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Discutendo sul partito, Togliatti e dintorni

L’articolo di Luciano Vasapollo (LV), Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile (pubblicato su Contropiano), merita una discussione approfondita per i temi che solleva e per lo spessore politico e culturale del suo autore. Innanzitutto una notazione: l’articolo è chiaramente scritto per rispondere non tanto e non solo alla crisi della sinistra su scala globale, ma specificamente per cercare di capire come mai i regimi ‘socialisti’ di Cuba e del Venezuela, e quelli progressisti di altri paesi latino-americani siano stati sconfitti, o in profonda crisi; dunque sono chiari l’assillo politico-morale e le domande che nascono dall’angoscia di chi li ha fortemente sostenuti, come per anni ha fatto e continua a fare LV.

Tuttavia, occorre essere franchi e diretti perché le questioni poste travagliano da decenni la sinistra e la sua componente comunista in particolare. La scelta di LV è di cercare nelle esperienze del passato e nella storia politica di esponenti politici di primo piano la chiave per affrontare gli spinosi problemi dinnanzi anoi, e la chiave è individuata nella costruzione del partito di avanguardia, che deve essere in grado di coniugare teoria e pratica in modo da guidare il proletariato verso la sua emancipazione. E per motivare questa scelta si fa ricorso non solo a Lenin e a Gramsci, ma innanzitutto e soprattutto a Togliatti, il Togliatti del ‘partito nuovo’.

Prima di entrare nel merito di questa scelta, devo però prima porre in discussione l’affermazione per cui ‘Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista’.

Ora sostenere che nella Corea del Nord sia in corso una transizione socialista è ictu oculi un’affermazione completamente infondata; infatti, si aggettiva come socialista un regime dove regna un’autocrazia ereditaria e non certo il proletariato organizzato; in Vietnam e in Cina sono dominanti il modo di produzione capitalistico, essendo per altro paesi ben inseriti nelle catene mondiale del valore.

Cuba ha una storia a sé, perché un’economia dirigista con un preminente ruolo dell’esercito sta resistendo a un pluridecennale assedio dell’imperialismo USA, che ora è giunto a un blocco totale perfino dell’energia per distruggere le stesse basi materiali dell’esistenza del popolo cubano.

Molto probabilmente Luciano Vasapollo è indotto a ritenere i regimi di questi paesi di natura socialista perché governati da partiti comunisti, che detengono il potere politico e utilizzano forme di capitalismo di Stato per dettare le priorità dello sviluppo economico. Anche se io ritengo più plausibile un’interpretazione della società cinese come una formazione economica capitalistica con il potere politico concentrato nelle mani del partito comunista, e ritengo che la molla dell’evoluzione della società cinese siano le relazioni tra nomenclatura politica e imprenditori capitalisti.

La Cina non è un paese in transizione verso il socialismo, cioè verso la socializzazione dei mezzi di produzione e la democrazia socialista, dove cioè i cittadini esercitano il potere politico godendo dei diritti di libertà e di uguaglianza, e determinano cosa come e dove produrre. La Cina è un sistema economico capitalistico dove a determinare i rapporti sociali sono il contratto di lavoro salariato e i contratti relativi agli scambi mercantili, inserito nei mercati globali capitalistici, con un regime politico a partito unico, dove cioè il potere politico è esercitato dal Partito comunista, dove cioè il Partito si è fatto Stato.

Diffusa, poi, è la tesi secondo cui la Cina sia un sistema, economico sociale istituzionale, non-capitalistico, perché – questo è l’argomento centrale comune alle diverse versioni ‒ è lo Stato, cioè il Partito comunista, a guidare economia e istituzioni pubbliche, ma esse non danno conto né del lavoro salariato quale elemento essenziale del funzionamento delle imprese (pubbliche e private), né della diffusa presenza di imprese private ( sono la maggioranza), né del funzionamento delle imprese pubbliche secondo le regole del mercato capitalistico.

Certo, c’è poi chi, come Pino Arlacchi, sostiene che in Cina a detenere il potere sia ‘il Moderno Principe di Gramsci … un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la ‘volontà collettiva’ del popolo, tramite la gestione dei beni comuni’. Se per socialismo si vuole intendere il governo del Principe, sia pure moderno e sia pure comunista, che gestisce i beni comuni a beneficio del popolo, allora ci troveremmo di fronte ad un regime di dittatura benevole.

Il moderno principe ci introduce al cuore dell’argomentazione di LV: il partito, avanguardia del proletariato, l’indispensabile strumento per mediare tra teoria e prassi, capace di fare politica cioè di evitare gli scogli del riformismo e il vortice autodistruttivo del massimalismo. Naturalmente, i fari sono Lenin, Gramsci ma soprattutto Togliatti, il Togliatti del partito nuovo.

Intere biblioteche sono dedicate al tema, qui basta ricordare che il partito nuovo, il partito di massa – si badi che si distacca dal partito leninista dei ‘professionisti rivoluzionari’ – nasce dopo la svolta di Salerno, con cui Togliatti porta il PCI ad abbandonare le finalità rivoluzionarie e a porre quale meta la costruzione della ‘democrazia progressiva’, anche perché consapevole della divisione del mondo in zone di influenza, avviata nel 1943 con la Conferenza di Teheran e poi conclusasi con quella di Yalta nel 1945.

Arrivato in Italia, Togliatti impone, di fatto, la sospensione della questione istituzionale e l’accordo con Badoglio, del cui governo entra a far parte, e doma ‘il vento del Nord’, per instradare l’Italia verso ‘la democrazia progressiva’. In che consisteva la ‘democrazia progressiva’? Nel compromesso tra le classi, base di un sistema politico in cui il PCI potesse assumere ruoli di governo per portare avanti riforme economiche, che tenessero conto degli interessi della classe operaia, insomma un regime di compromesso sociale.

E qual era il modello istituzionale? Un sistema in cui il Parlamento fosse il centro politico, in quanto rappresentante del popolo sovrano, e le cui decisioni, essendo mandatario del popolo, fossero insindacabili. Insomma, il modello dello Stato legislativo monoclasse dell’Ottocento, dove allora a dirigere era solo la borghesia, mentre nel Secondo dopoguerra il Parlamento sarebbe divenuto l’espressione di uno Stato pluriclasse con una co-gestione del potere tra le grandi forze popolari, DC e PCI.

Berlinguer non inventò niente di nuovo con il ‘compromesso storico’. Come sappiamo la storia andò diversamente e il PCI subì, a causa della guerra fredda, la conventio ad excludendum, che lo tenne fuori dal governo per i decenni successivi, anche praticò una strategia di compromessi e conquistò il governo di centinaia di Comuni e, dopo il 1970, di intere regioni. Il problema, tuttavia, che anima l’articolo di LV è la ‘questione del potere’.

Ho richiamato non a caso lo Stato legislativo ottocentesco, caratterizzato dalla sovranità del parlamento perché la teoria dello Stato di Togliatti, la sua teoria del potere, è di natura prettamente conservatrice, molto più arretrata della ‘teoria borghese’ di Kelsen, che aveva intravisto nelle vicende istituzionali dopo la Prima guerra mondiale il possibile superamento della ‘sovranità’ degli Stati nazionali verso forme democratiche più partecipate, frutto del conflitto e compromessi fra le classi. Infatti, Togliatti e il PCI rimangono ancorati a una visione che fa della sovranità del parlamento il centro del potere politico, concepito come illimitato.

Secondo Togliatti il popolo ed esclusivamente il popolo, visto come fosse un soggetto reale e attivo, può decidere le norme senza che nessun altro soggetto possa limitarne la volontà, con la conseguenza che se esse sono state assunte nel rispetto delle procedure stabilite in Costituzione sono non solo valide ma anche giuste, perché il popolo mai lederebbe i suoi interessi e valori: il popolo, al pari di un individuo, non commetterebbe mai un’ingiustizia contro sé stesso.

Per questo la sovranità del popolo non può incontrare le remore o la bizzarria della Corte costituzionale, che dovrebbe sindacare le norme emanate dal popolo sovrano attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento. L’ostilità di Togliatti verso l’istituto della Corte costituzionale, architrave della nuova democrazia costituzionale, è dovuta innanzitutto alla concezione del parlamento quale espressione diretta della sovranità popolare, che dunque non tollera organi sovraordinati; in secondo luogo, alla sottovalutazione dei diritti universali delle persone, i quali fungono da limite alla sfera di competenza del legislatore, che per questo non è più sovrano.

A Togliatti sfuggì la novità della democrazia costituzionale: il superamento del sovrano, dato che a essere sovrana è la Costituzione, e le limitazioni del potere del legislatore, vincolato al rispetto dei diritti fondamentali costituzionalizzati.

Cadono qui appropriate le disposizioni dell’articolo 1 della nostra Costituzione, simili a quelle di molte altre Carte: ‘La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Fiumi di inchiostro sono stati versati per cogliere il significato di queste disposizioni, qui interessa mettere in evidenza che l’articolo 1, attribuendo in modo inequivocabile la sovranità al popolo e a nessun altro che al popolo, ha una valenza negativa: esclude che qualsiasi soggetto, singolo o collettivo, possa divenirne il titolare.

A Togliatti, al PCI e, temo, a molti militanti anche di estrema sinistra è rimasta tuttora estranea la ‘democrazia costituzionale’, che pone limiti formali e sostanziali al potere da chiunque esercitato, anche quello esercitato in nome del popolo. E anche Luciano Vasapollo esalta il ‘potere’, mentre la questione centrale non è il potere, bensì i suoi limiti, per evitare che degradi in forme autocratiche, arbitrarie, tiranniche.

Questa ‘dimenticanza’, chiamiamola così, ha consentito le degenerazioni staliniane e le sue giustificazioni, in quanto, si sosteneva che – e lo fa ancora Togliatti nel 1954 in polemica con Bobbio, e poi nel 1956 per legittimare l’intervento armato sovietico in Ungheria ‒ il potere è sempre un potere di una classe con lo scopo di instaurarne l’egemonia necessaria per soddisfarne bisogni e interessi. Non contano eguaglianza e libertà, contano gli interessi di classe. Per questo il movimento comunista e il PCI non hanno per decenni posto al centro della loro strategia la libertà delle persone, che per esercitarla devono essere poste nelle condizioni materiali di non-dipendenza, di autonomia economico-sociale.

Ancora oggi gli elementi centrali della ‘democrazia costituzionale’ stentano a penetrare nelle ideologie e nelle pratiche delle sinistre di alternativa, cioè la necessità dei limiti, formali e sostanziali, e della vanificazione dei micro- e macro- poteri – pubblici e privati – per garantire a tutti/e la fruizione dei diritti sociali, civili e politici in condizioni di libertà e di uguaglianza (di non-discriminazione). Non il potere, di chiunque esso sia, è il fine della rivoluzione, ma una società in cui i diritti delle persone, di ogni singola persona, siano garantiti e fruibili. Lelio Basso e Massimo Severo Giannini l’hanno scolpito nell’articolo 3 della nostra Costituzione, il quale è una moderna formulazione del socialismo.

L’ultima questione riguarda la vexata quaestio del rapporto tra teoria e prassi. ‘Senza teoria rivoluzionaria non c’è rivoluzione’, questa in sintesi è la concezione dominante nel movimento comunista, e oggi riproposta ancora da LV. Essa è una fallacia intellettualistica, e l’ha dimostrato E. P. Thompson in The Poverty of Theory (1980).

L’oggetto principale della critica di Thompson è la nozione di ‘classe’, di cui il partito dovrebbe interpretare gli interessi guidandola verso la sua liberazione.

Alle ‘classi’, scrive Thompson, si attribuiscono i connotati di un individuo, con volizione, scopi consapevoli e qualità morali, e per quanto riguarda specificamente il proletariato la sua identità la si presume ‘dormiente’, in attesa che il partito d’avanguardia la risvegli. Non si hanno distorsioni cognitive se questi attributi sono usati metaforicamente, ma, scrive Thompson, non si deve mai dimenticare che essi compongono una metafora volta a descrivere processi molto complessi che ‘accadono senza volizione o identità’ (p. 69). Tuttavia, nell’ideologia comunista, essi hanno fatto assumere alla ‘classe’ le sembianze di un soggetto unitario agente, così come nell’ideologia borghese lo Stato ha assunto i connotati della persona.

Thompson ha messo in luce che le classi non sono eserciti che marciano organizzati e compatti, capaci di manovre nei campi di battaglia – tenendo sempre presente che perfino gli eserciti vanno analizzati secondo le concrete e specifiche modalità con cui le sue componenti agiscono per rispondere ai piani di azione unitaria.

Questa visione dell’agire di collettività, compatte come ‘un sol uomo’, è espressione di una loro ipostatizzazione perché questi macrosoggetti non esistono nella storia. ‘Classe è una formazione sociale e culturale’, questa affermazione porta Thompson a sostenere che la ‘classe di per sé non è una cosa, essa è un accadere’ – class itself is not a thing, it is a happening.

Il messaggio culturale di Thompson è che il socialismo se sarà, sarà il portato di un progetto e di un agire di soggetti che si dovranno formare attraverso azioni coscienti, in condizioni ambientali storiche e naturali non da essi determinate – dovendo essere peraltro ben consapevoli che le condizioni ambientali, la natura, non sono assorbite nella storia umana, anzi è questa che continua a svolgersi entro di esse.

La costruzione storica della coscienza di classe è frutto dell’attività di milioni di persone, delle loro pratiche sociali e delle loro riflessioni su di esse; la coscienza non la si inculca dall’esterno, ma è il frutto di scelte, così come la ‘teoria’ rivoluzionaria è il prodotto dei movimenti di lotta, delle elaborazioni delle loro finalità e delle loro forme organizzative.

Per essere lapidari: la teoria è sempre ‘la nottola di Minerva’ (per dirla con Hegel), ed essa ha per compito di dar le ragioni a sostegno delle azioni di trasformazione delle relazioni sociali e – ricorrendo alle categorie kantiane ‒ di elevare le massime dell’agire individuale a leggi universali.

La democrazia rappresentativa nasce nella rivoluzione del 1789, la democrazia diretta nella Comune di Parigi, le istituzioni consiliari nelle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, i diritti universali con i ‘mai più’ maturati nella lotta contro il nazifascismo e sanciti delle Carte del Secondo dopoguerra: la teoria segue i fatti, prima vengono i movimenti poi i suoi teorici. Altrimenti si ritorna al Vangelo di Giovanni – In principio era il Logos ‒, a cui il Faust di Goethe contrappone In principio era l’azione.

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