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“Il cambiamento in Fiom c’è. Chi ama questo sindacato non taccia”

Poco più della metà del comitato centrale dell’organizzazione ha eletto una nuova segreteria, più ampia della precedente e preventivamente omogenea al segretario generale. Il diritto al dissenso è stato così equamente bilanciato dal diritto a cacciare chi dissente. Ma pare non sia successo niente. Una crisi nel gruppo dirigente di una bocciofila avrebbe suscitato più rumore. Il solo giornale che ha commentato , in anticipo e positivamente, la vicenda è stato il Sole 24 Ore. Poi silenzio, salvo una notiziola sul Manifesto che alterava la realtà. La realtà? Un lusso che non ci si può permettere di affermare ed approfondire.

Ecco allora che la vicenda della destituzione di Sergio Bellavita viene trasformata in un episodio increscioso di cui è meglio tacere. La politica non c’entra, sono altre le questioni, slealtà, ambizioni personali, forse peggio. Il fatto non sussiste.

In questi anni la Fiom è stata il simbolo e il riferimento di chi non si arrende. In Fiat ha detto no al ricatto di Marchionne e ha pagato assieme ai lavoratori un prezzo altissimo. Non ha scelto di salvare l’organizzazione anche quando i lavoratori perdevano tutto. Ha perso con loro non firmando e per questo è ancora viva.(…)

In un paese disabituato al rigore, quello della giustizia e della moralità non quello di Monti a favore delle banche, il no della Fiom ha coperto un vuoto politico enorme ed è diventato una cartina di tornasole della buona politica. Questo però ha avuto un doppio prezzo. La Fiom è diventata una specie di acquasantiera per una sinistra confusa e subalterna al moderatismo e al liberismo del centrosinistra, dell’antiberlusconismo di facciata, dei governi tecnici. E questo ha evitato un chiarimento di fondo, come avviene invece nel resto d’Europa. Per dirla più brutalmente, molti gruppi dirigenti a sinistra del Pd si sono nascosti dietro alla Fiom per continuare ad essere e a fare quello di prima. Così oggi c’è chi sta con la Fiom e contemporaneamente con chi sostiene Monti.

In secondo luogo la Fiom e il suo gruppo dirigente hanno ricevuto un ritorno di immagine che ha finito per supplire alle difficoltà dell’agire concreto. Così come negli anni della concertazione il sindacato confederale sembrava contare moltissimo mentre la condizione concreta dei lavoratori precipitava in basso, così il mito della Fiom si dilatava ben oltre la sua forza reale.

Naturalmente non c’è un male assoluto in questo. Se un gruppo dirigente usa un prestigio e un consenso superiori alla forza per far crescere nella libertà del confronto l’organizzazione che dirige, l’immagine viene usata bene. Se invece ci si presenta alle riunioni carichi di gloria solo per pretendere fedeltà qualunque scelta si faccia., questo non va bene, ma Landini e Airaudo si sono incamminati su questa seconda strada.

Sul piano delle politiche sindacali concrete non c’è dubbio che l’attuale maggioranza della Fiom abbia compiuto due significativi cambiamenti di rotta. Mentre i metalmeccanici e tutti i lavoratori accumulavano dissenso e sfiducia verso un sindacalismo confederale che lasciava passare senza vero contrasto tutte le peggiori controriforme di Monti, con la segreteria della Cgil è stata progressivamente attenuata la differenza e la lotta politica.

E soprattutto si è scelto di fare dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 lo strumento, la piattaforma, per superare la stagione degli accordi separati. Questa davvero non è piccola cosa.

Quell’accordo rafforza e restringe la gabbia concertativa che da venti anni soffoca la contrattazione, Il contratto nazionale si può rinnovare solo se vengono concesse ulteriori flessibilità su tutte le condizioni di lavoro, fino alle vere e proprie deroghe. Tutti gli accordi nazionali firmati dopo quell’intesa hanno comportato brutali peggioramenti delle condizioni di lavoro in cambio di risibili aumenti salariali. Ai lavoratori sarebbe convenuto mantenere i vecchi contratti senza finti miglioramenti, ma le aziende non avrebbero firmato, perchè sono esse che fanno le piattaforme e decidono se e quando accordarsi.

La Fiom ha deciso di rivendicare il 28 giugno per i pallidi e mai applicati accenni che in esso si fanno ad una misurazione della rappresentanza sindacale. Questo per non essere più discriminata in Fiat e in altri luoghi di lavoro. Ma a parte il fatto che si tratta di intenzioni rimaste sulla carta, è evidente che una sia pur pallida possibilità di renderle concrete è strettamente legata alle disponibilità sindacali sulla flessibilità del lavoro.

Alle difficoltà e alle contraddizioni dell’azione sindacale si è poi aggiunta una sempre più marcata iniziativa politica. Anche questa scelta non è destinata necessariamente a produrre risultati negativi. Se viene vissuta e discussa in tutta l’organizzazione, se è una maturazione del conflitto sociale senza esserne un vincolo, essa è una manifestazione di quel principio dell’indipendenza sindacale che la Fiom mise nel suo statuto, anche con polemiche, nel congresso del 2004.

Anche qui però si è progressivamente affermata una doppiezza negativa. Mentre nelle riunioni interne si negava che che ci fossero scelte politiche in corso, all’esterno si lasciava crescere il mito del partito Fiom. Fino ad una recente intervista di Airaudo che parla, confusamente, di partito del lavoro, candidature e altro ancora. Non son più dirigente da qualche mese, posso però dire che finchè lo sono stato non ho mai partecipato a discussioni interne su questo tema.

Il cambiamento di linea c”è stato dunque, ed è cosi riemerso un dilemma storico del movimento operaio. Devi dire la verità o devi difendere l’immagine dell’organizzazione? La verità o la rivoluzione? Gramsci diceva la verità è sempre rivoluzionaria, e la storia gli ha drammaticamente dato ragione.

Landini ed Airaudo avrebbero dovuto ammettere il cambiamento, spiegarne le ragioni e accettare le diverse valutazioni. Invece si è usato il prestigio per affermare che nulla era cambiato e che chi affermava il contrario era un nemico dell’organizzazione.

E’ vero, chi lotta in situazioni difficili come quelle degli operai oggi, ha bisogno anche di fede. Ma questo suo bisogno non può, non deve essere usato per comandare. Se due dei licenziati di Melfi dicono che in Fiom le cose non vanno come dovrebbero, c’è il dovere di discutere e capire. E non è giusto rispondere al dissenso degli operai della Same di Bergamo con il trasferimento di Eliana Como.

In questi anni la Fiom è stata diversa dal palazzo anche per la sua vita interna. Mentre nella Cgil si affermavano le logiche di apparato, il voto di fiducia come conclusione delle riunioni, la crisi della partecipazione, nella Fiom vigeva la più ampia libertà di discussione. Questo non era solo un portato della della storia dei metalmeccanici, ma il frutto del lavoro dei gruppi dirigenti degli ultimi 18 anni, da Claudio Sabattini in poi. Ci si divideva aspramente se necessario, ed è successo, ma non scattava la ghigliottina per i dissenzienti dopo. Questo dava forza e intelligenza alla Fiom e a tutti i metalmeccanici. Landini ed Airaudo hanno rotto con questo principio ed hanno così provocato un danno all’organizzazione che dirigono.

La lotta per la democrazia nella fabbrica e nella società richiede la pratica della democrazia nelle organizzazioni che quella lotta conducono. E la democrazia è prima di tutto che chi dissente non viene punito.

Chi ama la Fiom e la sua storia trovi il modo di dirlo e non taccia, magari perché tentato di usare il bel nome dei metalmeccanici per rendere più appetibili le proprie scelte politiche e elettorali.

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