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I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa

Non era mai accaduto che nel giro di tredici giorni ci fossero tre scioperi generali in Europa e uno sciopero intercontinentale.

E’ quanto previsto per il 30 ottobre in Italia, il 5 novembre in Francia, l’11 novembre in Spagna. E per lo stesso 30 ottobre i sindacati dei portuali hanno convocato uno sciopero internazionale contro la guerra che sta coinvolgendo quattro continenti e decine di porti. E’ una prima volta che ha ed avrà effetti rilevanti. 

Per estensione, ci sarà il 20 novembre uno sciopero europeo degli studenti contro la leva militare e la militarizzazione.

Possiamo ben dire “bentornata lotta di classe”, e questa volta non c’è solo quella scatenata dall’alto, come rivendicava il miliardario Warren Buffet.

Le questioni poste dai movimenti sociali che riempiono le strade spagnole, francesi, italiane (ma anche quelle portoghesi, greche, austriache e, con qualche fatica in più, quelle tedesche), stanno tutte dentro una agenda politica e sociale che rivendica interessi materiali (dalla casa al salario, dal carovita all’istruzione) e priorità politiche determinanti come il no alla guerra, al riarmo e allo stato di polizia.

In sostanza è un rifiuto generalizzato delle disuguaglianze sociali diventate insopportabili e di una logica politica che vede nella guerra e nella soppressione degli spazi democratici la propria exit strategy dalla crisi di sistema del capitalismo occidentale.

Non deve sfuggire il fatto che in Europa le classi dirigenti stanno subendo da anni di una vorticosa perdita di credibilità ed egemonia sulle loro società.

In Spagna, Francia e Italia abbiamo rispettivamente un governo “di sinistra”, uno liberale e uno di destra con diverse modulazioni delle loro politiche interne ed internazionali. Eppure nessuno dei tre, per esempio, ha mai cercato di sottrarsi ai vincoli dell’Unione Europea o della Nato per tentare una strada diversa da quella tracciata e imposta nei decenni precedenti dalle classi dominanti.

La scelta di continuare sulla logica della competitività interna, dell’austerity, dei vincoli di bilancio, ha scavato ferite sociali profonde nelle società europee, aggravate dal fatto che oggi quelle stesse classi dirigenti scelgono di spendere miliardi in spese militari e per la guerra.

E a giustificare tutto questo non basta più evocare la natura “progressiva e democratica” dell’Europa, tanto più quando questa si manifesta invece come presunzione suprematista verso l’esterno e razzismo esplicito all’interno.

Questo cortocircuito tra esplosione delle disuguaglianze sociali e accentuazione del carattere reazionario e autoritario degli apparati decisionali, non poteva non provocare prima malessere, poi collera ed infine conflitti sociali.

Ma ha prodotto anche una narrazione diversa della realtà, soprattutto tra i giovani che stanno riempiendo tutte le piazze europee riconoscendosi e connettendosi sempre più spesso con le esigenze dei lavoratori. In pratica è cresciuta quella “contro-educazione” spontanea che ha tanto preoccupato il ministro Crosetto di fronte alle manifestazioni e agli scontri di Milano.

Fatta salva la dovuta dose di spontaneità, fisiologica nell’esplosione dei movimenti sociali, questa stagione del conflitto politico e sociale in Europa e in Italia è anche il risultato di anni di ricomposizione delle forze e di sperimentazione sul piano sindacale, sociale e politico.

Insomma, non è qualcosa che nasce da un semplice account su Instagram o Telegram.

I movimenti nascono spesso su episodi specifici e occasionali (una pensilina crollata, lo sfratto di un donna anziana, un atto di particolare brutalità degli apparati di polizia, etc), ma che riescono ad intercettare sentimenti comuni – dall’indignazione al malessere sociale – esistenti e agenti sottotraccia nella società, in attesa dell’occasione per manifestarsi in tutta la loro potenza.

Quando questa “oggettività” delle contraddizioni sociali incontra una soggettività adeguata si producono le rotture politiche e i cambiamenti che possono segnare la storia se non – in alcuni e purtroppo non numerosi casi – cambiarne il corso.

In tal senso, ci sono giorni che valgono anni. Questo può essere il 30 ottobre in Italia, ma anche i prossimi tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa.

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