Possiamo prenderla da qualsiasi angolo di questo Occidente in crisi: il modello neoliberista che si è imposto dagli anni ‘80 – Thatcher e Reagan, poi a valanga tutti gli altri – è arrivato al termine del suo ciclo vitale.
E’ comprensibile che la lettura dei dati macroeconomici sia troppo difficoltosa per quasi tutti, e quindi che la tendenza storica sia poco individuabile. Ma le modificazioni della rappresentanza politica – il sistema dei partiti, i risultati elettorali, ecc – dovrebbero essere molto più familiari e leggibili.
Gli ultimi dieci anni presentano ormai un disegno organico. Ovunque, sulle due coste dell’Atlantico, l’”opinione pubblica” si va radicalizzando sulle estreme mentre il “grande centro” si dissolve.
L’America di Trump ha reso questo processo un format. La crisi di egemonia sul resto del mondo si è tradotta in regressione sociale reale, un impoverimento generale sia delle classi subalterne che del “ceto medio”, conseguenza diretta di delocalizzazioni produttive ciclopiche alla ricerca del minimo salariale possibile combinato con infrastrutture logistiche di buon livello.
La reazione più immediata e semplice è stata ed è quella ben nota: riprendersi il posto di comando, ovvero recuperare quote di reddito imperiale ed eliminare “gli sprechi” fisicamente rappresentati dagli “stranieri” in casa. Rapinare il petrolio venezuelano, disporre liberamente di una Groenlandia solo formalmente “sovrana” e danese, deportare a forza migliaia di immigrati, ecc, sono facce della stessa medaglia, momenti dello stesso processo e dello stesso tentativo.
Ma gli interessi sociali sono più articolati di quanto le soluzioni reazionarie, immaginate per ripristinare senza più abbellimenti retorici un modello suprematista vacillante, possano coprire.
E così, insieme alla destra più estrema che va al potere, emerge un risposta diametralmente opposta – anche se per ora assai meno radicale – che vede nella correzione sostanziale del modello l’unica soluzione socialmente accettabile. Chiamare questa ambizione “socialismo” è forse eccessivo, ma resta un fatto che l’enciclopedia della politica offra solo questo termine come relativamente appropriato. Non ce ne sono altri. Poi, certo, ci si possono aggiungere aggettivi molto diversi…
Lo abbiamo detto spesso, ma giova tornarci sopra. Il problema non è quanto Mamdani e gli altri personaggi emergenti siano soggettivamente dei “veri socialisti” o disordinatori consapevoli del sistema. Il problema sono gli interessi sociali fin qui non rappresentati, negati, repressi, che chiedono soluzioni non previste dal modello neoliberale, e che trovano per ora questo tipo di rappresentanza.
Sta qui la radice del crollo dell’establishment politico sia negli Usa che in Europa.
Quello che viene chiamato così, infatti, è o era semplicemente la faccia politica del sistema di interessi dominanti (finanza, multinazionali, “mercati”, piattaforme, ecc), articolato quanto basta per dare l’impressione di un bipolarismo che all’atto del governare si è dimostrato perfettamente identico, tranne aspetti “estetici” o “civilistici”, ottimi per animare un talk show ma spesso lontanissimi dall’avere effetti pratici sulla vita dei popoli.
Ogni elezione ci ripropone la stessa lezione.
In quelle statunitensi di midterm – il 6 novembre – a meno di sorprese dell’ultim’ora (vecchie o nuove guerre scatenate appositamente), si dovrebbe vedere con molta più chiarezza una polarizzazione tra una destra “Maga” ora in crisi e l’avanzata “socialista” fatta di personaggi che hanno scalzato, nelle primarie, decine di vecchi arnesi dell’ala “democratica” dell’establishment.
In Germania, dove sembrava che solo la destra neonazista potesse monopolizzare il malessere sociale crescente in un modello mercantilista finito per suicidio, è invece emerso un sentiment opposto capace non solo di maledire – com’è giusto – il fascismo, ma di proporre un programma fatto di istanze sociali vitali (casa, trasporti, servizi, ecc). Anche a dispetto dei vertici nazionali di un partito – la Linke – ormai ad un passo dall’omologazione totale con l’establishment.
Ad aprile, in Francia, avremo una più robusta e socialmente articolata contrapposizione tra lepenisti malamente ripuliti e una sinistra autenticamente battagliera riunita intorno al vecchio leone Mélénchon.
E così in Spagna, quando si voterà, tra i franchisti di Vox e un insieme un po’ confuso che sarà probabilmente costretto a riunirsi intorno a Sanchez, al di là dei suoi ben pochi meriti.
Nella derelitta Italia questo processo di radicalizzazione premia per ora quasi soltanto la destra fascista (con una gara a chi lo è di più, tra “remigrazione” impossibile e “lotta al burka” che non c’è). Ma intanto i Cinque Stelle sembrano aver fiutato l’aria e, furbescamente, provano a mettere il cappello sulla strabordante maggioranza esistente contro la guerra, le armi e i soldi all’Ucraina, nonché contro il genocidio perpetrato da Israele.
Qui l’establishment – tutti quelli che condividono “l’agenda Draghi”, di fatto, dalla Meloni alla Schlein – sembra ancora molto consistente. Ma intanto si blinda con una legge elettorale mirante ad impedire nuovi ingressi nella politica parlamentare. Un divieto che si somma e spiega quelli contro il diritto a manifestare, scioperare, organizzarsi, pensare, parlare (vedi la legge sull’”antisemitismo”, con voto bipartisan).
Fiutano l’aria, sentono il bisogno di alternativa che ha animato le piazze nello scorso autunno e che minaccia di fare altrettanto quest’anno. Alzano i muri…
Ma non si può fermare a lungo un processo di dissoluzione che deriva dalla caduta dell’egemonia neoliberista sul resto del mondo. Ovunque si guardi, da queste parti, si avverte che il senso della fine di un’epoca pervade ogni azione e parola pubblica. L’orizzonte della guerra si avvicina, spaventa i più, appare una soluzione ai peggiori, ma schiaccia tutti e costringe a pensare in modo radicale. Senza sconti né illusioni.
Servirebbe una visione alta, capace di traguardare oltre il presente. Ma è impossibile chiederla a questa classe dirigente selezionata in base al criterio dell’individualismo predatorio e dell’obbedienza al “pensiero unico” neoliberale. Da qui non può uscire altro che il sogno impossibile di un ritorno al passato, variamente condito (con camicie nere o bianche o a pois).
Da qui non può arrivare neanche un’”alternativa riformista”, per assenza di cultura e presupposti.
Non ci saranno soluzioni vere senza un’alternativa all’altezza e nessuno ce la regalerà mentre stiamo a guardare. E’ finito anche il tempo dell’attesa di tempi migliori…
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Claudio Ursella
Abbiamo un dovere… proporre questa visione… immaginarla, andando anche oltrte noi stessi … dopo ogni fine c’è un inizio… Ma nella fine ci siano anche noi… dobbiamo prendere atto di questa fine… ed innaginare un oltre…