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Bologna la metropoli e la rendita

Sempre più spesso la retorica che gira intorno all’idea della città metropolitana come centro nevralgico degli affari, della circolazione e valorizzazione del capitale è entrata nella visione generale della città come città-merce, a discapito della città come luogo di emancipazione e sviluppo sociale. Cogliendo lo spunto da un’iniziativa della Federazione del Sociale di USB-Bologna cerchiamo di decriptare i meccanismi derivanti da regole e dinamiche economiche che governano la trasformazione della neonata città metropolitana di Bologna in senso urbanistico e sociale.

Una città che ha assistito, negli ultimi anni, a continue trasformazioni urbane che ne hanno modificato il territorio e i quartieri in una direzione ben precisa che è quella della cementificazione, gentrificazione e speculazione edilizia. Bologna si colloca in un ambito intermedio nel passaggio da città media (soprattutto a scala nazionale ed europea), ad embrionale metropoli, con tutto ciò che questo comporta per le dinamiche sociali tra centro-periferia.

Parte del problema comincia quando, dopo un primo periodo di inurbamento post II guerra mondiale, le industrie si spostano dalle città, diventate congestionate, e i costruttori cominciano a saccheggiare la campagna, trasformando il territorio rurale della pianura padana in un grande dormitorio alternato a zone artigianali e industriali di ogni tipo.

Con le grandi rivalutazioni degli immobili la casa non è più un bene d’uso ma diventa un bene di scambio, la rendita si sposta verso le periferie e verso gli hinterland, accompagnata da uno sviluppo dell’industria del cemento, una rincorsa alla costruzione che non attende la domanda ma la precede. Si instaura un meccanismo per cui negli anni vengono prodotte quantità di abitazioni che diventano inflazionate fino allo scoppio delle famose bolle speculative.

Nel momento in cui scoppia la bolla cambia la tendenza e viene messa in atto la riconfigurazione della rendita fondiaria, riportandola quindi all’interno delle città. Si scopre il processo di “rigenerazione” e si dà il via alla politica del riutilizzo di spazi già utilizzati, non consumando ulteriore suolo vergine, ma utilizzando edifici già costruiti e spazi “degradati” riqualificandoli.

Il gioco sarebbe tutto sommato accettabile e anzi, auspicabile di per se, ma in un’ottica capitalistica il concetto di rigenerazione diventa lo schema retorico entro cui identificare le aree che abbiano buone prerogative di valorizzazione per la rendita e per la speculazione. Gli spazi ideali sono spazi in posizioni centrali, vicini al centro, non soltanto in termini metrici, ma in termini di servizi, di infrastrutture, spazi che presentino delle caratteristiche qualitative alte.

Pensiamo allora a Bologna all’esempio dei Prati di Caprara, un’area verde che garantisce un valore monetario molto importante, pensiamo alle caserme che sono posizionate nell’intorno dei centri storici e quindi preziose dal punto di vista della centralità, ai quartieri adiacenti al centro storico come la Bolognina, rimasta ancora quartiere popolare ma potenzialmente quartiere appetibile per la piccola borghesia bolognese, pensiamo a tutta una serie di aree che hanno dei potenziali di valorizzazione molto alti.

La legge urbanistica regionale varata alla fine del 2017 dichiara esplicitamente che bisogna rigenerare, che non bisogna consumare più suolo e che bisogna recuperare gli spazi già utilizzati, poi di fatto quando indica gli strumenti urbanistici attraverso i quali raggiungere questi obiettivi scopriamo che la direzione in realtà è totalmente diversa, che in verità si legge “riqualificazione” ma si traduce “speculazione edilizia”.

Con gli accordi operativi, il Ddl ricorre massicciamente alla contrattazione pubblico-privato, nel vuoto pianificatorio, dove le scelte di intervento sul territorio fanno capo più che alla responsabilità rispetto all’interesse collettivo, alla discrezionalità dei soggetti portatori di interessi per lo più privatistici. La legge prevede che le trasformazioni “rigenerative” del territorio siano guidate da un insieme di dispositivi e procedimenti di tipo diversificato, tra i quali vi sono, come detto, i c.d. “accordi operativi”, che assumono un ruolo centrale nella strategia di semplificazione normativa (si tratta di interventi di rilevanza estesa, di iniziativa privata e conservati con l’amministrazione comunale).

Senza adeguate garanzie di legge, su alcuni temi essenziali come politiche abitative, paesaggio e ambiente storico, difesa del suolo, spazio e attrezzature pubbliche, cicli delle risorse ambientali, da usare come base di partenza per una piattaforma negoziale, le trasformazioni del territorio di fatto si rivelano peggiorative rispetto all’esistente.

Dietro il paravento della “rigenerazione urbana” si nasconde quindi il quadro tipico delle città metropolitane che include svendita di patrimonio pubblico, aumento della rendita immobiliare, e conseguente esclusione sociale soprattutto delle fasce popolari. Una totale negazione dell’urbanistica in sé e per sé. Viene completamente negato il Piano, e di conseguenza l’iniziativa pubblica, come espressione del progetto collettivo di tutela (imprescindibile per la gestione urbanistica da parte dei comuni) in favore del progetto.

Le trasformazioni delle città sono per tanto governate attraverso strumenti del più sfrenato neoliberismo nonostante da una parte le aeree metropolitane del nord siano consacrate a luogo ideale per fare affari e per riaffermare la logica delle “città competitive” e dall’altra parte le classifiche e i vari coefficienti statistici premiano le città virtuose penalizzando quelle condannate al declino.

Le città di oggi del nord Italia devono fare i conti con una ricchezza che sempre più è appannaggio di pochi (le metropoli) e con luoghi dove la divaricazione con gli ultimi si fa enorme (le periferie). Luoghi della competizione estrema e delle periferie che diventano contraddizione, ghettizzazione e sofferenza.

Sul contraltare di questa ricchezza, infatti, nella totalità dei casi, interi quartieri (e la gente che ci vive) vengono spazzati via in nome della gentrificazione, mentre altri vengono relegati a periferie povere e mal servite, dove le contraddizioni sociali esplodono anche in modo violento. attrarre, concentrare e gerarchizzare le risorse, lo si fa spogliando e distruggendo tutto ciò che non risulta più compatibile con l’idea della città-merce.

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