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Astensionismo. Una scelta politica

Appare del tutto plausibile che, nell’occasione della prossima consultazione del 25 Maggio per l’elezione dei rappresentanti dell’Italia al Parlamento Europeo, l’astensionismo farà registrare un ulteriore aumento dopo le impennate degli ultimi anni.

In una sua analisi recentemente pubblicata da “Repubblica” Ilvo Diamanti ha considerato possibile che si scenda anche dalla percentuale del 66% fatta registrare nell’occasione delle elezioni europee del 2009: in sostanza, considerate anche le schede nulle e bianche, i voti validi si aggirerebbero all’incirca al 60% dell’intero corpo elettorale.

Un’astensione, in varie forme (non partecipazione al voto, scheda bianca, annullamento della scheda) che assommerebbe quasi al 40% dell’elettorato: più o meno 18 milioni di elettrici ed elettori.

Una disaffezione in crescita verticale, se si pensa che l’Italia è sempre stata all’avanguardia nella partecipazione al voto: tra il 1948 e il 1987 le elezioni politiche fecero registrare percentuali superiori al 90%, con un calo (molto contenuto, in verità rispetto alle percentuali odierne) nelle occasioni riguardanti il Parlamento Europeo.

Calo fisiologico considerato che il Parlamento Europeo non doveva esprimere (come del resto accade anche adesso) una soluzione di governo, nonostante l’introduzione della posticcia indicazione di un presunto candidato alla presidenza della Commissione.

Anche riferendoci a tempi più recenti, pensiamo alle politiche del 2006 e del 2008, la percentuale dei votanti aveva toccato all’incirca l’80% per poi calare, in analogo frangente riferito all’elezione di Camera e Senato al 70% nel 2013.

Sotto quest’aspetto va rifiutata la tesi semplicistica, sostenuta anche da autorevoli politologi dell’allineamento al “trend” delle grandi democrazie occidentali: quando si arriva al punto che il partito del “non voto” appare essere in grado di costituire  la maggioranza relativa significa che la democrazia attraverso un periodo di difficoltà vera.

Inoltre, nella realtà italiana di questi giorni, gli appelli al voto come quello pronunciato dal presidente della Repubblica Napolitano, appaiono soverchiati nella loro capacità d’impatto sull’opinione pubblica dal tristissimo spettacolo offerto dalle vicende giudiziarie di ex-ministri e parlamentari, dal riesplodere violento della corruzione pubblica con protagonisti – addirittura – quelli stessi dell’antica “Tangentopoli”, dall’evidente populismo senza sbocchi presentato dai principali soggetti agenti la vicenda politica italiana.

Tutti fattori che concorreranno a formare il terreno culturale favorevole alla crescita della disaffezione dalla politica e dal voto assieme al disfacimento del sistema dei partiti e alla conseguente assenza di rappresentatività politica per ampi e importanti settori dell’elettorato.

In queste condizioni appare singolare che le principali analisi sulle prospettive di voto apparse sui principali quotidiani non prendano in considerazione il fenomeno dell’astensionismo, limitandosi a registrare le percentuali delle liste in competizione, tralasciando le valutazioni, che pure sarebbero necessarie, sulla realtà sociale, economica, culturale di questo dilagante fenomeno.

Soprattutto, ed è questa la tesi che s’intende sostenere in quest’occasione, l’astensionismo deve essere considerato come una vera e propria “scelta politica” per milioni di elettrici ed elettori, e tale deve essere considerata senza che alcuno possa essere autorizzato ad annetterselo: come aveva tentato, invece, i radicali negli anni’80 e ’90 quando presentavano la lista e, contemporaneamente (e paradossalmente) invitavano alla crescita del “non voto” per cercare, nel dopo elezioni, di considerarne la crescita come un loro esclusivo successo.

In realtà l’analisi del “ non voto” ha cambiato, nel corso degli ultimi anni, di segno.

Nel “caso italiano” quest’analisi è da sviluppare collegandosi a quella della trasformazione del sistema dei partiti, con il passaggio dal partito di massa a quello “pigliatutti”, poi a quello “elettorale personale” se non, addirittura, al partito –azienda, fino ai casi più direttamente a un’esasperata personalizzazione della politica arrivata al punto di inserire il nome del leader nello stesso simbolo elettorale.

In questo modo è avvenuta una sorta di “scongelamento” nel rapporto diretto tra i partiti e le fratture sociali individuate, a suo tempo, da Lipset e Rokkan, con un indebolimento della fedeltà ai partiti e una crescita della cosiddetta “volatilità elettorale” al punto che, in questa modificazione di rapporto con la partecipazione elettorale, settori importanti di “elettorato razionale” portato a scegliere soltanto in relazione alla possibilità di massimizzazione dei propri desideri (non solo materiali, ma anche ideali e culturali) accusando così un vuoto di rappresentanza che ha condotto, alla fine, alla diserzione del voto.

I fattori in campo, dunque, nella costruzione di questo processo di crescita dell’astensionismo appaiono essere almeno tre:

1)      Quello derivante dall’analisi della vecchia scuola statunitense dell’astensione come sorta di volontà d’espressione di un mantenimento dello “status quo” (le cose vanno bene così, perché dovrei disturbarmi per andare a votare?);

2)      L’altro, di origine più recente e più propriamente europea, dell’espressione inversa a quella precedente di una protesta indiscriminata rivolta al “sistema”. Una protesta che oltrepassa, nell’insoddisfazione, il pur rutilante populismo imperante in tutta Europa e che trova sue significative espressioni in Italia, sia al governo, sia all’opposizione;

3)      L’ultimo fattore, derivante dallo specifico della situazione italiana, dell’assenza di rappresentatività politica sul piano complessivo da parte di soggetti tendenti a un’interpretazione complessiva dei fenomeni politici e sociali anche in forma ideale e di proposta di mediazione politica. Fattore determinante per quell’“elettorato razionale” che non trova più soggetti organizzati capaci di esprimere interesse generale e, di conseguenza, abbandona l’idea di sentirsi rappresentato da un sistema composto di elementi troppo distanti dalla propria visione della politica. E’ la sinistra, proprio per fornire una valutazione più ravvicinata del fenomeno, a soffrire maggiormente di questo fenomeno dovuto, in sostanza, a un’assenza di “identità” che – appunto – per i soggetti della “gauche” aveva rappresentato un elemento decisivo per l’appartenenza politica e del relativo voto.

Mancano all’appello insomma una buona quota di voto di appartenenza e anche una fetta importante del voto d’opinione.

In conseguenza: attenzione, nella serata del 25 Maggio, alle cifre (assolute) della partecipazione al voto. Sarà importante analizzarle, interpretarle e cercare di trarre da questa interpretazione delle precise conseguenze politiche.

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