Il prezzo del barile di petrolio, ieri, era arrivato a 99 dollari. Per spingerlo oltre i 100 gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare cinque petroliere iraniane nei dintorni di Hormuz e nel Golfo Persico.
E’ difficile trovare un altro senso, infatti, nel periodico stop & go dei bombardamenti Usa, cui segue con precisione svizzera una risposta di Tehran, che questa volta ha preso di mira la base statunitense di Azraq, in Giordania, e due cacciatorpediniere. L’agenzia di stampa Fars ha riferito anche di un attacco iraniano contro le basi di Muwaffaq Salti e Prince Hassan, sempre in Giordania.
Come parte integrante della risposta iraniana, diverse navi commerciali sono state fatte abbandonare dagli equipaggi mentre si muovevano “in violazione” del controllo da parte di Tehran tentando di attraversare una “zona proibita e pericolosa” dello stretto, “istigate e supportate” dagli Stati Uniti.
Tutto questo prendere di mira petroliere ed altro, ormai, sta trasformando il mare da quelle parti in un disastro ambientale di proporzioni ciclopiche, visto che le immense chiazze oleose vanno alla deriva senza che nessuno possa provare a contenerle.
Da tempo la guerra Usa-Israele all’Iran ha perso un senso strategico chiaro e va avanti per inerzia, come tutti i conflitti che non si possono vincere ma che non si può ammettere di aver perso. Questi sussulti fatti di scambi di colpi non cambiano di un millimetro lo stato delle cose.
Lo testimonia, paradossalmente, un mega-piano militare israeliano trapelato nei giorni scorsi “grazie” al Jerusalem Post, secondo cui per “chiudere la partita con gli ayatollah” gli Stati Uniti dovrebbero in primo luogo “riconoscere l’indipendenza” delle aree abitate da etnie non persiane dell’Iran (curdi, azeri, ahwazi e baluchi).
Contemporaneamente “convincere la Cina” a non aiutare l’Iran “attraverso un accordo che garantirebbe a Pechino una parte del petrolio Iraniano, a smembramento avvenuto”.
Ma soprattutto condurre un’invasione di terra muovendo un mega-esercito tra i 750.000 e il milione e mezzo di uomini. Uno scenario da “sbarco in Normandia” che si scontra però con la realtà delle forze oggi a disposizione del Pentagono: appena 450mila soldati.
Niente paura, si suggerisce subito la soluzione: arruolare la differenza promettendo ai ragazzi dai 18 ai 34 anni la cancellazione del debito sugli studi, la carta di credito e il mutuo per la macchina, fino a un massimo di 100.000 dollari a testa. Il tutto finanziato dalle tasse sui cittadini americani.
Una mobilitazione generale in stile Seconda guerra mondiale, con slanci di fantasia finanziaria e costi spaventosi per un’economia già debilitata.
Il sito Axios, due giorni fa, dava notizia dei calcoli elaborati dalla Brown University secondo cui la guerra in Iran è finora costata ai consumatori statunitensi 100 miliardi di dollari solo per i prezzi dell’energia più alti. E il conto sta aumentando di 1 milione circa ogni due minuti.
Quasi inutile far notare che una quantità simile di soldati andrebbe reclutata, addestrata, trasportata in zona di operazioni. E che, naturalmente, le perdite prevedibili in battaglia – quando si impiegano truppe per forza di cose “non professionali” – salgono esponenzialmente.
Il che risulta incompatibile con il rifiuto di massa, negli Stati Uniti, per questa guerra. Basti ricordare che già i soli 13 soldati rimasti uccisi sono apparsi “troppi”, costringendo Trump e l’idiota messo a capo del Pentagono a minimizzarne l’importanza.
I giornali cominciano peraltro a pubblicare le storie struggenti delle (poche) vedove e madri che non riescono neanche ad ottenere un risarcimento economico dignitoso perché la guerra all’Iran, non essendo stata votata dal Congresso per una “furbata” di Trump, non viene considerata dai contabili del Pentagono come una “guerra vera”.
Ma a quanto pare a Tel Aviv si ragiona in altro modo. In altri termini, cosa vuoi che sia chiedere agli Stati Uniti di fare per tuo conto una “guerra decisiva” con quei numeri? In fondo da una parte e dall’altra morirebbero solo goym (“gentili” o sub-umani, in quanto non ebrei), mentre Israele resterebbe di fatto alla finestra (partecipando semmai con un po’ di missili e bombardieri).
Il suprematismo razzista dei sionisti non concepisce limiti. Neanche quando la realtà – in questo caso la dimensione numerica dell’esercito Usa – glieli sbatte in faccia.
Ma intanto la guerra si trascina, il prezzo del greggio vola, la finanza ricalcola costi e benefici, e i redde rationem slittano a dopo le elezioni. Sia in Israele che negli Usa.
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