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I becchini della rappresentanza democratica

L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.

Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.

In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.

Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.

Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.

In decenni in cui i poteri decisionali sono stati affidati ai dividendi degli azionisti, oppure al “vincolo esterno” e al “pilota automatico” draghiano – dalla Ue alla Nato, insomma – le istituzioni elettive hanno via via perso ogni residuo significato, mentre le classi dirigenti venivano assumendo la postura da “amministratori delegati”, piuttosto che di legislatori o di decisòri politici.

Il visibile abbassamento di qualità e spessore di ministri, parlamentari, dirigenti pubblici o industriali etc. è diventato tanto evidente quanto sconcertante, in Italia come nel resto d’Europa.

E occorre dire che a questo funerale della “rappresentanza democratica”  hanno contribuito davvero tutti, sia la destra autoritaria che la sedicente “sinistra” decisionista. La prima concentrata nell’affermazione brutale degli interessi di classe dei propri settori sociali di riferimento (dai “prenditori” ai bottegai, o ai balneari), la seconda dall’obbedienza alle istituzioni euroatlantiche e all’idea che la modernizzazione di un paese vada sempre e comunque affidata alla borghesia casalinga.

Con la nuova legge elettorale non solo si incentiva e si ratifica l’inevitabile riduzione del corpo elettorale e della partecipazione popolare, ma si sancisce anche l’eliminazione perenne di qualsiasi opzione politica alternativa, agente nella società ma non riconducibile alle compatibilità di sistema. Potere al Popolo, ma non solo, è sicuramente una di queste.

Significativamente, questa liquidazione e disciplinamento della rappresentanza non sta avvenendo solo sul piano politico/parlamentare, ma anche su quello sindacale.

L’accordo che stanno raggiungendo Confindustria con Cgil Cisl Uil mira infatti a impedire che lavoratrici e lavoratori nei loro posti di lavoro possano rivendicare aumenti reali dei salari o darsi rappresentanze democratiche diverse da quelle collaborazioniste.

In una fase in cui l’attacco ai salari, alle condizioni di lavoro e allo stesso diritto di sciopero procede quotidianamente, i gestori della tregua sociale e della concertazione puntano anche ad evitare – in accordo tra loro – che nuove o altre organizzazioni sindacali diverse da quelle concertative possano emergere o, se lo hanno già fatto, come l’Usb, di diventare contrattualmente “competitive”.

La rappresentanza democratica viene così concretamente impedita sia sul piano politico che nei luoghi di lavoro.

Per le forze che puntano ad una alternativa politica e sociale per questo paese si pone dunque un problema di prima grandezza: come conquistarsi e affermare lo spazio politico e sociale della rappresentanza dentro un sistema ostile, truccato e strutturato per impedirla, sia negli organismi istituzionali e lavorativi, sia nella società attraverso i decreti sicurezza varati appositamente per reprimere il dissenso politico e le lotte sociali.

C’è indubbiamente il conflitto sociale e la capacità di adattarlo, adattandosi, alle nuove condizioni. Determinazione, organizzazione e duttilità diventano perciò decisivi, soprattutto in rapporto con le occasioni e le possibilità presentate dalla realtà in cui viviamo e agiamo.

Le contraddizioni politiche e sociali nel paese e nel mondo sono profonde, destinate ad acutizzarsi: dal rischio della guerra ai salari e alle pensioni, falcidiati dall’inflazione e dai prezzi dei carburanti, dall’infarto ecologico alla crisi dell’abitare, e qui l’elenco purtroppo potrebbe continuare all’infinito.

Il capitalismo come sistema dominante ha perso ormai ogni carattere progressivo e manifesta chiaramente il suo carattere distruttivo in ogni ambito sociale, incluse le innovazioni tecnologiche che pure ne erano state uno stimolo e il simbolo più efficace per dimostrarne la superiorità rispetto a qualsiasi altro.

In un contesto turbolento come quello che stiamo attraversando, lasciare senza rappresentanza consistenti settori della società potrebbe però rivelarsi come il macigno che ricade pesantemente sui piedi di chi lo ha sollevato, fuori e dentro il Parlamento. In forme, come sempre, inattese…

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