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Vogliamo tutto! Dopoguerra e il conflitto di classe: anni ’50-’60

La decisione del governo francese, su richiesta del nostro, di riaprire con arresti (esibiti per ottenere vantaggi politici immediati, Oltralpe e da noi) il capitolo della violenza politica negli anni Settanta, una scelta secondo noi assolutamente sbagliata, rende necessario inquadrare storicamente quanto di tragico, ma talvolta anche di eroico, avvenne in quegli anni che videro una generazione ribellarsi a ingiustizie radicate nel paese dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Liberazione, che per ragioni geopolitiche si è fermata in un certo senso a metà, restituendo l’Italia agli stessi padroni e padrini che l’avevano affidata a Mussolini.

Portella della Ginestra è il simbolo di questa restituzione spudorata, insieme ai licenziamenti di qualche anno dopo alla Fiat, conseguenza degli stessi compromessi che mai hanno sanato davvero le ferite e le ingiustizie subite dalla classe operaia.

Nell’ottobre del 1979, infatti, 61 lavoratori della FIAT, fra i più attivi durante le dure vertenze degli anni precedenti, ricevettero una lettera di licenziamento nella quale l’allontanamento veniva motivato da un “comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza”, cui si erano impegnati con il contratto. Al dovere di rispettare il principio dell’uguaglianza proclamato dalla Costituzione non si era invece impegnato nessuno.

Pubblichiamo in merito un saggio del nostro Luciano Vasapollo, in parte tratto dal suo libro “Eppure sempre si muove. Manuale per una storia economica di classe”, scritto con la sua compagna Rita Martufi, responsabile del Centro Studi Cestes del sindacato Usb. Efesto ed. 2019

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Lo sviluppo degli anni Cinquanta e Sessanta aveva indubbiamente trasformato e modernizzato la società, ma al prezzo di squilibri e contraddizioni che con il tempo si erano fatti sempre più evidenti. La tendenza all’aumento dei consumi, secondo i modelli culturali ormai dominanti (l’automobile, gli elettrodomestici, il tempo libero), si era ormai estesa anche tra le classi popolari, ma i salari non crescevano certo come la produttività e i profitti delle aziende.

Nelle città del Nord continuavano ad affluire migliaia di immigrati (soprattutto meridionali), ma i servizi per far fronte a questo fenomeno in continua espansione rimanevano scarsi e inadeguati, a partire dagli alloggi. I giovani, che in numero sempre maggiore frequentavano ora anche le scuole superiori, iniziavano a distinguersi per nuovi stili di vita e di consumo, dall’abbigliamento alla musica, ma si scontravano con il tradizionalismo della cultura e della morale correnti.

Si faceva un gran parlare di “riforme”, in tutti i campi della vita economica e sociale, ma dopo la breve stagione del 1962-63, quando erano stati adottati importanti provvedimenti legislativi (la nuova scuola media unica, con l’elevazione dell’obbligo scolastico, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’imposizione di una ritenuta sulle cedole azionarie per avviare la lotta alla massiccia evasione fiscale), erano tornati a prevalere i timori dei ceti più conservatori e la formula governativa del centrosinistra sembrava essersi arenata di fronte alle fortissime resistenze dei partiti moderati e alle minacce, più o meno velate, di un colpo di stato autoritario (si parlò di un piano segreto, elaborato nel luglio del ’64 dal vertice dell’Arma dei Carabinieri e dei servizi segreti, che avrebbe avuto addirittura il consenso del presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni).

Nel mondo del lavoro questa contraddizione, tra uno sviluppo produttivo che proseguiva intenso (anche se non più con i tassi di incremento dei primi anni Sessanta) e un sistema di relazioni industriali arretrato e non ben definito, era particolarmente acuta.

I sindacati, per quanto avessero superato in parte le divisioni degli anni Cinquanta, rimanevano alquanto deboli nei luoghi di lavoro (in molte piccole e medie aziende erano di fatto assenti) ed erano sostanzialmente indecisi sul modo con il quale sviluppare la contrattazione articolata.

Il modello organizzativo fortemente centralizzato e la debolezza degli istituti rappresentativi di base (le Commissioni Interne) costituivano dei limiti fortissimi; e le confederazioni continuavano a pensare a uno sviluppo dell’azione rivendicativa ordinata e disciplinata dall’alto. Mentre le aziende perseguivano una politica di espansione e di investimenti produttivi (la FIAT attivò nel 1967 un nuovo gigantesco stabilimento automobilistico, a Rivalta di Torino, su una superficie di circa 2 milioni di metri quadri), ma sembravano non rendersi conto della necessità di gestire in forme più avanzate e moderne i rapporti con le maestranze.

Le prospettive di sviluppo sui mercati, soprattutto internazionali, rimanevano ottime (il culmine della crescita fu raggiunto tra il 1968 e il 1970), ma proprio per questo il padronato era indotto a intensificare i ritmi di lavoro, ad ammassare sempre nuovi assunti attorno alle linee di montaggio e alle macchine semiautomatiche, senza preoccuparsi delle tensioni che tutto ciò provocava.

L’ipotesi che i lavoratori potessero ribellarsi, dentro le fabbriche e a livello sociale, a questo stato di cose non era neppure presa in considerazione. In realtà, non erano certo mancati alcuni segnali di una forte ripresa delle lotte e le avvisaglie di un nuovo radicalismo di base, insofferente dei tempi e dei metodi dell’azione sindacale tradizionale; ma erano stati sottovalutati un po’ da tutti: dalle imprese, dall’opinione pubblica e anche dalle organizzazioni dei lavoratori.

Episodi come la vertenza degli attrezzisti della Olivetti di Ivrea (un gruppo di operai specializzati che nell’autunno del 1967, lottando contro il sistema di cottimo imposto dall’azienda, rifiutò gli accordi stipulati dai sindacati, pur senza essere in grado di proseguire autonomamente l’agitazione) dimostravano l’esistenza di spinte di base che mettevano in discussione l’organizzazione tecnologica del lavoro e il rapporto tra qualifiche e salari.

Ma non erano stati compresi appieno dalle organizzazioni, non si era capito che qualcosa di nuovo stava maturando, anche in rapporto – in quello stesso periodo – all’esplosione del movimento degli studenti universitari e più in generale della protesta giovanile, che in breve tempo diventò uno dei fenomeni sociali più caratteristici di quegli anni (Per maggiori approfondimenti Cfr. Marco Scavino, Se otto ore vi sembran poche…, cit., pp.137-138).

Nel corso di pochi anni si svilupperanno anche strutture di coordinamento su ambiti più ampi (ad opera di una struttura politica esterna), ma l’ingerenza esterna ed il carente studio di strategie di crescita, allontaneranno la realtà dai principi fondativi, tra cui l’autonomia di classe, l’indipendenza (Per approfondimenti: Il sessantotto. La stagione dei movimenti (1960-1979) a cura della redazione di “materiali per una nuova sinistra” – Edizioni Associate – Roma, Maggio 1988 p.163-164) e ne decreteranno la pressoché totale involuzione.

Il venir meno proprio di uno dei principi fondativi dei CUB, l’indipendenza, produrrà addirittura alla Pirelli due CUB diversi, uno vicino al gruppo extraparlamentare di Avanguardia Operaia e l’altro a Potere Operaio. Il CUB della Pirelli nasce nel ’68 a Milano ad opera di alcuni operai comunisti e PSIUPpini (del PSIUP, Partito socialista di unità proletaria).

Politicamente molto composito, il CUB, nonostante l’innegabile successo iniziale che fa registrare massicce adesioni fra i lavoratori, entra rapidamente in crisi per l’emergere dei conflitti insanabili fra l’ala ormai orientata verso Avanguardia Operaia e quella più vicina a Potere Operaio.

Il dissenso culmina in una scissione nel ’70. L’ala che fa riferimento ad Avanguardia Operaia manterrà la sigla CUB, proseguendo per anni nelle sue attività, l’altra, vicina a Potere Operaio conoscerà ulteriori frammentazioni, prima passando attraverso l’esperienza dell’Assemblea Autonoma, poi per il passaggio di alcuni suoi esponenti ad esperienze più radicali.

Dopo una fase in cui i CUB raccolsero quasi tutta la sinistra di fabbrica, si trasformarono prevalentemente in organismi collegati ad Avanguardia Operaia (A.O.), che cercò di generalizzare l’esperienza anche nelle situazioni dove essi non erano sorti spontaneamente. Naturalmente non tutti i CUB furono espressione di A.O. in alcuni casi essi erano collegati al Manifesto, mentre in altri erano promossi dalla IV Internazionale. Così come va ricordato che non tutti i CUB furono organismi di fabbrica: numerosi furono i CUB studenteschi. Avanguardia Operaia promosse diversi convegni nazionali dei CUB ma, con la svolta del ’74, che portava A.O. ad accettare l’entrismo sindacale, i CUB andarono esaurendosi (in genere i loro militanti aderivano al sindacato e facevano parte dei Consigli di Fabbrica, mantenendo comunque la sigla per qualche volantino o qualche giornale).

Importante come riferimento politico culturale è l’esperienza dei Quaderni Rossi (QR).(Nel 1961 esce il 1° numero di Quaderni Rossi caratterizzati per tutto il corso della loro esistenza dalla attenzione costante alla condizione operaia, allo scontro di fabbrica,per la conquista continua e graduale di potere operaio, poiché “nella grande fabbrica, quando nasce la coscienza di classe, l’operaio avverte con esattezza la potenza organizzativa e tecnica del capitalista, sa che è lì che si decidono le cose, impara che il potere di decisione del padrone sul suo lavoro è anche di decisione della sua vita e quella dei suoi compagni…”. V. Foa, Lotte operaie nello sviluppo capitalistico in Quaderni Rossi, 1961, 1, pp.10-11), la prima rivista di operaismo a cimentarsi in una analisi politica del movimento operaio attraverso una indagine sociologica specifica: l’inchiesta operaia.

L’indagine parte dalla FIAT e per la prima volta si analizzano concretamente le condizioni di vita e di lavoro nella fabbrica; lo studio non si ferma alla FIAT e il modello di inchiesta viene esportato in altre fabbriche del Nord.

Il risultato è significativo a partire dalla individuazione di due tipologie di operai:

– operai con anzianità di lavoro medio alta, ben integrati nel tessuto sociale di riferimento, iscritti prevalentemente al PCI ed alla CGIL con un profondo attaccamento al lavoro ed alla propria azienda

– operai giovani, prevalentemente immigrati dal Centro-Sud e difficilmente integrati nel contesto sociale, spesso non iscritti a PCI/CGIL, con una bassa qualifica, addetti alla catena di montaggio e con salari molto bassi; è questa la figura dell’“operaio massa”.

La rivista si occuperà prevalentemente dell’organizzazione del lavoro e dei rapporti sociali insistendo sul concetto di auto-organizzazione operaia nelle fabbriche.

Il gruppo dei Quaderni Rossi avvierà percorsi politici strutturando momenti permanenti di analisi a Torino, Milano, Ivrea, Biella, M. Carrara, ecc. Molte strutture della sinistra tradizionale (che avvertono la necessità di comprensione della fase) si dimostreranno sensibili all’iniziativa: la FIOM a Torino, la sezione università del PCI a Roma, i giovani del PSIUP a Bologna.

Successivamente questi gruppi si incontreranno sempre più con gli operai politicizzatisi con le lotte del 68-69 ed anche da queste aggregazioni prenderanno vita alcuni dei più importanti movimenti della nuova sinistra: Lotta Continua e Potere Operaio per primi.

Gli studenti protestavano, invece, contro quello che definivano “autoritarismo accademico”, denunciavano la natura di classe delle istituzioni scolastiche, il loro carattere chiuso ai problemi della società e del lavoro.

Erano in maggioranza figli della piccola e media borghesia, la prima generazione nata nel dopoguerra, ambiguamente sospesi tra il ruolo tradizionale delle élites tecniche e intellettuali e la nuova scolarizzazione di massa, che coinvolgeva ormai anche le classi popolari (ben presto le agitazioni si estesero alle scuole superiori, dov’era massiccia – soprattutto negli istituti tecnici e professionali – la presenza proletaria).

E per la prima volta, a differenza di quanto era avvenuto in altre circostanze storiche (si pensi alla Prima guerra mondiale e alla nascita del fascismo), il movimento di massa degli studenti si collocò senza esitazioni a fianco della classe operaia.

Durante la prima occupazione della sede delle facoltà umanistiche torinesi, a Palazzo Campana, nel dicembre del 1967, fu organizzato – per iniziativa del Partito Comunista – un incontro tra gli studenti del “movimento” e alcuni operai delle fabbriche torinesi; e dopo lo sgombero dell’università da parte della polizia un volantino degli studenti in lotta, preparato nella notte stessa da un piccolo gruppo, venne distribuito ai cancelli della FIAT Mirafiori per informare gli operai di quanto era successo.

In seguito, si formò anche una “commissione operaia” del movimento studentesco e incominciò a diventare prassi abituale la partecipazione di numerosi giovani ai picchetti operai e alle manifestazioni indette dai sindacati (particolarmente significativa quella in occasione dello sciopero generale per le pensioni, il 7 marzo 1968). Nei cortei iniziò a essere scandito lo slogan “studenti e operai, uniti nella lotta” (M. Scavino, Se otto ore vi sembran poche…, cit., p.139-140).

Tra le lotte degli studenti e la ripresa delle lotte di fabbrica… si creò una forte circolarità di esperienze e di dibattito con una partecipazione sempre più massiccia e in forme organizzate degli studenti alle manifestazioni di piazza dei sindacati. Il movimento universitario (tra i cui leader c’erano molti militanti del Partito Socialista di Unità Proletaria, il PSIUP, e del PCI ma anche ex aderenti ai ‘Quaderni rossi’ e ad altri gruppi minoritari) tendeva a costituirsi in soggetto politico autonomo, spesso su posizioni critiche verso i sindacati e i partiti di sinistra, e anche se ciò creava a volte degli attriti costituiva comunque un elemento positivo, un esempio prezioso di mobilitazione collettiva e di organizzazione di massa”.

Un discorso sulla ripresa delle lotte di fabbrica non può pertanto prescindere dal clima più generale del cosiddetto “Sessantotto”, cioè da quell’atmosfera di fortissima mobilitazione che attraversò allora l’intera società e che sembrò sul punto di sconvolgerla alle radici (destarono naturalmente grande impressione i fatti parigini dei mesi di maggio e giugno, con le immagini degli scontri nel Quartiere Latino trasmesse in diretta dalla televisione).

Gli studenti universitari e delle scuole superiori erano protagonisti di un movimento eccezionale, dai tratti nuovi, che l’opinione pubblica seguiva con un misto di scandalo e di preoccupazione, per l’estremismo di certe manifestazioni di piazza e per le forme spesso irrituali e provocatorie della propaganda, del linguaggio, dei manifesti.

Ma era un movimento che toccava più o meno direttamente tutti i gruppi sociali subalterni, proprio perché diffondeva una cultura generalizzata dalla protesta, dall’iniziativa dal basso.

Le prime occupazioni degli atenei”, ci ricorda Tranfaglia, “hanno luogo sull’onda del movimento di rivolta degli studenti americani già nell’autunno del 1967, ma, nei mesi successivi, tutta l’Europa, e quindi l’Italia, è investita da quello che si prospetta come un movimento di dimensioni planetarie.

Nella primavera del 1968 si estende a tutto il Paese e in pochi mesi anche la scuola media superiore, e in particolare i licei classici e scientifici, partecipano alla ribellione contro i metodi e i contenuti degli insegnamenti… negli anni successivi i movimenti degli studenti prima, di operai e studenti poi, ma anche dei contadini nel Mezzogiorno e nelle Isole, riempiono le piazze e le strade in segno di protesta contro la Confindustria e il Governo per i contratti dei metalmeccanici, degli insegnanti o di altre categorie dell’industria, contro l’arrivo del presidente repubblicano Nixon in Italia, per il diritto alla casa e ai prezzi equi di affitto e, nelle carceri, per la riforma del sistema penitenziario.

Nasce intanto un movimento femminista che inizia da subito ad assumere tendenze radicali. Dopo le grandi promesse del centro-sinistra e le riforme compiute da quei governi, non di rado fermati da atti minacciosi come la strage di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969 o il tentativo misteriosamente abortito di golpe di Junio Valerio Borghese nel dicembre 1970 o ancora le altre stragi dei primi anni Settanta, l’Italia vive di nuovo un malessere che è nello stesso tempo economico e politico” (N. Tranfaglia, Le piazze: la voce del paese, cit., pp. III-IV).

Comunque, se il ’68 fu principalmente l’anno delle lotte studentesche, il ’69 fu invece l’anno degli operai delle grandi fabbriche, l’anno della svolta decisiva per quanto riguarda le relazioni industriali e i diritti dei lavoratori.

Fu l’anno del cosiddetto “autunno caldo”, cioè delle grandi lotte per i rinnovi contrattuali delle maggiori categorie industriali (le più ampie mai verificatesi in Italia per numero di ore lavorative perse).

Ma in realtà gli scioperi e la rottura definitiva del clima di tregua dentro le fabbriche avvennero già prima dell’estate, nella primavera. La scintilla che diede il via al movimento fu lo sciopero generale, indetto dai sindacati l’11 aprile per protestare contro quanto era avvenuto a Battipaglia, in provincia di Salerno, dove la polizia aveva sparato sui dimostranti durante un’agitazione contro la chiusura di una manifattura tabacchi, uccidendo due lavoratori e ferendone circa 200.

Durante lo sciopero, che si svolse con alcune ore di sospensione del lavoro all’interno degli stabilimenti, alla FIAT Mirafiori gli operai delle “officine Ausiliarie” decisero di iniziare una lotta per il passaggio in massa dalla terza alla seconda categoria. E nei giorni seguenti iniziarono a effettuare brevi scioperi, con assemblee e discussioni nelle quali per la prima volta si parlò anche della necessità di eleggere dei “delegati” in ogni singola unità lavorativa.

Da quel piccolo episodio di lotta, apparentemente come tanti altri, nacque nei mesi di maggio e giugno una agitazione generale che si estese a tutto lo stabilimento di Mirafiori e che ben presto assunse caratteristiche impreviste, dirompenti, in particolare quando vi furono coinvolti gli addetti alle linee di montaggio delle Carrozzerie.

Si trattava in maggioranza di operai appena assunti, immigrati dal Sud, relativamente giovani e sottoposti a una continua intensificazione dei ritmi di lavoro, che si ribellarono alle condizioni in cui erano sfruttati effettuando brevi fermate, improvvisando cortei dentro le officine e assemblee spontanee, e chiedendo non solo in passaggio generalizzato dalla terza alla seconda categoria, ma forti aumenti salariali uguali per tutti.

Le caratteristiche di quel movimento stupirono un po’ tutti. I sindacati, che in un primo tempo pensavano di poterlo gestire come una normale vertenza sulle qualifiche, furono completamente scavalcati dall’iniziativa spontanea dei lavoratori, anche perché non avevano una presenza adeguata alla complessità raggiunta dallo sviluppo della fabbrica (Mirafiori contava ormai circa 50.000 addetti) e scontavano tutti i ritardi accumulati negli anni passati. E di questa situazione approfittarono i militanti esterni del movimento studentesco, che seppero farsi interpreti del radicalismo e del ribellismo diffusi tra gli operai e si misero a loro disposizione per stampare volantini, organizzare riunioni alla fine dei turni di lavoro, far circolare le informazioni sugli scioperi e fare propaganda in città su quanto stava avvenendo alla FIAT.

Nacque così una “assemblea operai-studenti” che non solo fungeva da struttura d’organizzazione quotidiana per alimentare il movimento degli scioperi “selvaggi” all’interno di Mirafiori (i volantini erano sempre intestati “la lotta continua” ed erano firmati “operai e studenti”), ma iniziò anche a tenere delle riunioni cittadine, con la partecipazione di altri lavoratori e di numerosi attivisti studenteschi, discutendo il problema di come generalizzare anche sul piano sociale, soprattutto sul tema della casa (in alcuni quartieri popolari e in alcuni paesi della cintura torinese, come Nichelino, erano sorti dei comitati spontanei per la riduzione degli affitti).

Questo movimento, che proseguì intensissimo per tutto il mese di giugno, sfociò infine nella giornata del 3 luglio, rimasta famosa come la “battaglia di corso Traiano”. Quel giorno i sindacati promossero uno sciopero generale sul problema della casa e degli affitti e l’assemblea operai-studenti ne approfittò per indire una manifestazione davanti allo stabilimento di Mirafiori, con l’obiettivo di dare visibilità esterna alle lotte di fabbrica e di propagandarne nella città gli obiettivi (in particolare la richiesta di aumenti salariali uguali per tutti).

La polizia, con un atteggiamento durissimo, impedì che il corteo si formasse e la reazione dei manifestanti (attivisti del movimento studentesco e operai FIAT) fu altrettanto dura, con scontri che si protrassero sino a sera e che coinvolsero l’intero quartiere attorno a Mirafiori. Furono effettuati numerosi arresti. Una manifestazione davvero memorabile: “…qui finalmente è arrivata la rivoluzione, perché una cosa come Corso Traiano… io non la vedrò mai più, una cosa così bella, mai più…”, ricorda Cesarina Carletti, più nota a Torino come nonna Mao, compagna partigiana, ex deportata e militante delusa del PCI.

Fino al ’68”, dice, “avevo i paraocchi, come li mettono quelli del Partito comunista; finalmente si sono un po’ logorati i cinghietti, i paraocchi si sono aperti e ho potuto guardare di qua e di là” (Testimonianza di Cesarina Carletti, in Bianca Guidetti Serra, Compagne – Testimonianze di partecipazione politica femminile -, volume secondo, Einaudi, Torino, 1977, p.384).

Dopo il 3 luglio, era del tutto evidente che la lotta FIAT avesse assunto, ancora una volta, una dimensione politica e un significato generale. Non si trattava più solo di un’agitazione limitata, interna a uno stabilimento (tra l’altro, scioperi analoghi a quelli di Mirafiori erano scoppiati anche in altre sezioni, soprattutto a Rivalta), ma di un movimento che si propagava e che rischiava di sfuggire completamente al controllo delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio.

L’assemblea torinese promosse, alla fine di luglio, un convegno nazionale degli organismi di base, al quale presero parte lavoratori e studenti di varie città italiane, e che prefigurava in qualche modo la creazione di un organismo di coordinamento in grado di riprendere ed estendere le agitazioni durante i rinnovi contrattuali, nell’autunno (Questo nuovo momento di incontro fra culture si presenta con precise caratteristiche e grandi potenzialità:

1) il nuovo rapporto si configura come una stretta connessione e non come una semplice e tradizionale alleanza in cui non vi era l’emergere di nuove funzioni intellettuali ma semplicemente un patto (per esempio la lotta antifascista),

2) il nuovo rapporto classe operaia-intellettuali pone su basi nuove il problema dell’autonomia degli intellettuali e dei tecnici, da questi vissuta come una differenza specifica delle categorie intellettuali rispetto alle classi sociali (ideologia della differenza) e come autonomia di funzioni.

Di fatto questa nuova aggregazione risolve il problema dell’organizzazione del lavoro intellettuale, essenzialmente legato alla trasformazione del processo di conoscenza, all’uso sociale dei suoi risultati, in uno dei luoghi naturali fondamentali della conoscenza e della ricerca: la fabbrica. Un nuovo scenario che obbliga le istituzioni ad un confronto serrato ed accorto e che costringe le organizzazioni sindacali a meglio adeguare le politiche di unità. Cfr., Kunth, Appunti su una esperienza di nuovi rapporti tra classe operaia e tecnici, “Movimento Operaio”, 46, gennaio 1978).

I sindacati e i partiti di sinistra apparivano, in quel momento, sulla difensiva, spiazzati dall’iniziativa spontanea dei lavoratori e in difficoltà – anche di fronte alla propria base – nell’elaborare strategie rivendicative adeguate alla forza che gli scioperi, all’improvviso, avevano manifestato ( In generale prevaleva un rifiuto drastico e (si sarebbe detto) definitivo del sindacato:

È inutile che stiamo ancora a parlare di sindacati – disse un operaio in un’assemblea operai e studenti -, la fiducia nei sindacati è del tutto persa. Nessun operaio si illude più. Il sindacalista vantava la FIOM gloriosa del 1948, ma oggi siamo nel 1969. Sono passati 21 anni. L’operaio italiano è maggiorenne e non ha più bisogno dei sindacati”. Cit. in Diego Giachetti e Marco Scavino, La FIAT in mano agli operai. L’autunno caldo del 1969, Edizioni BSF, Pisa, 1999, p. 39).

I loro piani vertevano essenzialmente sui contratti, previsti per l’autunno (È la primavera per l’operaio massa di Balestrini, e non l’autunno la stagione migliore per le lotte: “I sindacalisti – scrive – era la prima volta che io li vedevo in vita mia dentro la FIAT. Cominciano i sindacalisti: Compagni, non bisogna lottare adesso. Le lotte le faremo in autunno insieme al resto della classe operaia, insieme a tutti gli altri metalmeccanici. Adesso significa indebolire la lotta, se ci scontriamo adesso come faremo poi a ottobre. Noi gli diciamo: le lotte bisogna farle adesso perché è ancora primavera e c’è ancora l’estate davanti. A ottobre ci serviranno i cappotti, le scarpe, ci servirà pagare il riscaldamento nelle case, i libri dei figli per la scuola. Per cui l’operaio non può lottare d’inverno, deve lottare d’estate. Perché d’estate può dormire pure all’aria aperta, d’inverno no. E poi lo sapete che è in primavera che la FIAT ha più richiesta di produzione, se fermiamo adesso freghiamo la FIAT, che a ottobre non gliene importa più niente”. N. Balestrini,., pp. 102-103), ed era fortissimo il timore che la lotta FIAT, così esasperata e tumultuosa, potesse offrire l’occasione all’azienda per un accordo separato, che avrebbe indebolito la categoria dei metalmeccanici (da qui le dure polemiche contro l’avventurismo e l’infantilismo dei gruppi di base).

Ma, soprattutto, essi risultavano clamorosamente deboli e poco rappresentativi dentro le fabbriche, in particolare nei confronti dei lavoratori meno qualificati, degli addetti alle linee di montaggio e alle macchine semiautomatiche, che erano sempre stati considerati dalle organizzazioni come il settore più debole e meno cosciente della classe operaia, il più refrattario alla sindacalizzazione e alla militanza, il più insensibile alla cultura della professionalità e del mestiere che i sindacati ritenevano la base stessa dell’associazione.

Tuttavia, proprio in un momento così delicato di passaggio, le organizzazioni dei lavoratori dimostrarono una eccezionale capacità di rinnovamento e di adesione a certe istanze di base. Nel corso dell’estate le piattaforme rivendicative per i contratti autunnali furono riviste e corrette, dopo un’ampia consultazione tra i lavoratori, e fu loro data un’impronta molto più avanzata, accogliendo anche il principio degli aumenti salariali uguali per tutti, che pure stravolgeva l’impostazione tradizionale del rapporto tra qualifiche e salari (gli aumenti erano sempre stati differenziati, a favore delle categorie più alte).

Non si giunse sino ad accogliere le proposte di un deciso appiattimento dei trattamenti normativi (alcuni settori di punta chiedevano di procedere verso l’abolizione delle categorie), ma certo si trattò di una svolta notevole, che non a caso provocò nei sindacati un acceso dibattito e non poche polemiche, poiché ne uscivano relativamente penalizzate le fasce medio-alte dei lavoratori, a tutto vantaggio dei settori meno qualificati (i cosiddetti “operai massa”).

Ancora più vistoso fu il rinnovamento sindacale sul piano delle forme di lotta e di organizzazione, durante le lotte contrattuali dell’autunno. Il forte radicalismo espresso dalla base fu sostanzialmente accolto, avallando anche le manifestazioni più dure (e a volte violente) dentro le fabbriche. Tradizionalmente gli scioperi avvenivano nella forma di 4 o di 8 ore di fermata generalizzata, al di fuori dei luoghi di lavoro.

Ora invece si passò al principio di creare il maggior danno possibile alla produzione, con il minor costo possibile per i lavoratori; e quindi, accanto ad alcune giornate di sciopero generale, si scelse di articolare le lotte soprattutto all’interno, con fermate brevi e improvvise (gli scioperi a scacchiera, o a singhiozzo), o con il rallentamento deliberato della produzione e altre forme di lotta inedite che ottenevano il risultato di sconvolgere il regolare ritmo del lavoro. I cortei dentro le officine, per obbligare tutti a fermarsi, divennero la regola, così come certe forme di intimidazione nei confronti degli indecisi, degli impiegati, dei capi.

Le lotte contrattuali, in altre parole, furono solo la cornice entro la quale si manifestò un più generale ribaltamento nelle fabbriche dei rapporti di forza tra lavoratori e imprese, anche quelle medie e piccole. Le piattaforme rivendicative di categoria erano incentrate sugli aumenti salariali e sulle riduzioni dell’orario a 40 ore settimanali (che furono poi le maggiori conquiste dei nuovi contratti), ma gli operai ne approfittarono per contestare soprattutto l’organizzazione del lavoro, i ritmi, la nocività, l’ambiente, le gerarchie.

E fu su questo terreno che si ebbero i risultati più duraturi e più pesanti per le imprese. Nelle grandi fabbriche, ad esempio, fu strappato alle direzioni il principio che la quantità giornaliera di produzione da effettuare non fosse più fissata in astratto, ma fosse calcolata di giorno in giorno in base al numero dei lavoratori presenti, rendendo così meno pesanti i ritmi (e più oneroso per le imprese l’assenteismo).

Era in relazione a questa dimensione quotidiana, spicciola, della conflittualità, che assumeva un’importanza decisiva la nuova figura del “delegato”, che faceva da portavoce delle istanze operaie e che trattava con i capi.

Dell’elezione di queste figure si era discusso fin dalla primavera, nelle assemblee alla FIAT, e se ne era parlato come di rappresentanti diretti dei lavoratori, revocabili in ogni momento e non necessariamente inquadrati nei sindacati.

Gli operai più radicali, aderenti ai gruppi rivoluzionari (come Lotta Continua e Potere Operaio) nati nell’estate del ’69 dall’assemblea unitaria della FIAT, erano nettamente contrari, in nome di un generico spontaneismo di massa, ma risultarono ben presto isolati in questa loro battaglia ideologica. Mentre i sindacati, almeno inizialmente, proponevano semplicemente di estendere quanto era già previsto in alcuni accordi aziendali della primavera (alle carrozzerie della stessa Mirafiori, ad esempio), cioè l’elezione – da parte dei lavoratori di certe unità produttive – di loro rappresentanti, indicati però dai sindacati stessi, per contrattare i cottimi.

In realtà i delegati, che iniziarono a essere eletti massicciamente durante le lotte contrattuali del ’69, risultarono figure del tutto originali, frutto proprio dell’incontro tra le spinte di base e le strategie delle organizzazioni: eletti da tutti gli operai di una determinata unità produttiva (iscritti o meno ai sindacati), divennero ben presto la vera struttura di organizzazione delle lotte nei luoghi di lavoro e il punto di riferimento concreto dei lavoratori, ma senza un ruolo istituzionale di rappresentanza ben definito (il che non mancò, in seguito, di creare gravi ambiguità e contraddizioni, nel rapporto tra i “consigli dei delegati” e i sindacati). In questo contesto il sindacato italiano rischia per la prima volta di perdere il ruolo di protagonista a vantaggio dei lavoratori; ovunque, nelle assemblee, si registra una crescente insofferenza rispetto ad organismi, personaggi e metodi del sindacato tradizionale, rifiutato spesso per la sua inadeguatezza.

Le Commissioni Interne, sovente usate dal sindacato confederale per giustificare la distanza degli organismi dalla base, non assolvono la necessità di partecipazione dei lavoratori che le scavalcano, nonostante la strenua difesa delle direzioni, e che cominciano a sperimentare i Consigli dei Delegati (Organismi “di democrazia diretta che, dunque, è estremamente complicato controllare; sono organismi di democrazia operaia, non sindacale, dunque, ancora più difficili da tenere al guinzaglio perché rappresentano tutta la classe, non soltanto i tesserati, e perché si pongono su un terreno molto più ampio, generale, schiettamente politico e, quindi, con un potenziale tendenzialmente dirompente”. Cfr. S. Manes, Questione sindacale ed esperienze extraconfederali negli anni ’60, oggi in Quaderni CESTES n.9, p. 78.

Si strutturano, di fatto, organismi democratici che privilegiano la dialettica interna, il confronto delle idee e delle proposte e dove l’appartenenza ad un sindacato è irrilevante ai fini della rappresentanza).

Peraltro, l’autunno caldo non esaurì assolutamente il carico di tensioni, a lungo represse, che si era accumulato nelle fabbriche. Entro la fine del ’69, dopo un lungo braccio di ferro tra i sindacati e le diverse organizzazioni degli imprenditori (con un forte ruolo di mediazione del ministro del lavoro, il democristiano Carlo Donat-Cattin), i contratti di lavoro furono firmati, ma il movimento degli scioperi non cessò affatto.

La contrattazione articolata, che il padronato aveva proposto (invano) di sottoporre a limiti precisi, nell’ambito dei contratti nazionali di categoria, era ormai una realtà di fatto: vertenze aziendali, di gruppo, di settore, furono impostate e risolte in molti casi con successo, sull’onda di una situazione che, come all’improvviso, risultava ora ampiamente favorevole ai lavoratori.

I Consigli di Fabbrica, semplice coniugazione del precedente in ambito industriale, rappresenteranno la più “gramsciana” forma di sindacato di classe mai esistita, saranno il sindacato in fabbrica e non la base del sindacato confederale in fabbrica, anzi saranno costantemente denigrati e delegittimati dalle centrali sindacali che tenteranno sempre di ricondurli a propria struttura di base.

Lo sviluppo di tale importante esperienza, poco approfondita e studiata per essere ridimensionata a semplice casualità della fase politica, porterà fuori dalle fabbriche, là dove è indispensabile cogliere le necessità, i bisogni del territorio ed i riflessi del lavoro nella vita sociale e politica, sperimentando la capacità e la forma attraverso la quale la classe operaia garantisce la sua direzione, non solo in fabbrica ma anche sulla società. A tali organismi, i Consigli di Zona, sarà riservata lo stesso ostruzionismo dei CdF fino a ricondurli nelle “leghe territoriali” e quindi sotto il controllo dei sindacati confederali.

Anche le istituzioni, consapevoli del deficit di democrazia che storicamente caratterizzava la società italiana, tentarono in qualche modo di adeguarsi; nel 1970 fu definitivamente approvato il cosiddetto “Statuto dei lavoratori”, una legge che sanciva i diritti fondamentali all’interno dei luoghi di lavoro e che, nonostante alcuni vistosi limiti (alcune norme, per esempio, non si applicavano alle ditte con meno di 15 dipendenti), costituiva una conquista importante per l’esercizio dell’attività sindacale e per la tutela giuridica dei lavoratori.

Lo Statuto dei lavoratori, approvato nel maggio del 1970 sotto la spinta del famoso “autunno caldo” del ’69, fornì le condizioni per la realizzazione di quel sogno. Il sogno di un lavoratore con una propria dignità, libertà e consapevolezza dei propri diritti.

La norma fondamentale fu certamente l’art. 18 che consentiva, prima del Job’s Act del 2015, nelle imprese con più di 15 dipendenti, un’effettiva tutela del lavoratore licenziato ingiustamente. Non più solo il risarcimento dei danni, ma la “reintegrazione” nel posto di lavoro: il datore di lavoro è cioè obbligato a riammetterlo in azienda e a farlo lavorare.

È una rivoluzione!

Prima dell’introduzione dell’art.18 erano pochissime le cause di lavoro introdotte durante il rapporto, e lo stesso avviene ancora oggi per le imprese fino a 15 dipendenti (Per ulteriori approfondimenti Cfr. Marco Scavino, Se otto ore vi sembran poche…, cit., pp. 145/148. “Il datore di lavoro non deve essere più il “padrone”, come si diceva allora e si era sempre detto, e i lavoratori non devono essere i suoi “sudditi”, bensì collaboratori in una struttura organizzativa di cui il datore di lavoro è il “dirigente”, il “coordinatore”. Infatti, senza lo scudo dell’art. 18, di fatto il lavoratore non faceva valere i propri diritti, né individuali né collettivi, nel corso del rapporto per paura di essere licenziato ed era quindi soggetto a qualsiasi abuso da parte del datore di lavoro. La norma consente quindi l’effettivo esercizio dei diritti del lavoro, senza paura di eccessive ritorsioni.

Un altro articolo dello Statuto, d’altra parte, vieta qualsiasi atto o patto discriminatorio (art. 15, che troverà poi un’importante conferma nella legge del 1977 per la parità tra uomini e donne nel lavoro): l’imprenditore non è più il dittatore dell’impresa! Il sindacato non è più una presenza quasi segreta, cospiratrice, ma entra a pieno titolo nella vita dell’azienda, può fare proseliti e raccogliere contributi alla luce del sole, può affiggere comunicati ed organizzare referendum ed assemblee e l’imprenditore deve assicurargli bacheche e locali, ha diritto a permessi, anche retribuiti, per i suoi rappresentanti, è tutelato in modo efficace e rapido contro i comportamenti antisindacali dell’imprenditore.

Lo Statuto tutela, inoltre, il lavoratore sotto ogni profilo, garantendo la dignità e la libertà di manifestare il proprio pensiero, vietando l’uso di impianti per il controllo a distanza e gli accertamenti sanitari diretti, limitando le visite personali di controllo, regolando il procedimento disciplinare e consentendo soprattutto al lavoratore di difendersi prima della sanzione, vietando la dequalificazione (spostamento a mansioni peggiorative), anche con il consenso del lavoratore. All’acme della parabola il lavoratore sembra davvero definitivamente diventato persona anche dentro l’azienda”. Cfr G. Cannella, Quale governo quale giustizia, cit., riproduce la relazione introduttiva per l’assemblea pubblica e dibattito dal titolo No al lavoro senza diritti, organizzata a Roma il 14/12/01 dal Forum Diritti-Giustizia (Social Forum Roma-Antigone, Cred, Giuristi democratici, Progetto diritti, Camera del lavoro e del non lavoro, Cobas, Rdb, Avvocati progressisti italiani, Magistratura democratica romana).

Quando a Milano il 12 dicembre 1969 ci fu la strage di stato con lo scoppiò la bomba, le vertenze nazionali dell’industria erano ancora aperte (la firma del contratto per i metalmeccanici privati, il giorno 21, avvenne infatti in un clima pesantissimo), ma negli anni seguenti vi fu un vero e proprio stillicidio di questi attentati che trovavano – come risultò ben presto evidente – ampie coperture e complicità in settori dei servizi segreti italiani e stranieri.

Questa generazione di classe non tutta, naturalmente, militante nei sindacati tradizionali – fu protagonista delle lotte di fine decennio anni ‘60, che affrontò con una consapevolezza delle mutazioni delle relazioni di produzione e del ruolo della classe forgiata anche da esperienze come quella di “Quaderni Rossi”.

In corrispondenza del biennio ’68-’69, la tensione tra movimento operaio e classe padronale raggiunse il suo apice, trascinando anche le organizzazioni sindacali che si inserivano nel clima più ampio di generale modernizzazione sociale e culturale della comunità nazionale, coinvolgendo i centri di produzione della cultura (occupazione delle università), l’editoria, la scuola, gli enti pubblici e così via. Il processo di trasformazione fu inaugurato simbolicamente dagli studenti nel ’68, che lottavano contro il nozionismo, la funzionalizzazione della formazione alla produzione, l’autoritarismo e le gerarchie familiari e sociali.

Il ’69, invece, fu l’anno degli operai delle grandi fabbriche, che diedero vita alla memorabile stagione di lotte dell’“autunno caldo”. La loro battaglia si basava sulle rivendicazioni salariali che ormai sei anni di rallentamento della crescita aveva reso impellenti.

La protesta, tuttavia, aveva avuto un innesco squisitamente politico: l’11 aprile, infatti, i sindacati avevano promosso uno sciopero generale a seguito della dura repressione poliziesca di una manifestazione di braccianti a Battipaglia, nel salernitano, che aveva lasciato due dimostranti sul terreno.

In occasione di quello sciopero, a centinaia di chilometri di distanza, nel profondo nord del Paese maturava una decisione importante: gli operai dello stabilimento FIAT di Mirafiori riuniti in assemblea deliberarono di intraprendere la lotta per ottenere il passaggio dalla terza alla seconda categoria.

Era un episodio di lotta come altri, ma capitò nel momento in cui cominciava a prender fuoco la prateria: l’intero stabilimento Mirafiori scese in campo sul finir della primavera. Erano operai giovani, da poco assunti, che venivano dalle campagne meridionali e poca storia avevano maturato nel movimento sindacale tradizionale; fu più dinamico il movimento degli studenti, che intercettò il loro malcontento e – alla ricerca della classe operaia – riuscirono a saldare le loro istanze con le proprie.

Il terreno di coltura, d’altronde, era ideale: il 1969 fu l’anno in cui scadevano tutti i contratti e l’autunno sindacale 1969 iniziò, come abbiamo visto, a fine agosto col divampare in forma violenta una vertenza aziendale in atto alla FIAT fin dalla primavera.

La lotta che aveva per oggetto principale i ritmi di lavoro e l’inquadramento nelle varie categorie operaie, era gestita dai comitati di base in polemica con i sindacalisti, accusati di condurre le trattative a rilento. I delusi che si sentirono ingannati dai rappresentanti sindacali, entrarono in sciopero il primo settembre.

La direzione della FIAT aveva reagito con durezza e sospese 40.000 operai per inattività dei reparti riforniti dalle officine in sciopero. Intanto gli esponenti delle federazioni metalmeccaniche riuscirono in una serie di assemblee a riproporsi alla massa dei lavoratori come la sola forza in grado di farli uscire dal vicolo cieco e chiesero alla Confindustria l’apertura immediata delle trattative per il rinnovo contrattuale della categoria.

L’intervento dei sindacati riuscì a far riprendere il lavoro e a far revocare la sospensione dalla FIAT. Le trattative si aprirono e si chiusero il 9 settembre per l’impossibilità di trovare un solo punto di intesa; seguì il primo sciopero nazionale della categoria.

Il 25 settembre la Pirelli seguì lo stesso comportamento della FIAT rispondendo con una serrata allo sciopero interno, mentre la controparte pubblica, l’Intersind (l’associazione delle imprese di proprietà statale, allora distinta da Confindustria, ndr), accettò di aprire le trattative.

Una dopo l’altra entrarono in scena tutte le principali categorie produttive per rivendicare il nuovo contratto e il conflitto si estese al settore pubblico, dagli ospedali ai servizi fino all’agricoltura; in ottobre il quadro delle agitazioni era imponente con episodi di violenza. Emerse la fantasia operaia nell’organizzare scioperi a “gatto selvaggio”, a scacchiera, a turno, articolati, cortei nelle fabbriche, scioperi che continuarono anche durante le trattative.

Il ruolo guida nella gestione degli scioperi era delle federazioni delle categorie in lotta, mentre le confederazioni, nelle prime settimane, apparivano solo ai margini, in posizione di fiancheggiamento del movimento. Le tre confederazioni aprirono infatti una loro vertenza che non voleva sovrapporsi a quella contrattuale.

Lo sciopero generale che le confederazioni proclamarono per il 9 novembre, riuscì in maniera impressionante, il paese intero si fermò; lo sciopero più completo mai avvenuto in Italia (Dopo un comizio del sindacalista della CISL, Bruno Storti, al Lirico di Milano, il pubblico che usciva dal teatro si confonde con un corteo della sinistra extraparlamentare controllato dalla polizia.

Quando le forze dell’ordine scagliano la carica, la folla reagisce con determinazione. Negli scontri resta ucciso Antonio Annarumma, un poliziotto di 22 anni figlio di un bracciante agricolo avellinese. Ne seguono giorni difficili: i poliziotti premono per “espugnare” l’Università Statale. Ai funerali dell’agente, alla chiesa di San Carlo, numerosi sono i saluti romani dei neofascisti milanesi. Cfr. U. Bertone, Capitalisti d’Italia, vol. I, cit., pp. 105-106).

Una svolta psicologica impercettibile ma con importanti riflessi nell’autunno sindacale venne da Milano, dove un agente venne ucciso in uno scontro fra polizia e dimostranti, in buona parte giovani della sinistra extraparlamentare. Al cordoglio per l’episodio tragico si mischiarono auspici di “pugno di ferro” nei confronti delle manifestazioni e accuse ai sindacati di essere fautori della violenza”.

Fra tentativi di ricucitura e polemiche, le trattative procedettero senza risultati fino a tutto novembre, quando i sindacati decisero di dare una dimostrazione di forza promuovendo a Roma, per il 28, una manifestazione di lavoratori metalmeccanici, fino ad allora mai avvenuta a Roma; la manifestazione fu imponente, 100.000 operai affluirono da ogni parte d’Italia.

L’Intersind accettò l’accordo mentre la Confindustria rimase con la propria intransigenza. I sindacalisti metalmeccanici intensificavano gli scioperi, quando a Milano un criminoso attentato terroristico seminò la strage, il 12 dicembre 1969 a piazza Fontana a Milano.

Al tempo, le vertenze nazionali dell’industria erano ancora aperte. I sindacati non mollarono e l’accordo fu raggiunto prima con l’Intersind e poi con la Confindustria (21 dicembre 1969) che parlò di “accordo imposto”.

Le richieste originarie furono accolte all’80%: riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, aumenti considerevoli uguali per tutti, diritto di assemblea in fabbrica, riconoscimento dei consigli di fabbrica. L’autunno caldo si concluse con un successo che confermò quanta forza avesse tratto il movimento dalla pratica unitaria.

Anche se intervennero a dirigere più di una trattativa, di fronte al radicalismo delle richieste operaie i sindacati e i partiti di sinistra si trovarono spiazzati, soprattutto perché montava rapidamente e in maniera imprevista un movimento che sfuggiva alla loro direzione, anzi ostentava sfiducia esplicita nei confronti delle strategie tradizionali dei propri rappresentanti, che avevano portato ad una crescita ineguale in cui i lavoratori avevano la parte di Cenerentola. Giachetti e Scavino riportano al proposito alcune testimonianze esemplari, tra cui questa:

“È inutile che stiamo ancora a parlare di sindacati – disse un operaio in un’assemblea di operai e studenti –, la fiducia nei sindacati è del tutto persa. Nessun operaio si illude più. Il sindacalista vantava la FIOM gloriosa del 1948, ma oggi siamo nel 1969. Sono passati 21 anni. L’operaio italiano è maggiorenne e non ha più bisogno dei sindacati”.

È del giugno 1969, infatti, la nascita, ad opera di un gruppo di operai e impiegati Pirelli, del primo CUB (Comitato unitario di base) per organizzare e avviare la lotta a livello di fabbrica. La sfiducia nel sindacato e l’esigenza dell’autorappresentazione portarono alla creazione di una figura originale, quella del “delegato” eletto dalla base operaia, che contratta direttamente con i capi i ritmi di produzione, i cottimi, gli incentivi, i permessi.

Le stesse strutture tradizionali del sindacato di fabbrica vengono scavalcate dai Consigli dei Delegati, organi “di democrazia operaia, non sindacale” difficili da controllare perché rappresentano tutti gli operai, non solo quelli sindacalizzati e irreggimentati nelle sezioni.

D’altronde, il dibattito sulla rappresentanza sindacale e sull’efficacia di tale strumento era aperto ormai da qualche anno, con il contributo intellettuale fondamentale del gruppo di Potere Operaio, che tra i suoi militanti del nord-est soprattutto contava su delegati disillusi e operai ormai stanchi di affidare le loro sorti al sindacato.

A queste “avanguardie” – così si chiamavano in quegli anni – il più lucido tra i gruppi della sinistra extraparlamentare proponeva la prassi dell’autorappresentanza, dell’inchiesta di classe sulle condizioni del lavoro, dell’autonomia e dell’autorganizzazione.

Quest’ipotesi fu presto verificata negli insediamenti industriali e nelle grandi fabbriche del nord-est, dove la coscienza operaia era matura e il sindacato – per ragioni storiche e per le circostanze di uno sviluppo veloce e imprevedibile – non era radicato come in FIAT o nelle industrie del triangolo industriale. Porto Marghera, ma anche Borgo Panigale (Ducati Meccanica) e poi Terni (acciaierie) o Piombino divennero così i luoghi privilegiati di una sperimentazione nuova e per molti versi esaltante, in cui l’operaio spesso dequalificato, proveniente dal territorio rurale o dalle periferie, cominciava ad essere protagonista delle lotte.

Le rivendicazioni operaie non incontrarono sempre il successo, né si esaurirono con la stagione esaltante dell’autunno caldo. Quelle lotte, comunque, portarono ad importanti conquiste giuridiche che riconoscevano la centralità del lavoratore e che furono condensate nello Statuto dei Lavoratori.

Dal punto di vista della trasformazione produttiva, questa radicale esplosione del conflitto sociale si giustifica con la chiusura di un lungo ciclo inaugurato all’alba degli anni ’50, nel corso del quale il processo d’industrializzazione del Paese era stato portato a termine. Il grado di avanzamento tecnologico aveva raggiunto livelli ormai sofisticati, ma ad essi corrispondeva una generale precarietà del sistema socioeconomico uscito dagli anni del miracolo.

L’espansione del mercato interno aveva prodotto una fiducia diffusa e generalizzata nelle possibilità di crescita, e soprattutto l’aveva estesa a tutti gli strati sociali: la “coscienza di classe” fu anche il risultato di questo processo. Inoltre, l’adozione delle tecnologie di produzione di massa aveva favorito enormi concentrazioni operaie, provocando squilibri notevoli:

“Il costituirsi di giganti industriali come Mirafiori (54.000 operai nel 1967) e l’indotto ad essi legato aveva reso necessari spostamenti della forza lavoro che avevano provocato dei veri e propri sconvolgimenti demografici e sociali: la popolazione di Torino e dei comuni della sua immediata cintura era raddoppiata tra il 1951 e il 1971”( D. Bigazzi, Modelli e pratiche organizzative, in Storia d’Italia. Annali 15. L’industria, cit., p. 990).

Era l’altro volto della crescita. Gli anni ’60 avevano visto insieme l’apice del miracolo e gli effetti della congiuntura, lo spopolamento delle campagne e l’apertura delle contraddizioni sociali nei nuovi agglomerati urbani, il miraggio del benessere e la constatazione quotidiana della sperequazione economica.

Ma non era certo l’unica, stridente contraddizione. Tra gli “effetti collaterali” dello sviluppo, in sorprendente anticipo sui tempi, le inchieste di “Quaderni Rossi” e di alcuni giornalisti come Giorgio Bocca indicano il peggioramento della qualità della vita dei lavoratori, che talvolta toccano gli abissi della depressione e della disperazione. I dati ufficiali dell’Inam parlano, dal ’54 al ’64, di un aumento verticale delle malattie nervose tra gli operai.

Da queste condizioni si può spiegare l’esplosione di un conflitto durato oltre dieci anni, che diventa un fenomeno planetario nel biennio ’68-’69 ma si prepara con anni d’anticipo, all’inizio degli anni ’60 con i primi esperimenti dell’autonomia di classe, in risposta ad una crescita elitaria e squilibrata.

Nel decennio precedente, dalla fine degli anni ’50 al ’68, s’era registrato nel Paese un aumento della produttività senza precedenti: nel comparto dell’industria l’aumento è stimato in percentuale pari al 61,8%; isolando l’industria manifatturiera l’incremento è ancora maggiore e raggiunge il 76,6%. Erano cifre mai registrate nella quasi totalità dei paesi capitalisti.

Per quale motivo una situazione così florida avrebbe generato conflitti tanto accesi? Perché, sostiene Eugenio Peggio, il peso dei processi di ristrutturazione della filiera e delle tecnologie produttive, nonché della ricomposizione degli assetti finanziari aziendali, finisce in quegli anni per scaricarsi prevalentemente sulle spalle dei lavoratori.

La filosofia dell’efficienza elaborata in quegli anni prevedeva, infatti, una micidiale combinazione di profonde innovazioni nell’organizzazione del lavoro e di investimenti di capitale piuttosto modesti in proporzione ai passaggi compiuti, con il risultato di concentrare sul lavoratore i costi umani, psicologici e fisici dell’aumento di produttività, fino a far desiderare a questi lavoratori la “scomparsa” fisica del lavoro solo perché esiste.

Non è giusto fare questa vita di merda, dicevano gli operai nell’assemblea, nei capannelli alle porte. Tutta la roba, tutta la ricchezza che produciamo è nostra. Ora basta. Non ne possiamo più di essere della roba, della merce venduta anche noi. Vogliamo tutto. Tutta la ricchezza, tutto il potere, e niente lavoro. Cosa c’entriamo noi col lavoro. Cominciavano a avercela su, a volere lottare non perché il lavoro, non perché il padrone è cattivo ma perché esiste. Cominciava a venire fuori questa esigenza di volere il potere insomma. Cominciava per tutti, operai con tre o quattro figli, operai scapoli, operai che avevano figli da mandare a scuola, operai che non avevano casa. Tutte le nostre infinite esigenze venivano fuori in obiettivi concreti di lotta nell’assemblea. Per cui la lotta non era soltanto una lotta di fabbrica. Perché la FIAT ha centocinquantamila operai. Era una grossa lotta non soltanto perché investiva questa enorme massa di operai” (N. Balestrini, Vogliamo tutto, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 144-145).

Non solo i ritmi di produzione come distruzione dell’uomo nei tempi del lavoro, quindi, o i cottimi, gli incentivi o la nocività, ma una richiesta di affermazione di una dignità negata, di diritti di cittadinanza e di appartenenza ad una comunità.

L’intensificazione dello sfruttamento si è potuta realizzare per il permanere, nella società nazionale, di ampie sacche di disoccupazione che ha tenuto sotto ricatto costante il lavoratore per tutto il decennio, nonostante gli sforzi di creare una contrapposizione reale alla preponderanza della dirigenza industriale, di un capitalismo fortemente ancorato ad un concetto “familistico”, degli “amici degli amici”, dal quale non si staccherà sostanzialmente neppure nei decenni successivi: i grandi gruppi continuano ad essere controllati da famiglie assistite dallo Stato e da entourage che hanno contiguità e aderenze in altre aziende.

Negli anni Settanta, sostiene Robert J. Pavan, doveva apparire evidente il carattere familiare del capitalismo italiano perché, dice:

44 delle prime 100 imprese per fatturato nel 1970 erano controllate da una famiglia (erano 48 nel 1950 e 49 nel 1960). Le imprese presentavano una scarsa diversificazione, una insufficiente presenza sui mercati esteri e una struttura organizzativa e manageriale poco complessa proprio a causa della persistenza del controllo familiare. Raramente era stata adottata una struttura multidivisionale, ma ciò era a riprova non tanto dell’inconciliabilità tra controllo familiare e strutture divisionali, quanto del fatto che “un ritardo dell’introduzione di questo tipo di struttura organizzativa può essere attributo all’ignoranza, al timore di perdere il controllo o la riservatezza” (R. J. Pavan, Strutture e strategie delle imprese italiane, Bologna 1976, p. 100, cit. in G. Bruno e L. Segreto, Finanza e industria in Italia (1963-1995), cit., p. 515).

Molti gruppi industriali di rilievo hanno una struttura rigidamente piramidale, in cui non esiste praticamente azionariato diffuso: il vertice è sovente costituito da una società finanziaria o da un’accomandita, come nel caso dei Pirelli, che possiede le partecipazioni necessarie al controllo dell’azienda capofila e delle altre società facenti capo al gruppo stesso.

Parallelamente, lo scenario dell’industria privata era determinato da un’altra grande presenza, quella della FIAT, il “Monte Bianco” del capitalismo italiano, attorno al quale – secondo una definizione attribuita a Cuccia da Colajanni – ci sono solo collinette, mai montagne di altezza comparabile.

Il colosso automobilistico era controllato – attraverso la finanziaria Ifi (Istituto finanziario italiano) – dalla famiglia Agnelli, un’altra importante presenza del capitalismo italiano.

Alleato storico dei due gruppi Pirelli e Orlando era la famiglia Falck, proprietaria, dopo il passaggio dell’ILVA all’IRI negli anni Trenta, dei più grandi impianti siderurgici privati. Tradizionalmente la loro produzione era rivolta al mercato e non integrata, come quella ad esempio della FIAT Ferriere (che aveva pari dimensioni e livelli produttivi simili alla Falck) in un gruppo industriale. Inoltre, i Falck avevano stretto solidi rapporti economici (e anche d’amicizia) con Pesenti e il gruppo Italcementi.

La famiglia Pesenti, ci ricordano Bruno e Segreto, aveva la sua base di forza nell’industria del cemento, di cui controllava, attorno alla metà degli anni Sessanta circa un terzo della produzione nazionale.

Molti commentatori, osservano Bruno e Segreto, hanno ravvisato proprio nella particolarità della struttura del gruppo un motivo determinante della sua debolezza, la cui prova decisiva fu costituita dalla costosissima difesa che Pesenti dovette mettere in piedi per respingere il tentativo di scalata all’Italcementi, tentata da Michele Sindona tra il 1967 e il 1969.

La strategia di Pesenti fu quella di cercare un accordo col nemico, che chiese in cambio l’Istituto bancario italiano. Non lo ottenne per l’opposizione decisa della Banca d’Italia, che temeva un rafforzamento eccessivo di Sindona: piuttosto si volle aiutare Pesenti a riacquistare le azioni al prezzo fissato da Sindona, anche se l’operazione – 12 miliardi dell’epoca – era spericolatissima e ai limiti della legalità.

Un posto di rilievo tra i grandi gruppi economici privati era occupato dalle assicurazioni ed in particolare da tre compagnie: le Generali, la RAS e la Fondiaria. Con Montedison, FIAT, Pirelli, Italcementi, Orlando e Mediobanca esse rappresentavano l’ossatura della grande finanza italiana, anche perché in più casi tali compagnie erano legate ai grandi gruppi privati e alle vecchie facce del capitalismo italiano.

In particolare, erano protagoniste alcune dinamiche società finanziarie che avevano investito in precedenza nel settore elettrico, ricavandone cospicui indennizzi al momento della nazionalizzazione; al loro fianco, le onnipresenti italianissime società immobiliari, con grandi liquidità disponibili.

Una funzione delicatissima in questi equilibri era detenuta dalla Bastogi. Sul finire degli anni Sessanta il gruppo di comando era costituito dalla Montedison, da Pesenti, Generali, Fondiaria, IFI (cioè FIAT), dalla Sviluppo, dal Monte dei Paschi, dalla famiglia Bonomi, dall’Istituto per le opere religiose e da Mediobanca. Insieme essi rappresentavano il sindacato di controllo della società, che riuniva il 25% del capitale. La sua rilevanza stava nel fatto di riunire sotto lo stesso tetto alcuni dei maggiori gruppi industriali e finanziari del paese e, soprattutto, nel ricco portafoglio titoli, che comprendeva pacchetti azionari della Montedison (oltre il 7%), dell’Italcementi (10,55%), della Beni Stabili (poco meno del 50%), della Pirelli (2,65%), del Credito Italiano (6,27%).

Nel 1971, il ritiro delle Generali e della Sviluppo dal sindacato di controllo e l’inefficacia delle scelte strategiche successive alla nazionalizzazione dell’ENEL, diedero a Sindona l’illusione di poter creare un autentico colosso finanziario.

Per il controllo della Bastogi, nel 1971, si ingaggiò dunque una battaglia difficile e spettacolare, cui parteciparono tutti gli attori principali dell’alta finanza, oltre alla Banca d’Italia e al governo. Sindona operò da spregiudicato giocatore di poker, com’era da prevedersi: fallì nel tentativo di impossessarsi dell’Italcementi o dell’IBI, e messe in giro ad arte alcune voci su un suo possibile interessamento alla SNIA, egli rilanciò provando a mettere le mani su Centrale e Bastogi e impadronirsi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Cosa sarebbe accaduto? Se il progetto fosse andato in porto si sarebbe costituita una delle maggiori, forse la maggiore, delle società finanziarie europee.

Ecco la deriva cui poteva condurre la concentrazione di capitali nelle mani di pochi influenti personaggi, che gestivano con accortezza alleanze e circostanze: dal piano Sindona poteva venir fuori una concentrazione esorbitante di potere, allegramente consentita da una legislazione inadeguata, in buona parte elaborata albori del capitalismo e mai effettivamente revisionata.

Il piano del Sindona, che aveva il sostegno degli Hambros di Londra e del Banco Ambrosiano, avrebbe probabilmente creato un vero concorrente di Mediobanca, passando per l’acquisizione della Centrale, ormai impresidiata dai vecchi proprietari, per poi osare la scalata ad una delle grandi banche italiane. Il tentativo di acquisire anche il controllo della Banca Nazionale dell’Agricoltura, tuttavia, ebbe meno fortuna per l’intervento della Banca d’Italia.

Era, questo, il panorama di un capitalismo che si rinnovava e si modernizzava, con l’avvicendarsi delle generazioni e – soprattutto – dei modelli imprenditoriali vigenti. Nel decennio del boom e dell’autunno caldo l’imprenditore-tecnico, portatore di un sapere specifico nel proprio settore d’intervento, cominciava a cedere il passo all’abile manovratore di capitali, al giocatore di borsa, allo sclatore di gruppi in disarmo.

Da questo momento, e dal lungo riflusso che seguirà le lotte del ’69, la “via italiana” all’economia di mercato imboccherà un percorso peculiare, in cui spetterà alle oligarchie finanziarie la facoltà di dettare il passo, i tempi e i modi dello sviluppo.

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