Menu

Il prodipardo, per un governo più gentil…oni

Alla convention bolognese di Insieme, Romano Prodi sconfessa di fatto il pugno duro renziano e rilancia l’idea di un centro-sinistra che sappia “guidare e non comandare” il paese.

“Abbiamo bisogno di una coalizione di centrosinistra forte e unita”, dice Prodi, “che ponga al centro valori di maggiore eguaglianza e maggiore Europa”.

Che la formula lacrime e sangue condita da falsi televisivi che cianciano di “uscita dalla crisi” non funzioni più, è ormai evidente. E un PD in caduta libera negli ultimi sondaggi, prima del loro stop per l’ingresso nel periodo elettorale, aveva bisogno di un guizzo.

Ecco allora la carta Prodi-Gentiloni, con il loro duetto sull’onda degli antichi fasti dell’Ulivo. Il primo, grande vecchio “in pensione”, che consacra il secondo: quel felpato democristiano che in questi mesi ha fatto il passacarte del giglio magico.

Solo che c’è un problema: com’è possibile mettere insieme i “valori di maggiore eguaglianza” con più Europa? Lo stesso Prodi è stato uno dei maggiori responsabili dell’architettura neoliberista dell’Unione Europea, e dell’avvento dell’Euro. Che non è una semplice moneta, ma un dispositivo economico che impone i cambi fissi e che quindi favorisce da una parte le economie forti come quella tedesca e, per contraltare, l’indebitamento dei paesi del sud Europa; e dall’altra, di conseguenza, una politica economica di riduzione salariale nonché delle garanzie sul lavoro, di precarietà come condizione dominante per i lavoratori e i privatizzazioni-svendite ai privati di pezzi dello stato sociale.

È un ossimoro economico e quindi politico che rende il discorso di Prodi falso e demagogico. Perché è chiaro che “più Europa significa” l’esatto contrario: meno eguaglianza, più concentrazione della ricchezza sociale nelle mani della grande speculazione, quindi di pochi, e più miseria sociale diffusa e allargata ai ceti medi. Grecizzazione del nostro paese.

In realtà oggi il vero problema è rappresentato dall’economia e dalla finanza – ordoliberale e neoliberista – che in Europa comanda sulla politica, qualsiasi classe politica: di centro-sinistra, di destra, pentastellata. E non è un caso che questa campagna elettorale sia dominata da temi-civetta come la sicurezza, i rimborsi dei 5Stelle e altre sciocchezze senza importanza; non, invece, da temi strutturali come la sovranità economica, che – con lo stupro della Costituzione nei suoi articoli 81, 97, 117 e 119: il pareggio di bilancio, la catena di comando che parte da Bruxelles e da Francoforte – è andata a farsi benedire sin dalla famosa lettera del 2011, di Trichet e Draghi, che mandava a casa l’ultimo governo ottenuto da elezioni democratiche: paradossalmente, quello Berlusconi.

Di cosa blatera allora Prodi quando dice che “non si comanda, ma si guida” il paese? Chi in ultima istanza ha le leve del comando? Un’ennesima e democristiana presa in giro.

Il tentativo di Prodi sarebbe goffo e maldestro se non scendessero in campo le corazzate dell’informazione, a tirare bordate prima dell’ultimo assalto post-elettorale verso un Gentiloni bis, che seppellisca pietosamente l’era renziana; ossia quella di un leader più impegnato a gestire il proprio potere personale, un po’ come Berlusconi, che a impostare una linea politica più aderente alle aspettative dei poteri forti della finanza internazionale. Un’operazione gattopardesca di piccolo cabotaggio, che non sposta nulla e che non ha più neppure – come vorrebbe avere – le suggestioni uliviste della prima ora.

Per chi ancora a sinistra ha i valori dell’uguaglianza di cui parla Prodi, e che Prodi usa strumentalmente per ben altri obiettivi, non resta che la strada più difficile, ma l’unica possibile: rompere definitivamente con la formula del centro-sinistra, dalle istituzioni centrali a quelle amministrative, formare una forza politica autonoma e avversa, un movimento popolare, conflittuale con chi oggi si spaccia di sinistra ma sostiene meglio di chiunque altro gli interessi della finanza e del grande capitale.

Si tratta di rompere con il PD e i suoi ambigui cespugli come LeU. Significa rompere con le politiche truffaldine di governi che non avevano la titolarità per governare, frutto di inciuci con pezzi di post-berlusconismo, e che senza questa titolarità hanno fatto leggi che hanno stravolto una parte importante della nostra carta costituzionale, hanno distrutto le regole del mondo del lavoro, hanno svenduto pezzi di stato sociale.

Ma questo è necessario soprattutto perché la rottura vera è con questa dittatura europea, falsamente europeista, perché di Europa dei popoli non c’è nulla. Solo banche, organismi centrali legati alla finanza e un Parlamento a Bruxelles svuotato di ogni funzione sovrana.

Potere al Popolo rappresenta la prima grande risposta popolare, il primo argine serio alla politica telecomandata dalla finanza e dalla Troika. È un’ipotesi politica di alternativa irriducibile alla macelleria sociale che da anni ci stanno imponendo.

Diamogli forza. Soprattutto dopo il 4 marzo. Perché dopo questa prima battaglia politica, la guerra sarà lunga e di certo non facile. Ed è giunta l’ora che sulla scena politica agisca una reale rappresentanza degli interessi popolari e di classe, con un programma di fatto rivoluzionario: rompere gli attuali equilibri e rapporti di forza, incominciare a farlo dai paesi del sud Europa significa tornare a parlare di socialismo nel vecchio continente.

VOTA #poterealpopolo

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *