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Il partito comunista di massa ha ancora senso ed efficacia?

La risposta a questa domanda presuppone che sia già data una connessione tra un partito e la classe, e che questa non sia particolarmente efficace. La situazione in cui ci troviamo oggi invece è un’altra: la classe e le organizzazioni politiche che vorrebbero interpretarne le istanze non sono collegate, quantomeno non organicamente. Di fronte a questa situazione, i vari modelli organizzativi perseguiti hanno costituito esclusivamente una sorta di “bene rifugio”, per i militanti e per settori sempre più esigui della classe, di fronte alla caduta del blocco sovietico e al trionfo dell’imperialismo transnazionale. In tal senso, tutte le organizzazioni si assomigliano se osservate alla luce della loro relativa inefficacia.

Occorre quindi innanzitutto ri-conoscere la classe, nelle sue forme materiali e coscienti, e poi ritrovare forme organizzative valide, a partire da quella che è la “funzione” del partito comunista – in una fase non rivoluzionaria – : creare coscienza, unire le lotte e le istanze, favorire riconoscimento e identificazione, adottare ogni battaglia di carattere avanzato, democratico, progressista, approfondire la teoria e vivificare la prassi. Ritornando al tema della domanda, un partito comunista di massa, oggi, si scontrerebbe con una serie di limiti: l’assenza della massa (non in senso materiale, ma come rappresentazione politica), la scarsa professionalizzazione dei quadri intermedi, una scarsa capacità di tenuta nel tempo. È quello che si è verificato, grosso modo, nel nostro paese.

Un’organizzazione che nascesse oggi dovrebbe, inoltre, confrontarsi col fatto che la società si è de-collettivizzata, tutti i corpi intermedi sono in fortissima crisi, “esistono solo gli individui”. Un’organizzazione che non si ponesse il problema di riconnettere ciò che è sconnesso e di far riconoscere il simile laddove si vede il diverso potrebbe solo essere un ennesimo feticcio, buono ad autoconservarsi. L’organizzazione che dobbiamo costruire dev’essere fortemente ancorata nei territori, riconoscibile da vicino, articolata in modo flessibile, dovrebbe consentire diversi livelli di adesione e militanza, essere capace di ricondurre le più diverse forme d’intervento pratico in un quadro teorico e progettuale chiaro nella direzione e negli obiettivi.

Le profonde modifiche della composizione di classe che conseguenze hanno prodotto nella società e nel blocco sociale antagonista?

Il dato da cui partire è quello della segmentazione della struttura produttiva che ha portato come conseguenza ad una frammentazione della classe, sia nelle sue condizioni materiali di riproduzione che nella sua capacità di rappresentarsi come tale, sul piano sociale e politico. Scomparsa o quasi la grande fabbrica, esternalizzati i servizi una volta interni, esternalizzata la produzione di semilavorati e finiti, la classe è stata nascosta dietro un velo. La proletarizzazione dei ceti medi, la crisi del welfare familiare, la sempre maggiore difficoltà con cui i figli della vecchia classe operaia o del vecchio ceto medio impiegatizio riescono a sopravvivere col salario differito dei genitori non producono automaticamente né un’unificazione delle condizioni materiali, né tantomeno la costruzione di un nuovo immaginario unificante. In tal senso incidono molto i limiti della soggettività politica, che da un lato è rimasta ancorata al passato e non è stata in grado di tradursi in parole ed atti nuovi, dall’altro ha abbracciato il presente come se la novità in sé fosse salvifica, buttando a mare categorie analitiche e interpretative ancora valide.

Il blocco sociale antagonista ha vissuto la propria crisi in vari modi: ignorandola, spingendo sull’acceleratore del sociale o su quello dell’identità politica, o pensando di cavalcare cinicamente l’onda delle trasformazioni sociali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, non tanto sul piano sindacale dove tante piccole lotte continuano ad inanellarsi, quanto sul piano politico: la morte del movimento pacifista ne è un esempio lampante. D’altro canto, la classe ricomposta, frammentata, repressa, controllata a vista, continua ad esprimere la sua urgenza antagonista, benché in modo scomposto; pensiamo all’opposizione alla riforma costituzionale o anche al voto al movimento 5 stelle, “classico” esempio di istanza antisistema canalizzata in un quadro di compatibilità.

Il quadro che ne viene fuori non è quello di una classe lavoratrice sopita, ma piuttosto destrutturata, dove gli spazi condivisi – politici, sociali, produttivi, urbani – tra dominanti e dominati diminuiscono ogni giorno di più. Si è interrotta l’esigenza borghese di costruire la società e fabbricarne l’immaginario; alla crisi dell’egemonia ideologica della classe dominante corrisponde un aumento della repressione: sul lavoro, sui territori, nei ghetti, nelle istituzioni. Il quadro che emerge è un quadro dove il conflitto è carsico, estemporaneo, disorganizzato, benché sempre presente, spesso radicale e vincente, almeno sul piano vertenziale. D’altro canto, lo sviluppo delle forze produttive continua a semplificare il conflitto, rendendo sempre più omogenee le classi antagoniste, dunque le condizioni oggettive per una ripresa di un forte ciclo di lotte ci sono. Sta all’organizzazione trovare le risposte.

Quale funzione e impegno dei comunisti nella rappresentanza politica?

Questa domanda per noi parla al presente, alla scelta inedita di lanciare un movimento politico nell’agone elettorale. Scelta fatta senza rispettare alcun criterio di opportunità, anzi facendo orgogliosamente tutto al contrario: in fretta, senza soldi, senza apparati, senza pacchetti di voti su cui contare. Il risultato, per quanto non entusiasmante, è stato superiore a quanto pronosticavano attenti osservatori, e in particolare, come è ricordato anche nel documento della Rete, è l’attivismo che ne è seguito l’elemento più positivo.

Questo ci permette di parlare dell’idea che noi ci siamo fatti del rapporto con la rappresentanza politico elettorale. Anche su questo piano ci scontriamo con degli atteggiamenti feticistici spacciati per fondati assunti ideologici. Nella crisi d’identità e di prospettive ci sono comunisti che hanno assunto l’astensionismo come dogma. Per noi la questione elettorale, invece, è puramente tattica, funzionale alla costruzione della rappresentanza politica, cioè dell’organizzazione dei comunisti, e di conseguenza si valuta per ragioni di utilità ed opportunità. In questa fase riteniamo che, a fronte di lotte vertenziali che non si unificano e in generale di un conflitto sociale che langue, l’occupazione di uno spazio politico è utile e necessaria. Non si tratta, ovviamente, di cercare una scorciatoia elettoralista (che non ha senso e ragione), ma di trovare uno spazio per far emergere discorsi e idee in cui molti si ritrovano, senza che questo ritrovarsi produca, né prima né dopo l’emersione elettorale, automaticamente dei processi conflittuali.

Ci troviamo in tal senso a vivere una situazione inedita in Europa, dal momento che cerchiamo di costruire un’organizzazione che possa rappresentare e unificare istanze scomposte di diversi settori di classe, senza che ci sia la spinta dal basso di un movimento di lotta e senza che ci sia un apparato, delle strutture, degli strumenti all’altezza del compito. Una sfida “impossibile”, dunque, quella della costruzione della rappresentanza politica, oggi, in Italia? No, tutt’altro, perché alla relativa latitanza delle lotte – vertenziali, conflittuali, non ricomposte, si affianca un’inesausta domanda politica, come ha dimostrato la mobilitazione per il referendum costituzionale. Una sfida difficile, certo, ma che finora ha dato risultati interessanti e positivi, andando ad intercettare un bisogno di organizzazione che non si è esaurito nel momento elettorale.

Quale movimento sindacale opponiamo al patto sociale neocorporativo?

La definizione attuale di neocorporativismo deve partire da un passaggio chiave degli ultimi anni: gli 80 euro di Renzi. Nessuna grande trattativa nel nostro paese, tranne quelle nel settore della logistica, aveva portato – anche se in forma di detrazione IRPEF – un aumento netto così significativo. L’ultimo rinnovo contrattuale nel Pubblico Impiego, con la miseria di 80 euro lordi a diminuire, dopo nove anni di blocco salariale, dimostra che quando parliamo di neocorporativismo parliamo essenzialmente della funzione esecutiva degli Stati che fagocita il ruolo dei corpi intermedi, in questo caso dei sindacati gialli, e ne annichilisce la funzione. Ciò non vuol dire che sia sparito il collaborazionismo delle sigle storiche del sindacalismo concertativo, ma la sua utilità per il capitale si è di gran lunga ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di un decisionismo politico in materia di lavoro che ricade in termini puramente repressivi nei contesti produttivi.

La prova di ciò è la ridotta, se non nulla, capacità mobilitativa dei sindacati gialli, il calo costante degli iscritti, la composizione dei tesserati che vede prevalere i pensionati, insomma siamo di fronte ad organismi in crisi certificata. La stessa crisi non la vivono i sindacati conflittuali e di base, che nonostante le difficoltà dovute alle limitazioni del diritto di sciopero e di rappresentanza crescono, si ramificano, si radicano. Gli ultimi rinnovi RSU ne sono una prova, un sindacato confederale e di base come l’USB in questa fase è destinato a crescere e strappare roccaforti alla triplice.

Non siamo però ancora nella fase dell’autosufficienza, ragion per cui è necessario, a nostro parere, interfacciarsi con quelle organizzazioni nuove e spurie che organizzano i lavoratori su base territoriale, nonché intercettare delegati combattivi a prescindere dalle sigle di appartenenza. La crisi dei sindacati gialli, infatti, non vuol dire ancora delegittimazione (sono ancora loro a firmare accordi come il recente Patto di fabbrica, nonché ad imporre modelli e limiti entro cui l’azione sindacale può esercitarsi), ma vuol dire già crisi del consenso intorno a determinate politiche e crisi del comando interno, che anche all’interno di sindacati come la CGIL è costretto a prendere sempre più spesso la forma pura e semplice della repressione del dibattito, della critica, del dissenso.

Quali conflitti, quali movimenti e quali organizzazioni sociali/sindacali sono più efficaci nella dimensione metropolitana?

Con questa domanda non possiamo che rispondere parlando della nostra esperienza. Non riteniamo che sia la più efficace, né tantomeno abbiamo la presunzione di affermare che sia più efficace di altre, magari per qualche assunto ideologico. Parleremo della nostra esperienza semplicemente perché ne conosciamo efficacia e limiti in un contesto metropolitano, e ne identifichiamo degli elementi che sono generalizzabili.

Riteniamo, come già detto all’inizio, che oggi l’organizzazione efficace è innanzitutto quella che riesce a fornire risposte immediate e concrete ai bisogni che la classe esprime. Non si tratta, semplicemente e rozzamente, di “fornire servizi”, o peggio ancora di supplire alle funzioni un tempo esercitate dallo Stato o dalle grandi organizzazioni di massa. Si tratta piuttosto di partire da bisogno immediati e concreti – un ambulatorio, un doposcuola, uno sportello legale, l’assistenza ai migranti o ai senza fissa dimora – e utilizzare questi elementi per costruire organizzazione, mobilitare forze nuove, coinvolgere chi si attiva nella rivendicazione vertenziale e politica di bisogni e diritti negati. Il lavoro sociale, dunque, alla base, ma solo se considerato come leva per la riattivazione politica, legame questo che noi tentiamo di costruire con l’esercizio di ciò che chiamiamo controllo popolare: partire dalla risposta diretta ai bisogni per organizzarne la rivendicazione politica.

Si sbaglierebbe, però, a ritenere che la domanda della classe, oggi, sia solo brutalmente materiale. Il nostro soggetto di riferimento pone domande complesse e diversificate, tra le quali non ci sono solo questioni materiali ma anche discorsi più ampi: un bisogno di senso, di orientamento, di immaginario, di analisi, visione e prospettive future; l’urgenza di andare al di là del breve periodo per sognare una società nuova; un bisogno di ricostruire legami e comunità, in forme non alienate e mercificate, in un contesto in cui ci vorrebbero tutte e tutti come monadi isolate, o al massimo in relazioni innocue e capitalisticamente produttive. In poche parole, c’è sì un’urgenza “sociale”, conseguenza dell’attacco materiale contro i dominati, ma c’è anche un grande bisogno di “politica” in senso lato, cioè dell’interessamento a ciò che è comune, e che non trova, non può trovare risposte nelle forme tradizionali delle nostre democrazie rappresentative, che ormai non funzionano nemmeno più come macchine del consenso.

Non a caso, i percorsi politici più interessanti, a sinistra e in Europa, negli ultimi anni, sono stati quelli che hanno coniugato la costruzione di una visione che fosse primaditutto non compatibilista, schiettamente radicale, globale, partigiana con la sollecitazione alla riattivazione della partecipazione diretta a partire da questioni immediate e concrete.

Queste ci sembrano, dunque, le linee guida che devono ispirare l’azione dei comunisti oggi: combattere contemporaneamente sul terreno materiale e sulla visione complessiva, per il semaforo e contro il razzismo di Stato, coniugando capacità d’intervento nel quotidiano e impegno nella costruzione di un’analisi, una linea, una visione a lungo termine. Intorno a queste linee stiamo organizzando il nostro lavoro e su questi temi ci mettiamo all’ascolto e al confronto con tutte le altre forze che oggi, nel nostro paese, hanno iniziato a porsi le stesse domande.

  • Intervento di Francesco Tirro, dell’Ex/Opg di Napoli, al Forum della Rete dei Comunisti, del 21 aprile scorso, “sulle forme dell’organizzazione dei comunisti nel XXI° Secolo”

 

Roma, 21 aprile, 2018

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