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Tutta colpa dei banditi? Vent’anni di politiche di accoglienza, visti da Roma

L’intreccio tra cooperative, gestione dell’accoglienza e attori istituzionali emerso dalla recente inchiesta sulla cosiddetta “mafia capitale” non ha origine dalla semplice attitudine al malaffare dei protagonisti delle vicende oggi sotto gli occhi degli inquirenti. Per capire le origini di tale intreccio occorre liberarsi dalla retorica delle “mele marce” e interpretare le tappe principali che hanno portato nel giro di un ventennio un intero settore di interesse pubblico – quello dell’organizzazione dell’accoglienza per immigrati e richiedenti asilo – a configurarsi come un sistema in cui la mancanza di trasparenza e l’incapacità di restituire un servizio adeguato ai destinatari degli interventi non rappresentano un’eccezione ma una prassi consolidata.

Per risalire alle origini occorre allargare lo sguardo almeno a quattro percorsi paralleli, che mettono in gioco non solo il mondo dell’immigrazione e i cosiddetti “addetti ai lavori” ma anche le trasformazioni nel mondo della produzione, del welfare, delle politiche sociali e del lavoro.

Il primo percorso da esaminare è quello delle politiche migratorie; il secondo è quello delle privatizzazioni, che dai primi anni Novanta hanno ridisegnato la mappa delle competenze istituzionali in numerosi settori; il terzo è quello della etnicizzazione del sociale, che ha progressivamente contribuito a separare gli immigrati dal resto della società; il quarto è quello del “terzo settore” non solo come luogo in cui viene ricollocata la gestione del welfare ma anche come bacino di nascita e proliferazione di numerosissimi impieghi precari.

Politiche migratorie e privatizzazioni

L’intera legislazione migratoria varata in Italia a partire dalla metà degli anni Ottanta in coincidenza con gli arrivi sempre più frequenti di cittadini stranieri si è contraddistinta per la presenza di un doppio registro: interventismo diretto nell’ambito delle procedure di ingresso ed espulsione dal territorio nazionale da un lato; dall’altro lato indeterminatezza delle norme che vanno al di là della questione del semplice soggiorno e che riguardano casa, scuola, salute, condizioni di lavoro e che vengono spesso sintetizzate nella formula “politiche di integrazione”. La legge Foschi (1986), la legge Martelli (1990), la Turco-Napolitano (1998) la Bossi-Fini (2002) e i successivi interventi sono stati contraddistinti da questa doppia dimensione. L’apparato istituzionale deputato a prendere in carico le questioni legate all’immigrazione è stato monopolizzato dai soggetti responsabili dell’ordine pubblico: commissariati e questure in primis. Tutto ciò che esula dalla disciplina relativa ad arrivi, legittimità del soggiorno ed espulsioni è stato preso in carico in modo disordinato da una pluralità di soggetti, che spesso non comunicano tra loro: prefetture, amministrazioni locali, centri per l’impiego, aziende sanitarie locali, uffici scolastici regionali solo per citarne alcuni.

Parallelamente a questa evoluzione distorta, prendeva piede anche in Italia nei primi anni Novanta il processo di privatizzazione, che nell’ambito dei servizi sociali ha riguardato uno spettro molto ampio di settori e di competenze. Nel linguaggio scientifico e politico tale fenomeno ha assunto nomi diversi: esternalizzazione, sussidiarietà e simili. Nella città di Roma la gestione “in emergenza” dell’alloggio e dei servizi per immigrati e rifugiati ha una storia già lunga, e davvero lungo è l’elenco delle inchieste della magistratura che hanno alzato il velo sulle irregolarità che hanno coinvolto pezzi dello Stato e soggetti via via incaricati di risolvere le emergenze. Nel gennaio 1991, all’indomani dello sgombero della Pantanella, fabbrica occupata nel 1990, gli immigrati vennero sballottati tra paesi dell’hinterland, alberghi in disuso, campeggi e residence in un tira e molla tra enti locali, albergatori, padroni di campeggi che provocò per alcuni giorni improvvise marce indietro, ritorni a piedi sul raccordo anulare, caos e disordine a tutti i livelli. Una delle strutture scelte per sistemare gli sgomberati fu il campeggio Country Club di Castelfusano, di proprietà del principe Mario Chigi, residente nel castello di famiglia adiacente al camping. Dello stesso principe vennero chiesti gli arresti nel dicembre 1991, dopo che le indagini dei carabinieri avevano scoperto che il campeggio gonfiava sistematicamente il numero degli immigrati ospitati per moltiplicare i generosi rimborsi elargiti dal comune di Roma. Lo schema verrà ripetuto in seguito su scala sempre più estesa, coinvolgendo non solo l’accoglienza agli stranieri ma anche il disagio abitativo. Anziché organizzare una pianificazione di edilizia popolare, usando magari le diffuse proprietà dismesse dello stesso comune, le persone senza casa verranno ospitate nei famigerati residence, di proprietà privata e affittati a canoni altissimi dal comune. Questa pratica dilaga nel corso degli anni Novanta. È il trionfo dell’assistenzialismo più becero, che fa di tutto per non rendere indipendenti i soggetti cui vengono destinati gli interventi. Ma è anche un regalo che ricevono i palazzinari proprietari dei residence, che ricevono ogni anno circa quarantacinque milioni di euro.

L’ascesa del terzo settore

Ecco quindi che si compone il primo tassello del mosaico: politiche migratorie carenti si combinano con la progressiva deresponsabilizzazione delle istituzioni. Il soggetto che riempie gli spazi rimasti vuoti è il terzo settore. Teorizzato come l’alternativa virtuosa a Stato e Mercato, in breve tempo il nuovo protagonista si rivela per quello che è: un collettore di denaro capace di attingere sia dallo Stato che dal Mercato. Nel panorama di disoccupazione giovanile strutturale l’aumento del volume d’affari del terzo settore lascia intravedere qualche speranza. Lavorare in una cooperativa, in una associazione culturale, in una onlus diventa non un semplice tappabuchi per pagarsi gli studi ma una prospettiva concreta di impiego, in cui però arbitrarietà nelle mansioni, precarietà dei contratti, mancanza di formazione, salari bassissimi, competitività e ricattabilità determinano un livello generalmente inaccettabile delle condizioni di lavoro. Le infinite opportunità di precarizzazione del lavoro inaugurate dalle leggi italiane fin dal 1997 (pacchetto Treu) e proseguite fino all’attuale Jobs Act sono state sempre colte con grande tempestività dal terzo settore.

Nell’ambito del terzo settore, le strutture che hanno assunto in gestione i progetti relativi all’accoglienza di immigrati e rifugiati hanno beneficiato di un flusso di denaro considerevole. Conteggiando soltanto i fondi europei l’Italia ha ricevuto tra il 2007 e il 2013 478.754.919 Euro, secondo fonti della Commissione europea. Non tutti questi soldi naturalmente sono stati intercettati dalle organizzazioni del terzo settore, ma per capire l’estremo interesse con cui imprenditori piccoli e grandi hanno iniziato a considerare i fondi per l’immigrazione basta guardare agli anni in cui è arrivata questa pioggia di soldi: 2007-2013, proprio gli anni della crisi. La situazione romana in questo senso è particolarmente interessante. Guardando ai luoghi e alle modalità con cui negli ultimi cinque anni sono nati centri di accoglienza piccoli e grandi, lo schema che possiamo immaginare è il seguente. Il ministero dell’Interno si trova nella necessità di dover collocare persone da poco arrivate in Italia. La procedura di emergenza tipica di congiunture quali la cosiddetta “emergenza Nord Africa” prevede una notevole disponibilità di denaro e la necessità di organizzare l’accoglienza in fretta, in deroga alle più elementari norme di affidamento e verifica degli appalti e delle condizioni in cui viene organizzata l’accoglienza. Si fanno avanti – organizzando partnership con realtà già attive nel terzo settore o organizzandosi ex novo – proprietari di alberghi chiusi, grandi immobili sfitti, residenze di ampie dimensioni non attive che intravedono una ghiotta occasione per realizzare profitti, in una fase in cui la crisi ha colpito pesantemente. Gli immigrati arrivano e i finanziamenti fioccano, andando a rivitalizzare quel settore immobiliare che negli anni precedenti aveva potuto costruire alla rinfusa in zone lontane dal centro, in quartieri senza servizi e senza trasporti pubblici: i luoghi ideali dove sbattere i nuovi arrivati, lontanissimo dai riflettori, creando grandi insediamenti incapaci di garantire gli standard minimi di vivibilità agli ospiti, abbandonati a se stessi e alla buona volontà (se presente) degli operatori dei centri.

Etnicizzazione e vittimizzazione

Quelle degli ultimi anni non sono certo le prime operazioni di speculazione sugli immigrati. Nel passato avevamo scoperto che la Missione Arcobaleno, avviata nel 1999 per accogliere in Albania e in Italia i profughi dal Kosovo, era stata pesantemente influenzata da interessi criminali. Avevamo letto le inchieste sui Cpt e sui Cie, sugli abusi che si compiono in quei luoghi, sulle speculazioni al Regina Pacis in Puglia, al centro di Modena e in molti altri luoghi. I centri di accoglienza nelle loro varie forme però – se si escludono alcune importanti eccezioni – al contrario dei Cpt/Cie sono stati oggetto delle campagne dei movimenti antirazzisti in modo altalenante e l’attenzione su questi luoghi non è stata sempre continua. Il salto di qualità avvenuto a partire dall’”emergenza Nord Africa” segnala la presenza di un coacervo di interessi maggiore, ma tale salto di qualità non è corrisposto a un adeguato livello di analisi e di intervento nell’opinione pubblica più sensibile.

Se ci fermassimo tuttavia agli affari sporchi di cooperative, imprenditori e politici, ci mancherebbe ancora qualcosa. E questo qualcosa non riguarda soltanto i razzisti, gli “imprenditori della paura”, i professionisti dell’intolleranza che proliferano a destra come a sinistra. Ma riguarda lo slittamento progressivo che nel ventennio che stiamo considerando ha riguardato la percezione dell’immigrazione e coinvolge tutti coloro che hanno contribuito a plasmare la lettura dei fenomeni migratori nel nostro paese.

In questi anni si è compiuto anche in Italia quel passaggio alla “etnicizzazione del sociale” che in altri paesi europei – soprattutto in Francia – era iniziato con largo anticipo. I problemi sociali, i bisogni, i progetti, i conflitti di cui sono portatori gli immigrati stranieri sono scivolati via via in un ambito separato, chiuso ermeticamente da confini materiali e immateriali costruiti dalla retorica dell’etnicità e della presunta appartenenza culturale degli stranieri a un’alterità, che di fatto li separa tra di loro e separa loro dal resto del mondo. I pionieri di questo processo sono stati gli interventi istituzionali e scientifico-accademici nei confronti dei rom, ghettizzati dentro campi che sono serviti ad arricchire il terzo settore di cui sopra e a poco altro. Il coinvolgimento nella recente inchiesta di “mafia capitale” della responsabile dell’”ufficio rom, sinti e camminanti” del comune di Roma ci permette di calare concretamente nella realtà l’etnicizzazione in questione, che è andata avanti fino a determinare la nascita di un ufficio ad hoc dentro le istituzioni. Si è quindi riprodotta quella dimensione di eccezione permanente funzionale alla gestione in emergenza. Come nel caso del sistema dell’accoglienza cui abbiamo fatto riferimento, la presenza di un business criminale è soltanto un’aggravante in un sistema che sarebbe comunque criminale, innanzitutto perché incapace di assicurare dignità ai soggetti cui si rivolge.

L’etnicizzazione del sociale è diventata ancora più assurda negli anni della crisi. Apparentemente i bisogni materiali non hanno colore o razza, ma la propaganda diffusa in questi anni invece di palesare la fragilità delle differenze etniche e di evidenziare quelle più profonde, di classe, ha contribuito ad alzare ancora di più i muri. Per fortuna esistono numerose esperienze che dimostrano il contrario, pur tra mille difficoltà. I lavoratori della logistica sono stati protagonisti in tutta Italia di un ciclo di lotte che ha fatto venire allo scoperto un sistema di cooperative e di subappalti che non ha nulla da invidiare a quello di “mafia capitale”. Le lotte di questi lavoratori hanno ottenuto diritti e tutele altrimenti impensabili. Il fatto che una parte significativa di questi lavoratori fosse straniera o di origine straniera non è stato messo da loro stessi al centro delle mobilitazioni, che sono orientate a strappare alla controparte migliori condizioni di ingaggio e di lavoro per tutti, italiani o stranieri. Qualcosa di analogo succede nei movimenti di lotta per la casa, radicati a Roma e in alcune grandi città. Tra l’altro, queste esperienze contribuiscono a mettere in discussione anche un altro sguardo, altrettanto trasversalmente diffuso: quello che individua i migranti sempre e soltanto come vittime, incapaci di prendere in mano il proprio destino e anzi costretti a essere perennemente aiutati da qualcuno. Guardare ai movimenti migratori facendo ricorso soltanto alla religione, alla razza, all’etnicità, alle differenze culturali o nel più “progressista” dei casi alla loro vittimizzazione, è diventato sempre più di moda dopo l’11 settembre 2001. Oggi sappiamo ancora meglio che tale percezione oltre a essere funzionale alla separazione tra i soggetti sociali è anche un formidabile strumento di speculazione, non solo in termini simbolici.

http://napolimonitor.it/2014/12/15/28637/tutta-colpa-dei-banditi-ventanni-di-politiche-di-accoglienza-visti-da-roma.html

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