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Appalti “liberi” e rarefazione della responsabilità

Il mondo del lavoro è scosso da persistenti sollecitazioni che hanno finito per degradarne la sua qualità facendola sprofondare ai minimi storici. Siamo oggi spettatori di una triste realtà: il lavoro in Italia gode di pessima salute.

Complice una politica liberale – meglio dire liberista – che nell’ultimo trentennio ha costantemente e volontariamente attentato e scalfito le sue fondamenta garantiste edificate in anni di dure lotte.

La Riforma Fornero prima e il Jobs Act dopo hanno rivoluzionato – in senso peggiorativo – il mondo del lavoro nel nostro Paese. Con l’ossessione della ricerca di una mobilità ed elasticità del lavoro, di cui godrebbero i sistemi economici di altri Paesi e che ci si ostina ad invidiare, i legislatori nostrani hanno profondamente intaccato la nostra regolamentazione.

La flessibilità e l’elasticità daranno un grande impulso all’occupazione”, così qualcuno blaterava mentre prendeva a picconate le ultime tutele rimaste frutto di scontri, bastonate, sangue e arresti di chi in quella rivoluzione ci aveva creduto davvero.

Qualcun altro(a), ancor prima, ci ha raccontato – tra lacrime e singhiozzi – che indebolire le garanzie della’Art.18 fosse l’unica via per superare il complicato momento di crisi. Altri, ancora, oggi, continuano a chiedere ulteriori forme di flessibilità ed elasticità, soprattutto, in “uscita” dal mondo del lavoro e non certamente in entrata.

Dobbiamo renderci conto che il mondo del lavoro e le sue regole si trovano a subire un’immane pressione esercitata dal capitale. E questo non per richiamare storiche teorie sulla lotta tra denaro e lavoro, ma per constatare un dato oggettivo: Il sistema capitalistico è avido.

Questo sistema non è disposto ad accontentarsi semplicemente della compressione dei salari, della riduzione delle garanzie, dell’esercizio della flessibilità, della nascita e la proliferazione dei contratti atipici, della sperimentazione delle cooperative sociali (e socialmente non utili ai soci), delle deroghe e delle esenzioni. No, serve qualcos’altro. Vuole prendere le distanze dalla responsabilità o, quantomeno, limitarla.

Quale responsabilità? La responsabilità dei pagamenti, la responsabilità dal rispetto della contrattazione collettiva, la responsabilità sugli orari di lavoro. La responsabilità sull’esecuzione del rapporto di lavoro.

È per questo motivo che oggi milioni di lavoratori si ritrovano a fare i conti con una precarietà diffusa. L’appalto è sinonimo di provvisorietà.

Appaltare è diventato l’equivalente di deresponsabilizzare.

Se la volontà di derogare alle proprie responsabilità è comprensibile (poco) da parte di un soggetto privato, che punta al solo profitto e storicamente è meno interessato al benessere e alla tutela del proprio dipendente, ad eguale conclusione non si può pervenire quando il soggetto in questione è pubblico.

Questo, però, è lo spettacolo inglorioso a cui ci hanno abituato le stazioni appaltanti.
La Pubblica Amministrazione opera come un imprenditore privato, si immedesima nelle stesse logiche e nelle stesse dinamiche di quest’ultimo. Direttori di struttura e responsabili di dipartimenti che attuano strategie imprenditoriali volte al risparmio, troppo spesso ottenuto sulla pelle dei Lavoratori.

I soldi, però, in questo caso, sono dei contribuenti. I capitali sono comuni e non dovrebbero essere impiegati in attività che contravvengono alla pubblica utilità o, in molti casi, in palese violazione delle norme contrattuali e di legge.

Non può un contratto d’appalto attenuare le responsabilità dell’appaltante. Non può la P.A. disinteressarsi della sorte dei lavoratori che prestano la propria opera alle proprie (in)dirette dipendenze. Gli Enti Pubblici non possono permettersi di ignorare che l’impresa aggiudicataria del servizio non retribuisca correttamente i lavoratori o che violi sistematicamente le norme contrattuali, di legge e, finanche, quelle in materia di salute e sicurezza.

Il sistema in cui un soggetto pubblico ignora volontariamente o involontariamente lo stato di salute dell’appalto prendendone le distanze e rimbalzando la responsabilità sull’impresa appaltatrice rappresenta il fallimento della funzione pubblica: viene meno la tutela del cittadino e, quindi, del lavoratore che svolge la propria prestazione in favore del Pubblico.

Sono concetti semplici, ma non per questo ovvi, almeno nel nostro bel Paese.

Domandiamolo ai Lavoratori della vigilanza privata in appalto presso le strutture ASL delle regioni italiane che, in diversi casi, subiscono la violazione reiterata dei limiti sull’orario di lavoro. Questi operatori si trovano a svolgere turnazioni di anche 16 ore sotto gli occhi non attenti della committenza.

Chiediamolo ai Lavoratori che prestano lo stesso servizio negli Uffici Giudiziari e che lamentano il mancato accantonamento del TFR o che lavorano senza aver ricevuto le dotazioni essenziali.

Confrontiamoci con le Lavoratrici del settore delle pulizie presso gli Enti Pubblici che non ricevono il pagamento degli straordinari, spesso assunte fittiziamente con la qualifica di socio di cooperativa per poter subire deroghe e decurtazioni del proprio salario nel nome di una mutualità.

Oppure, discutiamone con il personale sanitario somministrato presso le strutture ospedaliere pubbliche che vivono in un perenne stato di precarietà con una Pubblica Amministrazione che utilizza – e spesso abusa – del medesimo personale in forza di contratti di “somministrazione” senza ricorrere ai concorsi pubblici per integrare la carenza del proprio personale.

Cosa dire dell’ulteriore trovata della formula della “concessione” che, a differenza del semplice appalto, esonera la stazione appaltante da qualsivoglia responsabilità nei confronti dei Lavoratori.

Dobbiamo giungere all’amara conclusione che il sistema del lavoro, degli appalti, dei subappalti, della somministrazione, delle concessioni e delle cooperative è il frutto di anni di pressione e di prevaricazione del sistema capitalistico sui diritti dei lavoratori.

Il capitale, però, non ha fatto tutto da solo. Non è stato l’unico giocatore al tavolo. È stato supportato da una politica e da governi che, nel susseguirsi, hanno dato manforte a queste riforme.

Il Capitale è stato sostenuto – o non contrastato – anche da tutti quei soggetti Sindacali che hanno rinnegato la propria natura e funzione trasformandosi in osservatori silenti di questa mutazione.

È troppo tardi per porre un argine a questa deriva? È ancora possibile esercitare una spinta uguale e contraria a quella subita?

Le piazze dimostrano che si può.

Le migliaia di Lavoratori e Lavoratrici che rispondono in massa al richiamo dell’associazionismo dei movimenti e dei sindacati di base lascia intendere che c’è una solida consapevolezza ed esiste la piena volontà di opporsi a questo stato drammatico che vede il lavoro diventare sempre più uno strumento di sfruttamento e sempre meno di realizzazione.

Bisogna tornare alla centralità della funzione pubblica che sia garante dei diritti e che non si accodi alle logiche del mercato. Serve un ritorno alla internalizzazione dei servizi nella Pubblica Amministrazione che limiti il ricorso agli appalti che, negli anni, si sono tradotti in sistemi al massimo ribasso con un unico soggetto a farne le spese: il Lavoratore.

Siamo all’indomani della caduta di un Governo pilotato da un banchiere che ha cercato di guidare il Paese con riforme distanti dalle esigenze della classe Lavoratrice, dimostrando l’inadeguatezza del proprio progetto capitalista.

Siamo anche di fronte alla gestazione di un nuovo movimento di classe che muove da un sentimento di rivolta e reazione ad anni di attacchi, di privazioni e di deregolamentazione che hanno assottigliato tutele e garanzie. Siamo dinanzi alla ripresa del conflitto sociale, quello che è stato assopito da trent’anni di non-conflittualità operata dai sindacati confindustriali.

Il conflitto, quello che mira alla conquista dei diritti erosi e ad ottenere migliori condizioni di lavoro con salari più equi, è l’unico strumento per invertire la tendenza liberista. I Lavoratori ne sono ormai consapevoli.

 * Unione Sindacale di Base

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2 Commenti


  • G.De Liso

    La rivoluzione non è nel nostro dna siamo lavoratori assoggettati da un sistema oramai conclamato e putrido che col passare del tempo ci ha assoggettati facendoci perdere la dignità di combattere per il diritto che man mano ci è stato tolto da chi ci dove tutelare , sindacalisti al soldo del potere …


    • Redazione Roma

      Non chiediamo anche quello della ragione…ma almeno l’ottimismo della volontà, almeno quello

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