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Il governo del naufragio

I migranti raccolti in mare da due navi delle Ong – la Sea Watch e la Sea Eye – sono stati fatti sbarcare a Malta. Con venti giorni di ritardo, ma finalmente sono stati fatti scendere a terra.

La procedura è stata laboriosa anche a fine commedia, per “rispettare” le idiozie dette da ciascun governante coinvolto nella vicenda. Con il mare in tempesta, sono stati trasbordati dai due vascelli a bordo di navi militari maltesi, per “non creare  il precedente” di uno sbarco direttamente sullo scoglio in mezzo al Mediterraneo (246 chilometri quadrati, poco più di Roma, e 460.000 abitanti).

I naufraghi sono stati poi portati in un centro d’accoglienza, in attesa di essere redistribuiti – insieme ad altri 249 giunti a La Valletta qualche settimana prima – in otto paesi europei che hanno dato l’ok (ma solo dopo, “per non creare un precedente…”).

Come ha precisato il primo ministro maltese, Joseph Muscat, l’Unione Europea, in questa vicenda, non ci è voluta entrare, segnando il punto più basso della sua già vergognosa storia, che nulla ha a che vedere con la “solidarietà, i diritti umani, la pace” e altre belle parole scritte sull’acqua.

Tra le otto destinazioni c’è anche l’Italia, forse a sorpresa per chi crede alle balle dei leghisti; senza sorprese per chi capisce dove sia la vera sede del “potere politico” nel Vecchio Continente.

Si era capito già il giorno prima, quando il premier conto terzi – Giuseppe Conte – aveva garantito che se li sarebbe andati a prendere “anche in aereo”, visto che il Duce Salvini continuava a sbraitare che “mai e poi mai” avrebbe dato il permesso di “aprire i porti”.

Il mezzo di trasporto, è ovvio, non conta nulla. Conta il fatto: qualcuno di quei disperati – una decina, pare, affidati alla Chiesa Valdese per far finta che stiano “in un altro paese” – arriverà anche qui. E c’è qualcun altro che, in questa partita politica, ha perso la mano. Ed è Salvini.

In politica, può capitare molte volte di dire una sciocchezza. In quel caso, il consiglio classico è di ammetterla chiuderla lì. Per non fare figure peggiori e compromettersi la carriera o i rapporti. Se però, come nel caso di Salvini, quella sciocchezza – “non sbarcherà mai più nessuno” – è anche l’unica trincea in cui hai ridotto la tua propaganda, allora il rischio che quella sciocchezza si trasformi in un boomerang è quasi una certezza.

Conte e i Cinque Stelle, probabilmente per un calcolo politico disperato – non si era mai vista una maggioranza di governo in cui è la minoranza a dettare l’agenda, guadagnandoci in consensi – hanno bucato il palloncino fatto passare per un treno blindato inattaccabile.

Sui migranti Salvini ha costruito in poco tempo la sua personale fortuna. Sui migranti può perderla.

Si può naturalmente discutere a lungo se i Cinque Stelle lo abbiano fatto per mettere la sordina al loro primo “ok” al salvataggio di una banca (fotocopiando il “decreto Gentiloni” per Monte dei Paschi e banche venete); oppure se siano stati costretti dalle pressioni della Chiesa (che al Sud conta ancora parecchio) e del “terzo settore”; oppure ancora per metter fine alla resistibile ascesa del piccolo fuhrer lumbard…

In politica si valutano i fatti, in primo luogo. E il fatto è che Salvini  ha ricevuto uno stop sul suo terreno. Quello su cui si gioca – propagandisticamente – tutto.

La reazione a caldo fa pensare a vendette trasversali immediate, rimettendo in discussione pezzi di “contratto di governo” su cui c’è da sempre una differenza importante di “interpretazione”. Vedremo…

La crisi di questa stramba maggioranza è però di fatto aperta. Se Salvini e i leghisti “abbozzano”, cominciano a perdere vento nelle vele e quindi a sgonfiarsi nei sondaggi. Se danno seguito alle minacce, fanno saltare il governo prima di quando avevano preventivato (le elezioni europee, per passare all’incasso dei consensi promessi dai sondaggi). Se cercano il pareggio, fanno comunque la parte dei “palle mosce” (che per un “celodurista” è un disastro semantico).

I due comunicati opposti, emanati alla fine di una lunga serata di scontro a Palazzo Chigi, ne sono solo la conferma empirica.

Come si vede, qui non prendiamo affatto in considerazione le “questioni di principio” (i due contendenti hanno mostrato di non averne neanche uno). Né una pensosa analisi degli interessi sociali dietro le due formazioni della maggioranza (l’abbiamo accennata più volte…).

Sul piano programmatico, infatti, una volta approvata la “manovra” riscritta da Bruxelles, la direzione di marcia nella gestione della cosa pubblica è fissata. Si continuerà ad andare – movimenti sociali a parte, per ora ancora troppo deboli – dove decidono Bruxelles, Francoforte, “i mercati finanziari” e i gruppi multinazionali più forti.

Lì si affrontano i “problemi grossi” – come il declassamento dell’Unione Europea deciso da Trump, da “stato membro” a semplice “organizzazione internazionale” – senza farsi troppo distrarre dalla minutaglia cui sono abituati certi parvenu della politica e la massa distratta di chi dà loro retta (media mainstream compresi, ovviamente).

In ballo, in questo stagno maleodorante, c’è solo il futuro personale dei due mezzi leader che hanno fatto di questo governo la scialuppa per tentare di solcare i grandi mari.

Ci sembrano entrambi fortemente candidati al naufragio, tali e quali al predecessore, Matteo Renzi. E troveranno molti porti chiusi, anche loro…

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