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Fine agosto 1973: quaranta anni dopo l’esplosione del colera a Napoli

Negli ultimi giorni del mese di agosto del 1973 – quaranta anni fa – Napoli conobbe l’epidemia del colera. Alcune decine di morti, compresi quelli di Torre del Greco e di Pozzuoli, furono il costo umano più evidente di questa epidemia che colpì l’area metropolitana napoletana.

In questi giorni la stampa cittadina, ma anche la Rai, si stanno dilungando in una opera di narrazione postuma di quei fatti che colpirono la città.

Emerge da questi racconti una immagine di una città che, nei primi anni ’70, viene descritta come una conurbazione abitata, prevalentemente, da borghesi e lazzari in preda ad un degrado materiale enorme dove la causa scatenante dell’epidemia sarebbe stata la coltivazione abusiva dei mitili nelle acque inquinate del golfo e l’ostilità (Culturale? Antropologica?) della popolazione ad assumere comportamenti igienici adeguati ai tempi moderni.

Nulla di più falso!

Andando indietro con i ricordi ci vengono in mente le immagini di quel periodo: le distruzioni manu militare delle coltivazioni di cozze, le fila per vaccinarsi non si sa bene contro quale virus e la fobia ad accaparrarsi di limoni ritenuti, magicamente, risolutivi di qualsivoglia infezione.

Ma ricordiamo – anche – le corna scaramantiche del Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, in visita all’Ospedale Cotugno, dove si curavano le malattie infettive, il divieto blindato verso ogni manifestazione di piazza (con la banale scusante che comizi e cortei avrebbero potuto aiutare il diffondersi del vibrione colerico) e le prime discussioni, di parte capitalistica, circa la necessità di sventrare il centro antico/storico di Napoli per ridisegnare i nuovi assetti urbanistici e territoriali della metropoli partenopea adeguati alla nuova fase imperialista.

A 40 anni da quelle giornate possiamo affermare, anche in sede storica, che le cause scatenanti di quella epidemia sono completamente ascrivibili alla totale assenza di qualsivoglia servizio fognario e di trattamento delle acque degno di queste nome che servisse agli usi civili di una città che nei primi anni ’70 aveva oltre un milione e mezzo di abitanti.

Non è un caso che, proprio in quegli anni, il cinema coraggioso ed indipendente di Francesco Rosi – “Le mani sulla città” – documentava l’autentico stupro del territorio che un capitalismo affaristico e speculativo compiva ai danni della città calpestando qualsivoglia indice di abitabilità, di requisito igienico e di tutela ambientale.

E non è un caso che i servizi sociali e l’intero sistema delle infrastrutture metropolitane erano, sostanzialmente, quelli di derivazione borbonica, con i successivi correttivi del ventennio fascista, ma al saldo delle immani distruzioni causate dai bombardamenti anglo/americani della guerra.

E non è stato un caso che anche il possente ciclo di devastazione urbana laurina (dal nome di Achille Lauro il sindaco monarchico di Napoli) si sia concentrato esclusivamente sulla speculazione edilizia e la sua valorizzazione e non sulle opere pubbliche che rimasero ferme al palo.

L’epidemia di colera, quindi, non è stata una calamità naturale ma è stata la conseguenza materiale di una particolare tipologia dello sviluppo/sottosviluppo del modo di produzione capitalistico in un area che – in quegli anni in piena guerra fredda – era funzionale, sostanzialmente, alla vigenza della più grande base USA/NATO del Mediterraneo, all’assoggettamento politico di una considerevole quota di classe operaia concentrata in alcuni poli industriali e al comando/governo di un significativo segmento di composizione di classe che si riproduceva attraverso l’economia criminale, il sottobosco camorristico ed affaristico e l’economia illegale.

Infatti, come ricorda lo scrittore Goffredo Fofi in un intervista a “il Mattino” (24/8/2013) la città seppe reagire alle bugie di Stato ed ingaggiare una battaglia di civiltà in difesa delle condizioni di vita e di lavoro popolari e di denuncia dei dispositivi di dis/informazione deviante capitalistici.

Nei quartieri popolari, principalmente ad opera dei gruppi dell’allora sinistra rivoluzionaria (Lotta Continua in primis) si attivizzarono forme di cooperazione dal basso e di attivo protagonismo che hanno anticipato per tempo ciò che oggi la discussione a sinistra e nei movimenti di lotta interpreta come mutualismo.

Furono aperti ambulatori popolari autogestiti, centri di raccolta di medicine e disinfettanti, punti di ascolto e di orientamento politico e culturale che per settimane esercitarono, autorevolmente, in alcuni zone della città autentica egemonia verso le forme di amministrazione comunale e statuali che erano completamente saltate e svuotate da ogni funzione pubblica.

Certo – a scanso di equivoci postumi – non erano né Soviet e né organismi di contropotere ma, in ogni caso, questi comitati, rappresentarono punti di tenuta politici ed organizzativi incardinati ad un programma democratico e di solidarietà vera ed egualitaria nei confronti degli strati subalterni della popolazione.

Inoltre, e non fu un compito da poco, questo protagonismo popolare fu in grado di evitare, attraverso l’esercizio esplicito dell’antifascismo militante, che la città di Napoli diventasse, dopo Reggio Calabria, un’altra metropoli dove i fascisti avrebbero potuto testare le loro strategie eversive ed antisociali sfruttando l’esplodere violento di questo tipo di contraddizioni ambientali.

Ricordare quel fine Agosto napoletano del 1973 significa non solo difendere la memoria collettiva dall’incessante opera di opacizzazione che il capitale produce incessantemente sulla storia sociale ma, soprattutto, lanciare un esplicito allarme circa l’immanente situazione di catastrofe ambientale che incombe oggi sull’area metropolitana.

Dagli anni del colera ad oggi è andata avanti un incredibile processo di devastazione del territorio, delle acque, dei suoli e dell’area di una intera regione.

Un processo che, a detta di numerosi studiosi di fama internazionale, ha provocato negli abitanti che vivono nell’area tra Napoli e Caserta una modifica del sistema immunitario dove il Dna risulterebbe bucato dalle devastanti interferenze strutturali avvenute nelle forme di vita.

L’affaire/Monnezza di cui, nell’ultimo decennio si è tanto discusso, è solo un aspetto (neanche il più grave) di un colossale Biocidio che è in atto contro le nostre popolazioni.

Per restare all’attualità odierna basta leggere l’intervista al camorrista pentito, Carmine Schiamone, il quale, tra l’altro, indica la mole enorme di veleni e di rifiuti tossici interrati nell’area campana con l’aperta complicità di pezzi del sistema politico vigente, dell’ imprenditoria e del mondo delle istituzioni. (http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/casalesi_schiavone/notizie/318174.shtml).

Riandare, quindi, a scandagliare le angosce e le paure di quello scorcio di estate del 1973 non è un mero esercizio di memoria ma è un Appello alla mobilitazione ed alla lotta per l’oggi e per il domani perché, senza alcuna esagerazione ideologica, ricordare che il capitalismo è un sistema criminale e criminogeno è un inno alla vita ed alla possibile cooperazione sociale tra gli uomini e tra questi e la natura.

Un programma attuale e possibile che informa la nostra soggettività comunista organizzata!

 * Rete dei Comunisti – Napoli

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