germania (e Olanda), mentre negli altri paesi è assai distante da quel livello. Soprattutto è assolutamente dipendente da fattori temporanei e non si sostiene da sé (se la Bce interrompesse improvvisamente la sua politica monetaria si tornerebbe probabilmente in deflazione).

Perché il quadro possa essere considerato in via di miglioramento “mancano ancora sviluppi significativi sui salari”. E visto che a tutti gli altri paesi europei è stata imposta per oltre un decennio la svalutazione salariale interna, questa attesa di “sviluppi” non può che essere rivolta alla Germania.

Una ripresa salariale a Berlino si tradurrebbe infatti in maggiori consumi locali e quindi maggiori importazioni dagli altri paesi dell’Unione, con evidenti effetti positivi per tutta l’area e conseguente riduzione dell’immane surplus commerciale tedesco (oltre il doppio rispetto a quanto imposto dai parametri di Maastricht).

Non si tratta di un’attesa soltanto europea, comunque. Anche Goldman Sachs accusa apertamente la politica tedesca di causare una accentuazione del blocco dell’economia del Vecchio Continente. Fa notare infatti che la curva di Philips – uno degli indicatori più utilizzati per analizzare la correlazione tra occupazione e salari – risulta piatta da anni: “Se la situazione in Italia e Francia è abbastanza chiara con lievi scostamenti del tasso di disoccupazione negli ultimi anni, quella della Germania è inspiegabile”. Secondo i calcoli di Goldman Sachs i salari tedeschi – con una disoccupazione al di sotto del 5% – dovrebbero essere cresciuti del 9%, mentre invece sono praticamente fermi al livello dell’inflazione. “Senza una ripresa dei salari in Germania – scrive la banca d’affari – difficilmente l’inflazione core dell’Eurozona tornerà a crescere”.

Di tutte queste critiche, però, il vertice politico di Berlino se ne infischia altamente. Proprio nelle stesse ore, Wolfgang Schaeuble, ministro della Finanze tedesco, decretava che “le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite”, chiedendo esplicitamente la fine del quantitative easing: “più dura la fase dei bassi tassi di interesse, più aumenta l’impatto sulle attività finanziarie. Per questo sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.

Messa così, in un quadro globale sostanzialmente fermo – gli unici paesi davvero in crescita, seppur rallentata, sono Cina e India – non ci può essere soluzione e la “ripresa europea” rischia di esser soffocata nella culla. Sempre Goldman Sachs, in un attacco di “buonismo” davvero insolito – spiega che da quando esiste l’euro – che ha azzerato ogni manovra nazionale sui tassi di cambio – il peso del riequilibrio economico è caduto tutto sull’aggiustamento dei salari e dei prezzi. Di fatto, i paesi più deboli dell’Unione Europea sono stati costretti a mantenere prezzi e salari ad un livello inferiore rispetto a quelli tedeschi. Una spirale deflazionistica che si è andata alimentando in automatico da oltre 15 anni e che spiega buona parte – non tutto, naturalmente – del pessimo quadro dell’economia continentale.

Si vedrà nei prossimi mesi se sarà la Bce a cedere – cominciando a virare verso la “normalità” monetaria – oppure Berlino, allentando la presa sulla dinamica salariale. Siamo in un anno elettorale anche in Germania, e non a caso la Spd ha stilato una serie di promesse elettorali in questa direzione. In fondo, la pressione del malcontento popolare si fa sentire anche lì…

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