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Potere e conflitti politico/sociali in Iran, un paese niente affatto arretrato

Sintesi delle tre puntate uscite su Contropiano nelle scorse settimane

La continuità e l’estensione delle proteste femminili, giovanili e popolari in Iran merita la dovuta attenzione. Leggerle solo attraverso la lente delle “ingerenze straniere” (Usa e Israele soprattutto) sarebbe un torto alla realtà e al materialismo. Ogni sistema produce continuamente le sue contraddizioni, soprattutto quando i rapporti sociali interni non corrispondono più allo sviluppo del sistema stesso.

Indubbiamente, e soprattutto nei paesi ritenuti “rogues states” dagli Usa, su queste contraddizioni agiscono anche fattori esterni. Nel caso dell’Iran le sanzioni occidentali e i sabotaggi israeliani (arrivando all’uccisione degli scienziati) hanno avuto un peso rilevante.

L’Iran non è affatto un paese arretrato. E’ una società giovane, colta, moderna, anche se ancora con forti asimmetrie tra città e campagne. Secondo diverse analisi dispone di un’infrastruttura industriale e commerciale ben sviluppata e di un importante capitale umano, soprattutto in campo tecnico-scientifico. “Questo notevole potenziale di sviluppo economico, tuttavia, non è mai stato dispiegato completamente”, segnala però una analisi dell’Ispi.

E’ dunque una contraddizione inevitabile e profonda quella che si è aperta tra lo stato di sviluppo del paese e le relazioni sociali interne che lo regolano. Un paese in cui una popolazione giovane – soprattutto nelle città – vive nella modernità, difficilmente può accettare ancora un sistema fondato su regole religiose e arretrate che non hanno più ragione di essere, se non nella sfera privata e spirituale.

In Iran l’invadenza della sfera religiosa in quella politica e in quella privata è diventata via via insopportabile per i ceti sociali urbani, mentre viene ancora accettata nelle aree rurali.

L’episodio della morte della studentessa Masha Amini, pur presentata come “conseguenza involontaria” di un intervento della “Polizia Morale”, è diventato così il fattore di rottura per aspettative di cambiamento che incubavano da anni.

Secondo alcuni osservatori “Tutto sembra indicare come la classe media dell’Iran, economicamente deprivata, socialmente frustrata e politicamente oppressa, abbia colto la palla al balzo della morte di Masha Amini per riversare nelle piazze del Paese il suo malcontento e la propria angoscia per il futuro” (Startmag).

L’Iran, con la Rivoluzione del 1979, si è definito come “Repubblica Islamica”; insomma una teocrazia che però ha provato a far convivere regole e visione generale di stampo religioso con strutture tipiche delle società occidentali.

In Iran, ad esempio, esiste il multipartismo. “I partiti politici iraniani sono oggi più di duecento, molti dei quali tuttavia assomigliano più a semplici organizzazioni o movimenti, dalla struttura organizzativa leggera” – scrive l’Ispi – “Solo una ventina di questi partiti partecipano effettivamente alla vita politica del paese, esprimendo candidati e ottenendo seggi parlamentari”.

Dunque chi parla dell’Iran come di una mera “dittatura autocratica”, anzi teocratica, dice una parziale falsità. Ma nella convivenza tra apparati religiosi e apparati politici, i primi hanno mantenuto una posizione prevalente negli orientamenti generali e del paese.

La struttura decisionale della Repubblica Islamica dell’Iran

Nella gerarchia politica iraniana si trovano infatti a convivere strutture diverse, alcune nominate per vie interne e per cooptazione, altre attraverso le elezioni e la legittimazione popolare:

La Guida Suprema, che affidata ad una figura religiosa del rango di ayatollah, prima con Komeini oggi con Kamenei. I poteri di questa figura, elencati nell’articolo 110 della Costituzione, sono molto estesi: tra questi, oltre a supervisionare e indirizzare il sistema politico iraniano, la Guida è comandante in capo delle forze armate, controlla gli apparati di sicurezza e le principali fondazioni religiose, affida e revoca l’incarico del capo del sistema giudiziario, del capo di Stato maggiore dell’esercito regolare, del comandante del Corpo delle Guardia della Rivoluzione Islamica, del capo della polizia, del presidente delle emittenti radiotelevisive nazionali e dei giuristi del Consiglio dei Guardiani della Costituzione

Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione costituito da dodici giuristi, sei religiosi scelti dalla Guida Suprema e sei scelti dal Parlamento. Al Consiglio dei Guardiani spetta il compito di vagliare i disegni di legge governativi e le proposte di legge parlamentari, rinviandoli al Parlamento in caso di non conformità con le norme islamiche e con la Costituzione.

Il Consiglio per il discernimento è l’organo incaricato di mediare tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani nel caso in cui sorgano contrasti tra le due istituzioni

Il Consiglio Supremo di Giustizia. La Costituzione riconosce formalmente l’indipendenza del potere giudiziario, stabilendo però che questo deve essere esercitato in conformità alle norme islamiche. L’organo principale del sistema giudiziario è il Consiglio Supremo di Giustizia, composto dal presidente della Corte suprema, dal procuratore generale e da tre giudici esperti di teologia e giurisprudenza islamica

L’Assemblea degli Esperti è invece l’organo incaricato di nominare la Guida Suprema nel caso questa non emerga per via carismatica, e destituirla nel caso essa sia inabile ai doveri costituzionali o non risponda più ai requisiti richiesti. La scelta della Guida avviene infatti, secondo Costituzione, preferenzialmente per via carismatica: quando un teologo o un giurista risponde ai requisiti fissati ed è accettato e riconosciuto come suprema autorità teologica dalla maggioranza della popolazione, egli assurge al ruolo di Guida. Nel caso in cui il consenso non emerga spontaneamente, interviene l’Assemblea degli Esperti, la quale, secondo il principio islamico della shura, procede a una consultazione, al termine della quale il candidato cui sono riconosciute le maggiori capacità viene nominato Guida suprema. L’Assemblea degli Esperti è composta da ottantasei membri, tutti religiosi, ma eletti a suffragio universale ogni otto anni.

Poi ci sono le strutture sottoposte ad elezioni e dunque alla legittimazione popolare:

Il Presidente della Repubblica. Detentore del potere esecutivo, tranne nei casi che sono di responsabilità diretta della Guida suprema. Rappresenta la seconda carica ufficiale dello Stato, dopo la Guida suprema. Viene nominato tramite elezione popolare diretta con la maggioranza assoluta al primo turno, o con la maggioranza relativa al secondo turno. Il suo mandato dura quattro anni ed è rinnovabile una sola volta; puoè essere destituito con il voto di almeno due terzi dell’Assemblea consultiva.

L’Assemblea Consultiva Islamica, ovvero il Parlamento. Composto da 270 membri eletti a scrutinio segreto e a suffragio universale ogni quattro anni. Dopo l’elezione i membri devono prestare un giuramento di fedeltà alla Rivoluzione e alla Repubblica Islamica. L’Assemblea detiene il potere legislativo. Tale potere, tuttavia, in caso di questioni di estrema rilevanza nazionale, puoò essere esercitato direttamente dal popolo tramite referendum indetto dai due terzi dei membri dell’Assemblea

Appare evidente come la strutturazione costituzionale e democratica della Repubblica Islamica dell’Iran sia pesantemente ipotecata dal potere di orientamento e controllo degli apparati religiosi rispetto a quelli strettamente istituzionali. “Un carattere duale che si esplicita nella compresenza di due forme di legittimazione dell’autorità: una legittimazione di tipo popolare, che ricalca la tradizione costituzionale di inizio Novecento, e una legittimazione di tipo religioso, in ottemperanza alla teoria del governo islamico” sottolinea l’Ispi.

Soprattutto dopo la morte dell’ayatollah Komeini (1989) tutta la dialettica e lo scontro politico interno in Iran si è giocato continuamente nell’equilibrio o nel conflitto di questi poteri.

Ma le proteste di queste settimane di giovani e donne, alle quali si sono aggiunti più ampi settori popolari soprattutto nelle regioni non di origine farsi (Belucistan, zona curda etc.), non sembrano ascrivibili alle fazioni di questo scontro interno alla leadership; al contrario sembrano avere una radice e una dinamica autonoma sia sul piano politico (rivendicazione di fine delle restrizioni religiose e maggiori libertà), sia su quello sociale (emersione del disagio sociale dovuto ai tagli dei sussidi statali, a sacche di impoverimento), né si intravede ancora una leadership politica organizzata e coordinata.

Questo passaggio di qualità richiede degli approfondimenti, sia sul piano politico che nella composizione di classe dello scontro sociale in Iran.

Nello scontro tra conservatori e radicali, le proteste sono un variabile indipendente

Ha fatto scalpore in questi giorni la notizia dell’arresto nelle manifestazioni di piazza in Iran della nipote dell’ayatollah Khamenei, cioè della Guida Suprema della Repubblica Islamica. Meno clamore ha avuto la notizia dello sciopero dei lavoratori dell’acciaieria di Isfahan che chiedono aumenti salariali.

Ma il primo fatto potrebbe avere ripercussioni sugli equilibri del blocco di potere in Iran. Secondo l’analisi comune di alcuni think thank statunitensi che hanno accesso a informazioni dell’intelligence Usa (1): “La successione del leader supremo sta influenzando pesantemente il modo in cui l’establishment politico e di sicurezza iraniano risponde alle protesteMojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei e potenziale successore, ha riferito di aver tenuto diversi incontri privati ​​negli ultimi giorni, forse in parte per riaffermare la sua influenza all’interno del regime”.

In un incontro tra Mojtaba e Hossein Taeb si sarebbe discusso del ritorno dello stesso Taeb nell’apparato di sicurezza dopo che il leader supremo Ali Khamenei lo aveva destituito a giugno da capo dell’Organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione a giugno.

La lotta per determinare chi sostituirà Ali Khamenei potrebbe anche alimentare i disaccordi all’interno del regime sulla repressione delle proteste”, sostengono gli osservatori statunitensi.

Dunque le proteste popolari si sono sviluppate nel momento in cui è in gioco la nomina della nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica. L’Assemblea degli esperti è l’organo del regime costituzionalmente responsabile della selezione del prossimo leader supremo (come spiegato nella precedente puntata) e approverà almeno formalmente il successore di Khamenei.

Khamenei ha probabilmente comunicato le sue preferenze in privato alla sua cerchia ristretta, ma non può nominare direttamente il suo successore.

Le principali componenti politiche dello scenario iraniano

I partiti politici iraniani si dividono essenzialmente in tre grandi correnti, o fazioni: i conservatori pragmatici (o moderati) che sono quelli più benvisti in Occidente soprattutto per la visione liberista in economia; i conservatori tradizionalisti, anche loro forti sostenitori dell’economia privata e soprattutto basati sui bazaari (i commercianti) e poi ci sono i radicali che sostengono invece la centralità dello Stato anche nell’economia.

A livello sociale, la fazione radicale si distingue per l’insistenza su una stretta applicazione del codice morale islamico, al fine di evitare la “rilassatezza dei costumi” che potrebbe portare a una liberalizzazione della società e ad un rovesciamento del carattere islamico della Repubblica dell’Iran.

Le istanze radicali trovano maggiore seguito soprattutto tra le classi più disagiate, nelle aree rurali, tra gli studenti della legge islamica più fedeli alla linea khomeinista originaria, tra i funzionari pubblici e i pasdaran, soprattutto quelli inseriti in posti chiave del governo e dell’economia.

I radicali sono sostenitori di un’economia centralizzata dominata dallo Stato, al fine di ottenere la redistribuzione della ricchezza e la realizzazione di una “società di uguali“. Ma su questa rivendicata “centralità dello Stato in economia”, va inevitabilmente aperto il capitolo sul ruolo economico dei Pasdaran (le “Guardie della Rivoluzione”) che in questi decenni hanno costruito un vero e proprio impero economico fatto di imprese, banche, società, ecc.

In politica estera la fazione dei radicali è quella più intransigente contro le ingerenze imperialiste esterne, soprattutto quelle statunitensi e israeliane, mentre stanno attenuando l’ostilità verso i paesi islamici sunniti.

L’Iran da qualche tempo tende infatti a sottrarsi alle categorizzazioni settarie e al ruolo di portavoce dei soli musulmani sciiti. Teheran mira a farsi portavoce delle minoranze oppresse e vuole essere esempio per l’intera umma islamica, invitando alla ribellione nei confronti di governi ingiusti e oppressori. Inevitabile che questo abbia creato preoccupazioni nelle dinastie al potere, tensioni e scontri con i paesi arabo-islamici, in particolare quelli del Golfo.

I conservatori tradizionali differiscono dai radicali per quanto riguarda la politica economica. La fazione conservatrice è infatti favorevole all’iniziativa economica privata e più vicina alla classe dei bazaari, la vecchia classe mercantile, sulla base di quanto contenuto in alcuni insegnamenti islamici, che avallano la proprietà privata e il commercio.

Ma in politica estera i conservatori tradizionali sono meno oppositivi rispetto all’Occidente. Hanno sostanzialmente fatto proprio il principio del maslahat, ovvero applicare un certo grado di pragmatismo se e dove questo è necessario alla tutela della sopravvivenza dello Stato.

Un esempio è l’appello della Guida Suprema Khamenei (vero padrino politico dell’ex presidente Rouhani) a esercitare “flessibilità eroica” per accettare l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, anche se questo non avesse previsto l’eliminazione di tutte le sanzioni, come invece richiesto dall’Iran durante i negoziati.

L’ex presidente Rouhani, ritenuto un conservatore moderato, ha finito il suo mandato nel 2021. Con l’elezione del nuovo presidente Ebrahim Raisi c’è stato un aumento dell’influenza delle fazioni politiche più radicali e delle frange militari.

Hassan Rouhani, eletto già nel 2013, di orientamento conservatore pragmatico (così come era stato Rafsanjani), ha agito per ricucire i rapporti con l’Occidente e porre fine all’isolamento diplomatico ed economico del paese. La firma dell’accordo sul nucleare (JCPOA), nel 2015, ha rappresentato un successo in questo senso, contribuendo alla sua rielezione nel 2017.

Il successivo ritiro statunitense dall’accordo, la reimposizione delle sanzioni ed infine il terrorismo di stato Usa – che ha portato all’omicidio del generale iraniano Qasen Solemaini, il 3 gennaio 2020 – hanno però privato Rouhani del capitale politico accumulato in precedenza.

Inevitabile dunque che di fronte alla perdurante ostilità degli Usa, alle sanzioni, all’accodamento della Ue su questa linea, nella leadership abbiano ripreso vigore le posizioni più radicali, che trovano nella estesa e complessa rete dei Pasdaran un punto di appoggio decisivo sia nella politica interna che in quella estera.

Le manifestazioni di protesta in Iran

Dentro questo contesto politico – dal quale non è possibile prescindere per giungere poi a conclusioni irricevibili, tipo quelle che vorrebbero ridurre la guerra in Ucraina al solo schema “aggressore e aggredito” – vanno inquadrate le proteste sociali in Iran, che hanno assunto una loro piena legittimità come spinta per la trasformazione del paese.

Il problema sono le molte incognite. La naturale domanda di maggiori libertà civili come può influire positivamente nella struttura e nello scontro tra orientamenti diversi nel complicato blocco decisionale della Repubblica Islamica dell’Iran? E’ possibile coniugare la doverosa spinta al cambiamento interno con una tenuta, e non il crollo, della funzione oggettivamente “antimperialista” della stessa?

Le proteste delle donne, dei giovani e degli altri settori sociali si stanno manifestando come una variabile indipendente nella situazione iraniana. Una attenta conoscitrice del paese, come Paola Rivetti, scriveva in tempi recenti che: “Non stupisce che le recenti proteste siano diverse da quelle che abbiamo visto negli ultimi due/tre decenni: sono per lo più spontanee, acefale, caratterizzate dalla presenza di contrastanti richieste e desideri”.

Ma c’è un “di più” perché, secondo la Rivetti, nonostante la loro origine affondi nella lotta anti-governativa delle fazioni conservatrici, “esse sono velocemente sfuggite al controllo dei conservatori per diffondersi con velocità e attirare diverse soggettività, al di là delle organizzazioni dei lavoratori, e più in generale politiche, pre-esistenti”.

 

La composizione sociale e le motivazioni delle proteste

L’estensione e la tenuta delle manifestazioni di protesta in Iran, assegnano a questo ciclo di mobilitazioni caratteristiche diverse da quelle avvenute nelle fasi precedenti.

Paola Rivetti ci ricorda che i lavoratori e le lavoratici, gli operai e le operaie iraniane si sono mobilitati ripetutamente negli ultimi due decenni, “protestando vigorosamente contro le politiche economiche dei governi riformisti di Mohammad Khatami (1997-2005), conservatori di Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) e moderati/riformisti di Hassan Rouhani (2013-) ugualmente, contro datori di lavoro che non rispettano contratti e scadenze salariali e creando anche, in alcuni casi, organizzazioni sindacali più o meno formali che sono sopravvissute a repressione ed arresti”.

Occhio a chiamarli riformisti

Inoltre, nei decenni scorsi c’erano state ondate di manifestazione più direttamente politiche lette in Occidente come sostegno ai candidati o ai presidenti ritenuti “riformisti” ma, come abbiamo visto nelle puntate precedenti, questa categoria che i mass media occidentale piegano alle proprie categorie, appare del tutto fuorviante nello scontro politico in Iran.

Ad esempio l’obiettivo dell’ex presidente Rouhani sostituito nel 2021 dal più radicale Raisi, era quello di aprire e liberalizzare l’economia del paese, favorendo lo sviluppo del settore privato, abolendo i sussidi (eredità delle politiche sociali di Ahmadinejad rese possibili da anni di prezzi elevati del petrolio), spezzare i monopoli delle entità statali o incluse quelle di proprietà dei pasdaran.

E’ necessario sapere che il coinvolgimento dei pasdaran nell’economia iraniana, negli anni è andato aumentando, fino a conformare una gigantesca galassia di società controllate e che spaziano dal settore energetico a quello delle infrastrutture. Si stima che i pasdaran, tramite società proprie o affiliate, controllino circa un terzo dell’economia del paese.

Come già segnalato, i conservatori non radicali, sono infatti favorevoli all’iniziativa economica privata e più vicini invece alla classe dei bazaari, la vecchia classe mercantile, un settore che con le sanzioni ha cominciato a vedersi ridurre seriamente i propri introiti.

Le pesanti conseguenze economiche delle sanzioni occidentali, alle quali si sono aggiunte le conseguenze della pandemia da coronavirus nel 2020, hanno inceppato la marcia liberista di Rouhani, bloccando appunto le cosiddette “riforme economiche” in senso neoliberale e contribuendo ad aumentare la rabbia sociale, esplosa sotto forma di proteste nel periodo tra il novembre 2019 e il luglio 2020, ovvero durante la presidenza del “riformista” Rouhani.

In una intervista con Paola Rivetti, l’economista iraniano Mohammad Maljoo, che vive e lavora a Theheran,  ha parlato di come il mercato del lavoro iraniano, dalla fine degli anni Ottanta in poi, sia stato interessato da interventi governativi volti a ridimensionare il settore pubblico e trasformare radicalmente il mercato del lavoro.

L’introduzione di agenzie interinali aveva lo scopo di tramutare la massa di impiegati pubblici (che godevano di buone condizioni di lavoro) in lavoratori del settore privato.

Questo è avvenuto anche adottando misure di austerity che hanno, per esempio, costretto settori del pubblico impiego a diventare economicamente auto-sostenibili, ovvero a sopravvivere senza il trasferimento di fondi da parte del governo tramite legge finanziaria, provocando, tra le altre cose, privatizzazioni, blocchi delle assunzioni e riduzione del personale.

Le disuguaglianze sociali in Iran

Le tensioni sociali più forti si sono manifestate prima nei settori sociali più poveri che si sono visti privare dei sussidi statali aumentando le disuguaglianze interne, in particolare quelle tra le città (dove è più consistente la cosiddetta classe media) e le aree rurali e periferiche, incluse quelle “etniche” come le zone dove vivono i Baluci e i Curdi.

Agisce infatti una atavica differenza tra i popoli non farsi dell’Iran che vivono appunto nelle zone di confine: i Baluci con il Pakistan, i Curdi con l’Iraq, la Turchia e la Siria. Aree di confine dunque naturalmente più “porose” di quelle centrali o metropolitane e nelle quali le infiltrazioni di agenti esterni sono più semplici.

In pratica tutti gli elementi di disuguaglianza sociale e territoriale attutiti nella fase precedente da una maggiore presenza dello Stato nell’economia, hanno visto riaffacciarsi anche istanze di tipo etnico, mai sopite ma certo neanche dirompenti.

La classe media iraniana era cresciuta molto negli anni in cui la Repubblica Islamica, anche in cambio di una limitazione delle libertà politiche, aveva assicurato alla popolazione crescita economica e opportunità sociali. Un po’ come in Venezuela, una forte presenza dello Stato nell’economia e un’alta rendita petrolifera, avevano consentito significativi passi in avanti dell’Iran sul piano dello sviluppo interno.

La classe media iraniana aveva visto crescere il suo peso sociale a rappresentare quasi il 60% della popolazione. Ma, come rileva un rapporto dello statunitense Atlantic Council, da quando sono cominciate le sanzioni occidentali – e parliamo del 2011 – la classe media ha cominciato a regredire per almeno il 10% scendendo al 48,8% nel 2019. Al giorno d’oggi, prosegue l’Atlantic Council, può definirsi classe media in Iran solo il 35% della popolazione.

Oggi, in base ai dati forniti dal Ministero del Welfare dell’Iran, il 10% delle famiglie più ricche iraniane beneficia del 31% del reddito nazionale lordo, mentre il 10% delle famiglie più povere ne possiede solo il 2%.

Tra l’altro, va rilevato che l’economia iraniana registra un grado di diversificazione maggiore rispetto a quelle degli altri paesi produttori di petrolio del Medio Oriente.

Secondo una dettagliata analisi di Annalisa Pereghella (Ispi)  “La dipendenza dalla rendita petrolifera è elevata ma non è assoluta. Infatti, nonostante le sanzioni occidentali sulle esportazioni del petrolio iraniano abbiano provocato sofferenze economiche e sociali al paese, queste non avevano portato l’economia al collasso. Ma un paese che sopravvive non può certo prosperare né utilizzare al meglio il potenziale tecnologico e produttivo raggiunto”.

La nuova ondata di proteste in Iran

Se a queste contraddizioni sociali – alcune delle quali anche conseguenza della ingerenza e delle sanzioni di Usa e Ue – aggiungiamo anche la insopportabilità delle rigide regole pubbliche religiose, è inevitabile che prima o poi si innescasse il corto circuito che ha fatto esplodere l’ultima ondata di proteste che vedono convergere sia richieste politiche di maggiori libertà civili e fine dell’opprimente controllo religioso (soprattutto da parte della popolazione femminile),  sia richieste economiche su salari migliori e sussidi contro la povertà.

Secondo una analisi di Med Or (Fondazione Leonardo) appare “sicuramente prematuro, se non del tutto azzardato, affermare che siamo davanti a un movimento rivoluzionario”, così come sembra imprudente asserire che queste proteste possano innescare radicali cambiamenti politici all’interno della Repubblica Islamica.

Per l’analista di Med Or Giorgio Perletta mancano infatti alcuni elementi essenziali affinché questo possa verificarsi, come l’adesione massiccia e trasversale dei commercianti (i cosiddetti bazarì) e dei lavoratori, sempre più precari e inabili nel creare una mobilitazione comune. Mancano infine le defezioni all’interno delle forze armate (decisive per la riuscita di un processo rivoluzionario, ndr) così come manca un gruppo politico che possa canalizzare le varie richieste e farsi promotore di una transizione politica.

Le ingerenze straniere

Che sull’Iran agiscano pesantemente ingerenze esterne, in particolare da Stati Uniti, Israele e Francia, è fin troppo evidente. Ma proprio tenendo conto della strutturazione politica e sociale della Repubblica Islamica, ci sembra che in Iran, più che i sostenitori di un difficile regime change, siano all’opera gli agenti della strategia del caos.

Ma questo fattore, che ci rimanda all’indubbio ruolo internazionale e regionale dell’Iran di aperto contrasto alle ingerenze  di Usa e Israele nella regione, non può impedirci di vedere i movimenti sociali, le contraddizioni e le aspirazioni di cambiamento che agiscono dentro quella società, ricordandoci e ricordando a tutti che l’Iran non è affatto un paese arretrato e ad esso occorre guardare con il dovuto rispetto.

 

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