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L’Unione Europea si riarma e ratifica il nucleo duro. Fuori da questa gabbia

Il vertice dell’Unione Europea a Roma ha visto le istituzioni  ed i governi della Ue approvare la cosiddetta “integrazione differenziata”,  ossia il fatto che gruppi di stati possano approfondire l'integrazione in determinati ambiti politici, lasciando agli altri la possibilità di aderire in futuro. Un modo pragmatico per reagire all'attuale situazione in cui l'Unione non sembra in grado di rispondere alle esigenze di centralizzazione, dall'economia all'immigrazione, dalla sicurezza e alla difesa.
Proprio in quest'ultimo campo l’accelerazione è stata imposta  dal referendum sulla Brexit – che ha sgombrato il campo dall’ostracismo della Gran Bretagna – e dall'elezione di Donald Trump. In particolare riguardo la cooperazione strutturata permanente in materia di politica militare e di sicurezza (Permanent Structured Cooperation, PeSCo).  La definizione di questo passaggio strategico è nei documenti approvati nei mesi scorsi dagli apparati dell’Unione Europea ed in particolare dal nucleo duro composto da Germania, Francia, Italia e Spagna.

La governance della PeSCo dovrebbe essere collegata alle istituzioni Ue: l’iniziativa dovrebbe essere presieduta dall’Alto Rappresentante / vice presidente e supportata dalla Agenzia europea per la Difesa. Per garantirne l’efficacia in termini operativi, gli Stati partecipanti che ne costituiscono il nucleo duro ne costituiscono “l’avanguardia” con la costituzione di un Quartier Generale operativo Ue, che consenta la conduzione di attuali e future operazioni nel quadro della Politica di sicurezza e di difesa comune a livello europeo. Al tempo stesso, dovranno essere sviluppati maggiore coordinamento e cooperazione con la Nato.

La politica militare e di sicurezza europea richiederà un impegno consistente agli Stati aderenti,  in termini politici, militari ed economici , sostenuta da una serie di incentivi che includano ma non si limitino a quelli già forniti dall’European Defence Action Plan della Commissione europea. Ciò significa lo stralcio delle spese militari dagli obblighi del Patto di Stabilità (valido e implacabile invece per i tagli al welfare, al lavoro, ai salari etc.) e addirittura la possibilità di emettere titoli di debito pubblico finalizzati alle spese per la difesa.

Quindi con il vertice dell’Unione Europea a Roma è nata ufficialmente quella che i geopolitici chiamano “kerner Europe”, cioè il nucleo centrale intorno a cui gli altri paesi dovranno adeguarsi. Ed è stata proprio la politica militare – come nella peggiore tradizione della storia – a fungere da parametro e da baricentro per una scelta strategica.
Le conseguenze per l’Italia di questa accelerazione sono facilmente e drammaticamente intuibili. Il governo Gentiloni ha fatto propria l’ambizione storica di una parte della borghesia italiana di essere in Europa “meglio ultimi tra i primi che primi tra gli ultimi”. Una funzione di subordinazione in alto che imporrà il rigido rispetto dei diktat e delle incombenze dovute a questa posizione di “prestigio”. In termini economico-sociale sarà la prosecuzione con le politiche di lacrime e sangue per lavoratori, disoccupati, pensionati, ceti medi impoveriti, per destinare le risorse alle ambizioni e allo status ottenuto.

In tal senso è vero che i peggiori black block che Roma ha visto in questi anni sono proprio i capi di stato europei riunitisi in Campidoglio. Le devastazioni e i saccheggi che hanno provocato non hanno paragoni (vedi la situazione sociale in Grecia, nel Meridione o nelle periferie delle nostre aree metropolitane solo per fare degli esempi).  

Non che manchino perplessità tra i partner e nel resto della borghesia europea. “L’Unione europea è un progetto franco-tedesco – ha scritto in un editoriale l'Economist – ma quando c'è bisogno di una buona dose di grandiosità allora ci si rivolge all'Italia. Ironia della sorte perché se si domanda ai funzionari di Bruxelles cosa li tiene svegli la notte la risposta è sempre la stessa: l’Italia”. Il titolo dell’Economist era ancora più esplicito “Italia, palla al piede dell’Europa”.

Parafrasando l’Economist, non possiamo che ribadire invece che è proprio l’Unione Europea la palla – o meglio la gabbia – che opprime il nostro e gli altri paesi, in particolare quelli più deboli e periferici, continuando ad accanirsi con misure antipopolari e antidemocratiche contro popolazioni e settori sociali già devastati dalla crisi e dall’austerity. Prima usciamo da questa gabbia, prima si riapre un processo di trasformazione sociale, politico e democratico per il nostro e gli altri popoli dell’Europa e del Mediterraneo, allontanando tra l'altro l'avventurismo militare e il coinvolgimento in nuove guerre di aggressione. Dopo il vertice di Roma, ma anche dopo la manifestazione che ne ha contestato radicalmente il progetto, le opzioni antagoniste sono adesso chiaramente definite.

 

 

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