Non è ancora la macchina capace di cambiare il mondo.
Ma intorno a quella macchina il mondo sta già cambiando.
Il computer quantistico è ancora una tecnologia fragile, costosa e in larga misura confinata ai laboratori, ai centri di ricerca e alle grandi imprese tecnologiche. I problemi da risolvere sono enormi: errori, rumore, stabilità dei qubit, sistemi di controllo, temperature estreme, difficoltà di scalabilità.
Eppure gli Stati stanno investendo.
Le grandi aziende stanno correndo.
I governi stanno elaborando strategie.
Le università stanno formando ricercatori.
E le potenze stanno cercando di assicurarsi le filiere industriali necessarie per non dipendere dagli altri.
Questo dovrebbe bastare per capire che il problema non è soltanto scientifico.
Il computer quantistico è destinato a entrare nella competizione per il potere.
Non sappiamo ancora quando arriverà una macchina quantistica realmente utile su larga scala. Sappiamo però che, quando arriverà, il vantaggio non sarà distribuito automaticamente.
Come è accaduto con i semiconduttori, con Internet, con l’intelligenza artificiale e con le infrastrutture digitali, anche il quantum computing rischia di diventare una questione di proprietà, controllo e accesso.
La domanda, dunque, non è soltanto:
chi costruirà il computer quantistico più potente?
La domanda più importante è:
chi controllerà l’ecosistema che lo rende possibile?
La macchina che ancora non c’è
Per comprendere la posta in gioco bisogna partire da un paradosso.
Il computer quantistico è ancora lontano dall’essere una tecnologia matura, ma la competizione politica intorno a esso è già molto concreta.
I computer quantistici attuali sono sistemi sperimentali. I qubit sono estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente. Gli errori possono accumularsi e rendere inutilizzabile il risultato di un calcolo.
Il problema fondamentale, quindi, non consiste semplicemente nell’aumentare il numero dei qubit.
Bisogna renderli affidabili.
Bisogna correggere gli errori.
Bisogna costruire qubit logici stabili.
Bisogna riuscire a far funzionare sistemi molto più grandi senza perdere il controllo dell’informazione.
È qui che si misura la distanza tra la propaganda tecnologica e la realtà industriale.
Un computer con migliaia di qubit instabili non equivale automaticamente a una macchina capace di risolvere problemi utili.
Il vero salto avverrà quando sarà possibile costruire sistemi affidabili, scalabili e tolleranti ai guasti.
Ed è proprio per questo che il problema è diventato politico.
Perché la corsa non riguarda soltanto il risultato finale.
Riguarda la capacità di costruire, prima degli altri, tutto ciò che serve per arrivarci.
Willow e la politica del possibile
Nel dicembre 2024 Google ha presentato Willow, un processore quantistico da 105 qubit.
L’attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sui progressi nella correzione degli errori.
È un elemento importante perché la correzione degli errori rappresenta uno dei principali ostacoli alla costruzione di macchine quantistiche realmente utili.
Google ha inoltre presentato risultati molto avanzati in un particolare test computazionale, il random circuit sampling.
Ma sarebbe sbagliato trasformare quella dimostrazione in una rivoluzione già compiuta.
Willow non è il computer che domani sostituirà i supercomputer.
Non siamo davanti a una macchina capace di risolvere in pochi minuti i problemi della medicina, della finanza o dell’ingegneria.
Il punto è un altro.
La ricerca sta cominciando a dimostrare che alcuni dei problemi fondamentali del calcolo quantistico possono essere affrontati.
E questo modifica le aspettative.
Quando una tecnologia appare tecnicamente possibile, il capitale comincia a seguirla.
Quando il capitale arriva, intervengono gli Stati.
Quando intervengono gli Stati, la tecnologia diventa strategica.
È esattamente questo il passaggio che stiamo osservando.
Il quantum non è un computer più veloce
Bisogna anche liberarsi di un equivoco.
Il computer quantistico non sarà semplicemente un computer tradizionale più potente.
Un computer classico lavora attraverso bit che assumono il valore 0 oppure 1.
Un computer quantistico sfrutta invece proprietà della meccanica quantistica, come sovrapposizione ed entanglement, per trattare l’informazione in modo radicalmente diverso.
Questo non significa che il quantum sarà migliore in tutto.
Per scrivere un articolo, guardare un film, gestire un archivio o utilizzare Internet, continueremo ad avere bisogno dei computer classici.
Il vantaggio quantistico riguarderà soprattutto determinati problemi.
Tra questi, uno dei più importanti potrebbe essere la simulazione di molecole, materiali e processi fisici complessi.
Ed è qui che la posta economica diventa enorme.
Nuovi farmaci.
Nuovi materiali.
Catalizzatori più efficienti.
Batterie.
Processi industriali.
Ottimizzazione.
Energia.
Finanza.
Logistica.
Difesa.
Non sappiamo ancora quali applicazioni diventeranno economicamente decisive.
Ma sappiamo che una macchina capace di affrontare alcuni problemi oggi proibitivi potrebbe creare enormi vantaggi competitivi per chi la controlla.
Ed è precisamente per questo che la tecnologia non è neutrale.
La crittografia: il futuro è già arrivato
C’è però un settore nel quale il problema quantistico non appartiene soltanto al futuro.
È la sicurezza digitale.
Una parte importante della sicurezza delle comunicazioni contemporanee si basa sulla difficoltà, per i computer classici, di risolvere determinati problemi matematici.
L’algoritmo di Shor ha dimostrato teoricamente che un computer quantistico sufficientemente potente e tollerante ai guasti potrebbe mettere in crisi alcuni di questi sistemi.
La macchina necessaria non esiste ancora.
Ma il tempo necessario per sostituire le infrastrutture crittografiche esistenti può essere molto lungo.
E questo produce una situazione paradossale.
I dati possono essere rubati oggi e decifrati domani.
È il principio del cosiddetto “harvest now, decrypt later”.
Comunicazioni diplomatiche.
Informazioni militari.
Dati sanitari.
Segreti industriali.
Transazioni finanziarie.
Informazioni strategiche.
Non tutto ciò che viene cifrato oggi perde valore domani.
Al contrario.
Una parte delle informazioni più importanti conserva il proprio valore per decenni.
Per questo la transizione verso la crittografia post-quantistica è già una questione politica.
Non bisogna aspettare che la macchina quantistica esista.
Bisogna prepararsi prima.
Il problema non è soltanto tecnologico
Qui emerge un punto che spesso viene nascosto dalla retorica dell’innovazione.
Quando si parla di tecnologia si tende a parlare del prodotto finale.
Il telefono.
Il computer.
Il chip.
Il modello di intelligenza artificiale.
Il computer quantistico.
Ma dietro ogni tecnologia strategica esiste una filiera.
Ci sono materie prime.
Semiconduttori.
Macchinari.
Software.
Brevetti.
Università.
Centri di ricerca.
Infrastrutture.
Energia.
Capitale.
Lavoro altamente qualificato.
Catene di approvvigionamento.
E soprattutto proprietà.
La questione decisiva diventa quindi il controllo dell’intero ecosistema.
Chi possiede i brevetti?
Chi controlla i componenti?
Chi forma i ricercatori?
Chi finanzia la ricerca?
Chi possiede i data center?
Chi stabilisce gli standard?
Chi controlla le infrastrutture?
Chi decide a quali soggetti consentire l’accesso alle macchine?
La corsa quantistica è già una corsa per rispondere a queste domande.
Stati Uniti: il vantaggio non è soltanto di Washington
Gli Stati Uniti partono da una posizione particolarmente forte.
Dispongono di università di livello mondiale, enormi capacità finanziarie, grandi aziende tecnologiche e una rete industriale capace di collegare ricerca, capitale e applicazioni militari.
Google, IBM, Microsoft e numerose startup stanno sviluppando architetture e tecnologie differenti.
Ma sarebbe un errore ridurre tutto alla competizione tra imprese.
Il punto è il rapporto tra imprese e Stato.
Le tecnologie strategiche non vengono lasciate semplicemente alle dinamiche del mercato.
Quando una tecnologia può incidere sulla sicurezza nazionale, sulla superiorità militare o sull’autonomia industriale, il confine tra politica industriale e politica estera diventa sempre più sottile.
È già accaduto con i semiconduttori.
È accaduto con l’intelligenza artificiale.
Sta accadendo anche con le tecnologie quantistiche.
Washington non vuole soltanto essere il luogo nel quale vengono costruiti alcuni dei migliori computer quantistici.
Vuole evitare che un concorrente strategico possa utilizzare quella stessa tecnologia per modificare gli equilibri globali.
Cina: la sovranità tecnologica come strategia
La Cina ha compreso da tempo che la dipendenza tecnologica può trasformarsi in una vulnerabilità strategica.
Per questo ha investito nella ricerca quantistica, nelle comunicazioni quantistiche e nelle infrastrutture scientifiche.
La questione cinese non è semplicemente:
quanto è avanti la Cina rispetto agli Stati Uniti?
La domanda più importante è:
quanto può diventare autonoma la Cina rispetto alle tecnologie controllate dall’Occidente?
È una differenza fondamentale.
La sovranità tecnologica non significa soltanto produrre un prodotto nazionale.
Significa possedere competenze, infrastrutture e filiere sufficienti per continuare a produrre anche quando l’accesso alle tecnologie straniere viene limitato.
È uno dei motivi per cui la competizione quantistica si inserisce perfettamente nella più ampia guerra tecnologica tra Washington e Pechino.
Il quantum non è un capitolo separato.
È uno dei fronti della stessa partita.
Europa: la ricerca non basta
E l’Europa?
L’Europa possiede università, ricercatori, centri scientifici e imprese di grande valore.
Ha investito nel Quantum Technologies Flagship e ha costruito una propria strategia per le tecnologie quantistiche.
Il problema europeo è però più profondo della quantità di denaro investita nella ricerca.
È il rapporto tra ricerca e industria.
L’Europa sa produrre conoscenza.
Molto meno bene riesce a trasformare quella conoscenza in potere industriale.
È una debolezza strutturale che riguarda molte tecnologie strategiche.
Si finanzia la ricerca.
Si pubblicano studi.
Si formano ricercatori.
Poi il prodotto industriale viene sviluppato altrove.
Il rischio è che anche il quantum segua questo percorso.
L’Europa potrebbe contribuire alla scoperta delle tecnologie del futuro senza riuscire a controllarne la produzione.
E in quel caso la questione non sarebbe scientifica.
Sarebbe politica.
Perché una potenza che non controlla le tecnologie strategiche finisce inevitabilmente per dipendere da chi le controlla.
Una nuova forma di dipendenza
È qui che la questione quantistica diventa anche una questione sociale.
Il problema non riguarda soltanto Stati Uniti, Cina ed Europa.
Riguarda anche tutti quei Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per entrare nella corsa.
Se il quantum computing diventerà una tecnologia fondamentale per la ricerca scientifica, la farmaceutica, la finanza, l’energia e la sicurezza, l’accesso alle capacità di calcolo potrebbe diventare una nuova forma di disuguaglianza.
Non avremo soltanto Paesi ricchi e Paesi poveri.
Potremmo avere Paesi che producono capacità computazionale e Paesi che la acquistano.
È qualcosa di diverso dal vecchio divario digitale.
Nel vecchio divario digitale si trattava soprattutto di avere o non avere accesso a Internet, computer e servizi digitali.
Nel nuovo divario potrebbe trattarsi della capacità di produrre conoscenza attraverso macchine estremamente potenti.
La differenza potrebbe diventare strutturale.
E la sovranità digitale potrebbe trasformarsi in sovranità computazionale.
Il quantum come tecnologia dual use
C’è poi il problema militare.
La tecnologia quantistica appartiene a pieno titolo alla categoria del dual use.
Può avere applicazioni civili e militari.
La simulazione di materiali può servire all’industria.
Ma può anche interessare la difesa.
La sensoristica quantistica può migliorare strumenti scientifici.
Ma può anche avere applicazioni nella navigazione e nella rilevazione.
Le comunicazioni quantistiche possono aumentare la sicurezza.
Ma la stessa competizione può svilupparsi intorno alla capacità di attaccare o rendere vulnerabili le infrastrutture altrui.
Non bisogna quindi immaginare una futura “arma quantistica” come se fosse semplicemente la versione successiva della bomba atomica.
Il cambiamento potrebbe essere più profondo.
Potrebbe riguardare la capacità di conoscere, calcolare, rilevare e proteggere informazioni prima e meglio dell’avversario.
E nella competizione tra potenze, questo è già potere.
Una nuova Guerra fredda?
Definire questa situazione una nuova Guerra fredda sarebbe probabilmente eccessivo.
Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso.
Le università collaborano.
Le imprese competono e contemporaneamente cooperano.
Le catene produttive attraversano più continenti.
La ricerca scientifica non segue perfettamente i confini politici.
Ma una cosa è cambiata.
La tecnologia è tornata al centro della competizione tra Stati.
Non è più possibile separare nettamente politica industriale, sicurezza nazionale e politica estera.
I semiconduttori lo hanno dimostrato.
L’intelligenza artificiale lo sta confermando.
Il quantum potrebbe portare questa dinamica a un livello ancora più alto.
Non è quindi necessario parlare di nuova Guerra fredda.
È sufficiente riconoscere che siamo dentro una nuova competizione tecnologica tra potenze.
Il capitale segue il potere
C’è infine un elemento che spesso viene lasciato ai margini.
Il ruolo del capitale.
Le grandi tecnologie contemporanee richiedono investimenti enormi e tempi lunghi.
La ricerca quantistica non fa eccezione.
Questo favorisce la concentrazione.
Le grandi aziende possono permettersi laboratori costosi.
Gli Stati possono finanziare programmi pluriennali.
I piccoli Paesi possono avere difficoltà a sostenere una competizione nella quale servono contemporaneamente ricerca fondamentale, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.
Il risultato può essere una concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori.
E questo produce una domanda che non è più soltanto economica.
Chi controlla la tecnologia controlla una parte crescente delle condizioni nelle quali l’economia può funzionare.
È questa la vera trasformazione.
L’Europa davanti a una scelta
Per l’Europa la questione diventa quindi particolarmente delicata.
Non basta dichiarare che il quantum è strategico.
Non basta finanziare qualche programma.
Non basta produrre ricerca scientifica di qualità.
Serve una politica industriale.
Serve una filiera.
Servono infrastrutture.
Serve formazione.
Servono investimenti di lungo periodo.
E serve soprattutto una decisione politica:
l’Europa vuole essere un soggetto della competizione tecnologica o soltanto il mercato nel quale altri venderanno le tecnologie che hanno sviluppato?
È la stessa domanda che si pone nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nell’energia e nelle infrastrutture digitali.
Il problema, dunque, non è il quantum in sé.
È la capacità europea di trasformare conoscenza in autonomia.
Il futuro non è neutrale
Ogni grande trasformazione tecnologica viene normalmente presentata come inevitabile.
Arriverà.
Cambierà tutto.
Bisogna adattarsi.
Ma questa narrazione nasconde una questione fondamentale.
La tecnologia non arriva in uno spazio vuoto.
Arriva dentro rapporti economici e rapporti di potere già esistenti.
Il computer quantistico non sarà semplicemente “inventato”.
Sarà finanziato.
Prodotto.
Brevettato.
Controllato.
Venduto.
Regolato.
E utilizzato.
Da qualcuno.
Per determinati interessi.
Per questo la domanda politica viene prima della domanda tecnologica.
Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa sarà capace di fare il computer quantistico.
Dobbiamo chiederci:
chi avrà la capacità di costruirlo?
Chi potrà permetterselo?
Chi controllerà le infrastrutture?
Chi stabilirà gli standard?
Chi possiederà i dati?
Chi deciderà per quali scopi potrà essere utilizzato?
Queste sono le vere domande della corsa quantistica.
La corsa al potere
La rivoluzione quantistica potrebbe non essere la rivoluzione che molti oggi immaginano.
Non arriverà necessariamente sotto forma di una macchina miracolosa capace di sostituire i computer tradizionali.
Potrebbe arrivare molto più lentamente.
Attraverso laboratori.
Investimenti.
Brevetti.
Centri di ricerca.
Infrastrutture.
Sistemi militari.
Standard crittografici.
Catene industriali.
E, soprattutto, attraverso la progressiva concentrazione delle capacità di calcolo.
Per questo la corsa è già iniziata.
Non perché il computer quantistico sia già pronto.
Ma perché il potere che potrebbe derivare dal suo controllo è già abbastanza grande da modificare le strategie degli Stati e delle imprese.
La partita non si giocherà soltanto nei laboratori di Google, IBM, delle università cinesi o dei centri di ricerca europei.
Si giocherà nelle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento, nei mercati finanziari, nelle politiche industriali, nelle alleanze internazionali e nei sistemi di sicurezza.
E soprattutto si giocherà attorno a una questione che la retorica dell’innovazione tende a nascondere:
chi possiede i mezzi per produrre la conoscenza possiede una parte del potere necessario a governare il futuro.
Il computer quantistico potrebbe aprire possibilità straordinarie per la scienza, la medicina, l’energia e l’industria.
Ma la tecnologia, da sola, non garantisce né progresso né emancipazione.
Dipende da chi la controlla.
Dipende da chi può accedervi.
Dipende dagli interessi che ne orientano l’utilizzo.
Per questo la vera corsa quantistica non è soltanto una corsa ai qubit.
È una corsa al controllo delle infrastrutture della conoscenza.
E, in ultima analisi, al controllo di una parte del potere del XXI secolo.
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