Che nessuno parli più di “diritto internazionale”, “ordine basato sulle regole”, “valori della democrazia” contrapposti a quelli di altri sistemi politico-economici.
L’attacco Usa al Venezuela, culminato per ora nel rapimento del suo presidente eletto Nicolàs Maduro, è pura applicazione della forza militare per effettuare una rapina di risorse naturali: petrolio, terre rare, oro, ecc.
Se c’è una novità vera nell’amministrazione Trump, è la rinuncia a qualsiasi giustificazione “etica” per la propria aggressività. Può parlare di “sicurezza nazionale”, di “narcotraffico”, di “terrorismo”, ecc, ma sono tutte battute per intrattenere o intasare i media (miserevoli i vermi che nei talk show o sui giornali le ripetono senza neanche fingere di crederci).
Non appena la “narrazione” statunitense prova ad indicare il futuro prossimo dei paesi aggrediti, tutto si riduce immediatamente al business immediato.
Nell’annunciare che gli Usa “guideranno il Venezuela durante la transizione” (verso cosa non è specificato) ha posto una sola certezza: “Saremo fortemente coinvolti nella gestione del petrolio”.
Nessuna chiacchiera sulla volontà di “esportare la democrazia”, nessuna accusa di “dittatura” (ultima trincea dei vermi dei media mainstream). “Ci prendiamo il petrolio” (e altro che ci interessa….). E basta.
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Ma non è soltanto questo che balza agli occhi. Il sequestro o l’eliminazione fisica del capo di una formazione politica “sgradita” – a prescindere da qualsiasi connotazione statuale o para-statuale, “democratica” o meno – è una strategia politico-militare che fin qui era stata praticata soltanto da Israele. Poteva trattarsi di Hezbollah o Hamas, dei vertici iraniani o degli Houthi, o dell’Olp di Arafat in altra epoca.
Non a caso anche la vice-presidente Delcy Rodriguez, nel riunire d’urgenza l’Organismo di Sicurezza venezuelano, ha sottolineato una «sfumatura sionista» nell’attacco.
Che una superpotenza assuma gli stessi comportamenti di un piccolo Stato-terrorista, superando di slancio le storiche tecniche del “golpe militare” e/o delle “rivoluzioni colorate” (cavalcare proteste popolari più o meno “spintanee” per imporre un “cambio di regime”), è segno di un’involuzione, non di un “progresso”.
Del resto, nella realtà bolivariana, quelle tecniche erano entrambe impraticabili. L’esercito è stato qui il nerbo della Rivoluzione, anziché lo strumento a disposizione degli Usa, come in altri paesi latino-americani. E “l’opposizione politica” è così minoritaria – come ha riconosciuto stesso Trump scaricando in un attimo Corina Machado e le sue gang sgangherate – da non poter garantire neanche temporaneamente un “cambio di governo” rispondente agli interessi Usa.
Dunque non restava che il “politicidio”, ossia l’eliminazione fisica del vertice, nella speranza che ciò si traduca in smottamento interno della formazione (il Psuv) che di fatto guida il Paese. E’ un tecnica brutale e magari replicabile con le figure che sostituiscono i caduti o i sequestrati, per ottenere – se non un “governo amico”, vista l’inconsistenza sociale dei “collaborazionisti” – almeno una resistenza frammentata e fragile. L’orizzonte concreto possibile non è insomma uno “Stato fedele”, ma uno Stato fallito, come la Somalia, l’Iraq o la Libia. O Gaza senza la resistenza.
Territori allo sbando in cui il neocolonialismo occidentale punta a concentrarsi nella blindatura delle risorse estrattive e lascia che la società marcisca nel bisogno, nelle lotte di fazione, nel degrado e nel sottosviluppo. Nel genocidio lento…
Che questo “gioco” sia possibile nel caso del Venezuela non lo crediamo. Ma quel che conta, purtroppo, è che l’amministrazione Trump ci punta molto e farà di tutto per realizzarlo. Al movimento bolivariano e alla solidarietà internazionale il compito di far fallire il disegno.
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Ma anche questa “strategia” appare sinceramente priva di futuro per lo stesso imperialismo yankee. Promuovere il disordine mondiale, l’inesistenza di regole condivise e stabili tra potenze e Paesi indipendenti, una conflittualità generale basata sul “diritto del più forte” – ossia sulla guerra di tutti contro tutti, senza limiti ma al di sotto della soglia nucleare – è in contraddizione verticale con il business as usual.
C’è insomma un sottofondo di disperazione molto ben camuffato con l’esibizione di potenza muscolare. La quale garantisce a volte il raggiungimento di un obiettivo immediato, al prezzo però di moltiplicare i fronti, gli avversari, i nemici giurati, le incertezze di alleati trattati peraltro come pezze da piedi (gli europei su tutti).
In quel sottofondo si intravede sempre più chiaramente un dissesto di sistema, caratterizzato da un debito pubblico federale fuori controllo, aggravato da un debito privato ormai ingestibile, da un’inflazione mal trattenuta e pronta a correre (specie se la Fed abbasserà i tassi di interesse nella misura voluta da Trump) e soprattutto da una bolla finanziaria – concentrata nei settori tecnologici collegati all’Intelligenza Artificiale – di cui si ignora la data di esplosione, ma non la dimensione incombente.
Il tutto a fronte di una deindustrializzazione allo stadio terminale, che non potrà essere recuperata neanche con i maxi-investimenti da centinaia di miliardi imposti agli “alleati” (Unione Europa, Giappone, Corea del Sud), al tempo stesso troppo esigui e dai tempi di realizzazione troppo lunghi (non si ricostruisce rapidamente un sistema industriale in assenza di infrastrutture, competenze, università, ricerca dedicati a questo scopo).
Rapinare risorse naturali, soprattutto energetiche (oltre al Venezuela, Trump si è occupato di Nigeria, Iran, Siria, per ora), ripercorrendo le tecniche dell’”accumulazione originaria” appare una scorciatoia per mettere al riparo dai fallimenti annunciati sui tempi brevi. Non una “soluzione sistemica” di lungo periodo.
Dopo i dazi l’energia. Tutto e solo per l’”America di nuovo grande”. Un po’ troppo per un obiettivo così limitato, perché il mondo possa accettarlo in silenzio ancora a lungo. Anche perché, come abbiamo fatto notare spesso, quel “resto del mondo” non è più fatto di territori a disposizione ed economie di sussistenza, con Stati primordiali e semi-disarmati.
Soprattutto quando è dentro la superpotenza in crisi, ossia dentro gli Stati Uniti stessi, si va allargando la faglia tra chi ha troppo e chi precipita verso la povertà. Si avvertono gli scricchiolii fin da qui, e non basteranno l’Ice o la Guardia Nazionale a ricucire la coesione sociale indispensabile per supportare una postura “imperiale” ormai fuori tempo.
Con questo abbiamo a che fare, questa è la dimensione dei problemi che dobbiamo affrontare. O alziamo il livello della riflessione e della proposta politica, o si perde tempo, energie e ragione. Ci si vede in piazza, intanto.
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