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“La guerra mi perseguita”

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Uomini di altri tempi e di altri mondi, scampati al carcere e all'annientamento fisico, psicologico, storico. Pochi compagni, protagonisti o comprimari della stagione più conflittuale della storia italiana, che ricompaiono in genere come vittime dei dietrologi di professione o perché "riportati in catene" in questo paese, come trofei invecchiati ma indispensabii da mostrare in pubblico da parte di governi a corto di "successi" in altri campi.

Quello della misteriogia dietrologica è una perversione del potere quasi esclusivamente italiana. Fuori di qui, nel mondo, anche in quello più confinante, le cose stanno diversamente. E nessuno nutre alcun dubbio su cosa sia stata la stagione degli anni '70, le motivazioni e la collocazione politica reale dei comunisti che in quegli anni hanno impugnato anche le armi.

La lunga intervista che qui vi proponiamo è stata raccolta da El Pais, quotidiano spagnolo gemello della Repubblica italica, che naturalmente si è ben guardato dal riprenderla, preferendo di solito ospitare le deliranti ipotesi dei "commissari" dell'ennesima commissione parlamentare sul sequestro Moro (una delle centinaia di azioni rivendicate dalle Brigate Rosse, certamente la principale. ma assolutamente non l'unica).

L'intervistato è un medico per anni ricercato in Italia (è stato poi assolto), che gira il mondo prestando la sua opera là dove più serve: nei paesi meno sviluppati, tormentati da guerre criminali, dove spesso c'è stata o c'è una resistenza dai connotati politici chiarissimi. Un "quasi brigatista" per nulla atipico, che ha dedicato la sua vita da libero agli altri, e non certo per riposarsi su una spiaggia esotica.

Assolutamente da leggere…

Traduzione e cura di Francesco Spataro

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Cosa ha spinto il chirurgo italiano ottantunenne Sergio Adamoli, ad operare nei conflitti in El Salvador, Somalia ed Angola, e ora a dedicarsi alla formazione dei paramedici africani?

Béleko (Mali), 28 febbraio 2016 – Fonte originale “El Pais”

Sergio Adamoli (Teramo, Italia, 1934) ha un’ età molto avanzata – oggi ha ben 81 anni –; vogliamo chiedergli se, per caso, gli va di raccontarci una delle sue storie di guerra; guarda verso l‘ infinito, soppesa la sua inseparabile pipa ed inizia a viaggiare lontano, molto lontano: Somalia, Angola, El Salvador.

Quando Adamoli parla, mischia, apparentemente senza dargli grande importanza, lo spagnolo imparato durante gli anni vissuti in America Latina, il francese che ora usa in Mali ed un marcato accento italiano che non è riuscito a dimenticare, neanche dopo una intera vita passata tra i luoghi più inospitali del pianeta. Buona parte della sua vita l’ha trascorsa di guerra in guerra, anche se non ha mai impugnato una vera arma: la sua è sempre stata il bisturi; ma prima di questa vita così movimentata e pericolosa, questo italiano – ma, insiste, dal cuore genovese, — aveva già delle storie da raccontare.

Il piccolo Sergio, era un bambino inquieto, aveva grandi doti manuali, e gli piaceva costruire cose; per questo tutta la sua famiglia pensava, che sarebbe diventato ingegnere. Quando però divenne adolescente, le sue inclinazioni risultarono essere ben altre. “Al termine delle scuole secondarie, indugiai tra gli studi di geologia e quelli di medicina; decisi poi per la seconda, dal momento che potevo frequentarne i corsi a Genova. Feci bene, comunque, a scegliere medicina, perché, mi accorsi in seguito, che mi avrebbe soddisfatto appieno”, ci racconta seduto nel tranquillo giardino della sua casetta di Beleko, un villaggio sperduto e poverissimo nella parte orientale del Mali.

Ora Sergio riconosce che a quel tempo, quando era ancora giovane, aveva una visione molto idealista della sua professione; sognava di somigliare al dottor Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace nel 1952, e fondatore di un ospedale in Gabon, nel quale prestò le sue cure a migliaia di pazienti. Poco dopo, scoprì un’altra figura romantica: il chirurgo Norman Bethune. “Era un uomo molto impegnato a sinistra, andò in Spagna con le Brigate Internazionali, e fu l’artefice delle prime trasfusioni di sangue in prima linea”, racconta Sergio. “Bethune mi piaceva molto, perché si avvicinava molto di più ai miei ideali politici”.

Sergio Adamoli non immaginava quanto la sua vita, contrariamente alle aspettative, si sarebbe rivelata, nel tempo, molto più simile a quella di Bethune, che aveva sempre ritenuto irraggiungibile: fresco di matrimonio, con un neonato e gli studi da poco terminati, e la necessità di passare l’esame di stato per poter esercitare la professione medica, ma in assenza di una convocazione ufficiale, di fatto mai avvenuta. Avendo bisogno di un impiego, accettò un posto in un ospedale svizzero, ed in seguito una borsa di studio a Mosca, per specializzarsi in chirurgia toracica. Al suo ritorno la vita gli cambiò repentinamente: gli fu diagnosticata la tubercolosi. “Sono stato ricoverato quattro anni, e non sono mai guarito! E’ stato un disastro!”, esclama Sergio, ancora scandalizzato. Lo ricoverarono in un ospedale “su di una montagna altissima, lontano, ai confini con la Svizzera, nel quale erano tutti tubercolotici: dal medico, alle infermiere, ai cuochi, alle addette alla lavanderia…. Era un mondo di tubercolotici, un mondo assurdo!”, aggiunge con una risata.

Alla fine di questi quattro anni, Adamoli raggiunse due cose: la specializzazione in malattie polmonari e la guarigione, “più o meno con entrambi i polmoni funzionanti”. Corre l’ anno 1968 e Sergio recupera la sua vita genovese. Siamo nel periodo delle Brigate Rosse, il gruppo rivoluzionario della sinistra radicale, da sempre considerato una formazione terroristica. Il chirurgo partecipa a diverse riunioni ed altre attività, soprattutto a favore della libertà dei prigionieri politici, e la sua tranquillità non durerà molto a lungo: “Nel 1979 mi cade addosso un’ accusa di terrorismo”. Comprovata? “Più o meno…”, risponde divertito. “Non sono un esempio da seguire, ma quello era un momento importante nel mondo, con il maggio francese, il regime militare fascista di Pinochet in Cile, la guerra per l’indipendenza del Vietnam del Nord, ottenuta poi, nel 1975, il Portogallo che aveva mandato a cagare i fascisti nel 1973, così come fece la Spagna due anni dopo….Sono rimasto bloccato, proprio come in un gioco pirotecnico”. Alcuni “amici internazionali” lo aiutano a fuggire dall’Italia, dove era ricercato dall’ Interpol, e lo agevolano per fargli raggiungere l’Angola, che in quel momento era insanguinata da una guerra per l’indipendenza che durò venti anni, fino al 2001.

L’italiano, che nel frattempo aveva divorziato, iniziò a lavorare nell’ospedale militare di Luanda, dove, mano a mano acquisì innumerevoli nozioni in un altro settore della medicina: la chirurgia di guerra. Resistette fino al 1982, quando in El Salvador iniziò una guerra civile, fra il Governo di estrema destra e l’opposizione delle sinistre. “Pensai: bene, vado ad aiutare questa gente. Così lascio l’Angola, per andare in Portogallo, e da lì, subito dopo, parto per il Nicaragua, dove stabilisco un contatto con la guerriglia salvadoregna, ed entro nel paese. Ci sono rimasto sette anni, e, sì, è stato un po’ complicato…”.

Quando parla del Salvador, si assenta un poco. “Mi è capitato di tutto laggiù. La difficoltà maggiore, come medico, è stata quella di dover affrontare le situazioni più difficili, con i mezzi che avevo. Operare una persona, praticamente senza nulla…” ricorda, mentre fuma senza tregua. Fuma così tanto che i suoi baffi, bianchissimi, si tingono di giallo o marrone, a seconda di quanto sono vicini agli angoli della sua bocca. Quando rimediavo qualcosa, magari costruivamo un tavolino e riuscivo ad operare lo stesso; non avevo materiale sterile, né possibilità di fare radiografie…Non sapevi mai cosa ti saresti trovato di fronte, anche se il 99% dei casi, erano ferite di guerra”.

Questo medico veterano, avrebbe potuto scegliere una strada meno pericolosa, come la maggioranza degli italiani conosciuti in Nicaragua, una nuova vita, tranquilla, misurata, ma un tipo di vita del genere, non era per lui. “Ero ricercato dall’Interpol, che potevo fare? Sarei potuto andare in un posto dove non c’era la guerra, però, visto le mie convinzioni politiche, pensavo che avrei potuto contribuire in un altro modo. Dopo tanti anni di lotte, non ci si può fermare.”

Mentre Sergio operava in mezzo al nulla, in Italia, in regime di contumacia, venne sottoposto a quattro processi, dai quali fu assolto completamente. Era il 1991 e si stava avvicinando il momento di rientrare a casa. “Tornai a Genova, ma non fu per nulla facile, perché non accettavo il mondo che mi si presentava. Ero stato via ben tredici anni, e per me, era tutto molto differente”, riconosce a posteriori. “Volevo tornare a El Salvador, ma ero cosciente che avrei dovuto lavorare fino all’età di 65 anni, per poter sperare di ottenere una pensione decente. Me ne mancavano ancora quattro, così decisi di tornare al solito ospedale, dove il mio posto era ancora disponibile.

Arrivò il 1996, finalmente Adamoli andò in pensione ufficialmente, e partì per l’Africa per aiutare diverse ONG. “La guerra mi perseguita; non faccio in tempo a partire dal Salvador, che sbarco in Somalia, riparto, e capito in Angola. Ancora una volta ad operare senza nulla; dopo l’Angola sono partito per la Repubblica Democratica del Congo: un altro disastro, un’altra guerra. Conclusi la mia esperienza lì, smisi di operare nel 2005”, conclude Sergio.

E’ inevitabile chiedergli dei suoi ricordi nella Somalia del 1996, quando il Paese era insanguinato da un conflitto interno, che è poi degenerato in quello che ora è uno Stato mancato. “Ricordo la gioia di arrivare e di non voler ripartire più; quel paese mi ha cambiato, ma purtroppo, in peggio, e allora penso di ripartire, ma con la strana sensazione di essere una persona peggiore di quella che era arrivata,” risponde con rabbia. “Sono dei terribili figli di puttana, non li sopportavo più. Sempre armati, con indosso i fucili, spesso rubavano in ospedale e se mi azzardavo a protestare, mi puntavano la pistola contro e mi chiedevano con scherno, se volevo veramente reagire.” In un’occasione, ci racconta, è quasi rimasto ucciso, perché si permise di prendere a noleggio l’auto di un Kabila (appartenente a tribù islamizzate di beduini arabi abitanti l’Africa Settentrionale, ndr), senza chiedere il suo permesso. “Spararono contro l’auto, assassinando le mie guardie del corpo, e ferendo l’autista; io mi sono salvato per miracolo”.

Ha belle parole per le donne somale, “tutte bellissime, ma tutte mutilate, purtroppo”, ricorda con dolore. Tra di loro, solo un’ eccezione: la sultana di Merka, che si opponeva alla pratica dell’infibulazione. “Fui molto sorpreso, perché tentai di far anestetizzare le ragazze, per rendere la pratica meno dolorosa, ma loro stesse non volevano.; mi dissero ‘Se fai vedere che non provi dolore, loro tagliano di più, se invece le ragazze piangono e scalciano, c’è la possibilità che taglino meno clitoride’

Sergio Adamoli non è un uomo ormai vecchio, che vive sommerso dai ricordi del passato. La ragione fondamentale, è che non ha tempo per questo, perché anche oggi, pur avendo cessato la professione di chirurgo, è comunque attivo. Lavora per Medici per l’Africa, un’organizzazione patrocinata dall’Università di Genova, che offre corsi di formazione in situ, sul luogo, a giovani medici ed infermieri africani. Non viaggia molto, per due ragioni: le compagnie assicurative non si fidano un granché, – “vista la mia età avanzata, il rischio che possa morire all’estero è molto alto” dichiara -, e perché a causa della crisi economica, sono stati ridotti i fondi per la cooperazione allo sviluppo, e anche lui, ne ha risentito.

Al di là degli ostacoli, il chirurgo porterà a termine un programma di tre mesi per la ONG basca Osalde, a Beleko, un villaggio in un’area molto rurale del Mali, dove ha tenuto un corso di tecnica post-operatoria, agli infermieri del centro di salute. Anche se ammette di non sopportare più il caldo di questa parte del Sahel, ha lavorato fino all’ultimo giorno, utilizzando il tempo rimasto per riunirsi con un gruppo di donne, e con le autorità locali, per promuovere un programma di pianificazione familiare. Poi tornerà subito a Genova, dove non starà molto tempo con le braccia conserte: in marzo, riceverà un gruppo di giovani infermiere senegalesi, a cui terrà un corso di formazione di tre mesi.

Senti la mancanza del lavoro? “Si e no”, risponde. “Negli ultimi tempi ho avuto una serie di difficoltà, e dopo un intervento chirurgico, mi sono chiesto se avessi fatto la scelta giusta. Ma sai, mi piaceva muovere le mani, inventarmi cose… dopotutto, ogni intervento è sempre differente dagli altri.

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