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Il 25 Aprile di quest’anno a Milano. Cronaca di una vittoria

La giornata del 25 aprile 2024 di Milano è una di quelle che verrà ricordata. Da anni – meglio sarebbe dire: da decenni – non si assisteva a una così compatta determinazione nel prendersi la piazza e contestare chi tentava, per l’ennesima volta, di usurparne i contenuti.

Forse bisogna risalire all’ottobre del 1992, quando un sanguinante D’Antoni (l’allora segretario generale della CISL) incontrò sul palco i bulloni dei manifestanti incazzati per la manovra da 93.000 miliardi del governo Amato che colpiva ancora una volta i ceti popolari, col beneplacito dei sindacati confederali. Come accaduto ieri, anche allora nulla poté il servizio d’ordine della CGIL contro la determinazione dei lavoratori.

Il 25 aprile di quest’anno è stato preceduto da un lungo confronto tra le varie anime del movimento e dei gruppi politici anticapitalisti. Al centro la questione palestinese, la resistenza al sionismo e all’imperialismo euro-atlantico. Sin da subito è apparso chiaro che quest’anno non sarebbe stato tollerato alcun riferimento alla Resistenza partigiana che non si fosse saldamente legato a ciò che accade oggi in Palestina. Nella stessa piazza non sarebbero stati accettati coloro che da un lato si richiamano alla Resistenza e dall’altro avvallano i massacri di civili, i bombardamenti di scuole e ospedali, i raid aerei sui campi profughi, le fosse comuni e le torture. Di più: nelle istanze dei compagni veniva rivendicata non solo l’esigenza di una cessazione dei massacri ma anche e soprattutto la legittimità della resistenza palestinese. Un’equazione, dunque, che poneva sullo stesso piano la nostra storia di lotta al nazi-fascismo a quella di un popolo che resiste contro il sionismo e l’imperialismo americano. Un salto di qualità forte ed evidente.

Tantomeno, sarebbe stato accettato che in Piazza del Duomo sfilassero sionisti, nazisti ucraini e sostenitori della NATO con i loro vessilli.

Non si trattava semplicemente di contestarli, ma di impedirgli l’agibilità della piazza. Un obiettivo ambizioso, forte, pieno di insidie, eppure necessario e legittimo

Il dibattito che ha preceduto il 25 aprile non è stato esente da distinzioni. Se sulle prime sembrava prevalere l’idea di accodarsi al corteo ufficiale, accettando la posizione dei gruppi palestinesi, la presa di posizione dell’ANPI, decisa a non dare alcuno spazio alle loro istanze e a sposare la linea politica del PD e dei sionisti milanesi, ha contribuito al successo di ieri. Infatti, alla luce di questa “forzatura”, i Giovani Palestinesi e l’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese) hanno rotto gli indugi, pubblicando nella giornata del 23 aprile un ottimo documento nel quale ci si dava appuntamento direttamente in Piazza Duomo alle 13:30, in anticipo di un paio d’ora sull’arrivo del corteo ufficiale.

A quel documento hanno da subito aderito molte delle forze sociali e politiche della città, oltre a tanti semplici compagni da tempo disillusi. Nessuno avrebbe relegato in fondo al corteo, nel viscido balletto “democratico”, la determinazione della nostra piazza.

Alle 13:30, come previsto, la piazza era completamente presidiata. Centinaia di militanti ne avevano preso possesso. Il palco era circondato da bandiere palestinesi e il monumento di Vittorio Emanuele a cavallo era avvolto nei colori rosso, nero, bianco e verde di un enorme vessillo.

A quel punto, con quei numeri, appariva chiaro che nessuno avrebbe potuto sgombrare la piazza, se non a costo di duri scontri. Altrettanto evidente che il comizio ufficiale sarebbe stato piuttosto “complicato” per gli oratori.

Soprattutto, era chiaro che in quella piazza non sarebbe potuto transitare alcun sionista, alcun nazionalista ucraino, alcun sostenitore della NATO. Lo stesso PD non sarebbe mai arrivato in Piazza del Duomo.

Consigliati dalla questura, infatti, sionisti e nazisti ucraini hanno dovuto interrompere il loro corteo ben prima della sua conclusione, allontanandosi con la coda tra le gambe. Questo il primo importante risultato: non consentire agli imperialisti di impadronirsi del “palcoscenico mediatico” è cosa che – a memoria – non si ricorda a Milano.

Sono molti anni ormai che la Brigata ebraica viene utilizzata come provocazione nel corteo del 25 Aprile. Dopo Piombo fuso, in particolare, la loro presenza segna la volontà di normalizzare i contenuti della lotta partigiana adeguandoli agli interessi imperialisti, rappresentati dal PD e dai suoi alleati.

Le contestazioni al passaggio dei sionisti hanno dunque assunto nel tempo un carattere quasi rituale, nel quale si invocava a gran voce la loro espulsione dal corteo senza peraltro avere il rapporto di forza per ottenerla. Ecco: la novità di quest’anno risiede proprio nel fatto che si è passati dalle invocazioni ai fatti. I sionisti non hanno avuto l’agibilità della piazza. Si tratta di una novità di non poco conto.

Quando la testa del corteo ufficiale entra in Piazza, le “autorità” sono costrette a transitare tra due ali di folla che gli riversano addosso il peso della loro vergogna.

L’inno di Mameli viene subissato dai fischi, così come i “comizi” dei politicanti e dei comici presenti (pietoso l’intervento di un certo PIF). Il sindaco Sala riesce a malapena a finire in suo intervento, anche se il più contestato appare il sindacalista della UIL. A quel punto, il servizio d’ordine dell’ANPI e della CGIL si rende conto che forse ha bisogno dell’aiuto della polizia per contenere la rabbia della piazza e la chiama in suo soccorso. Ne nascono alcune cariche che vengono contenute molto bene dai cordoni dei compagni.

Proprio mentre il segretario nazionale dell’ANPI, Pagliarulo, concludeva il suo intervento esclamando: “Oggi è stata una bellissima giornata per Milano!”, a pochi metri da lui, la polizia caricava i manifestanti nell’inutile tentativo di farli indietreggiare.

Rovinata la festa alle “istituzioni democratiche”, la polizia si è fatta più aggressiva. I cordoni delle forze dell’ordine sono divenuti più rigidi e alle spalle dei manifestanti sono comparsi i carabinieri a rinforzo. Si è dunque deciso di trasformare il presidio in un corteo. Rapidamente, un lungo spezzone con diverse centinaia di compagne e compagni ha imboccato le vie del centro, tagliando il corteo ufficiale e bloccando l’accesso a Piazza del Duomo al PD Milanese che – forse per la prima volta nella sua storia – si è visto relegato ai margini.

Presa di sprovvisto, la polizia ha iniziato a inseguire il corteo, raggiungendolo solo dopo diverse centinaia di metri. In Piazza Cairoli ci si è sciolti.

La quantità di bava rabbiosa presente sui giornali del 26 aprile, da parte di commentatori di varia estrazione, è la prova tangibile della vittoria conseguita.

Va da se che – ne siamo abituati – il successo ottenuto può trasformarsi nella solita “vittoria di Pirro”. Sta a noi deciderlo. Sta a noi decidere se dare forma e continuità a una determinazione figlia della stanchezza per le ingiustizie che da noi e lontano da noi colpiscono le masse popolari, oppure accontentarsi di una giornata. Ma questa è un’altra storia ancora da scrivere.

Vanno anche segnalati gli scontri che hanno portato alle denunce e ai fermi di alcuni ragazzi che si sono battuti direttamente con sionisti e forze dell’ordine. Se anche questi scontri sono stati una scintilla improvvisa, distante un centinaio di metri da dove ci trovavamo, ciò non toglie che questa scintilla fa parte della stessa rabbia che ha alimentato la nostra piazza e – in tal senso – quei ragazzi meritano la nostra solidarietà.

Ciò che è certo, è che siamo abituati alle sconfitte. Lo siamo da così tanto tempo che è anche giusto riconoscere quando il passo avanti c’è stato. Se è vero che è prima di tutto dalle sconfitte che si impara, il 25 aprile di quest’anno abbiamo la possibilità di imparare qualcosa da una vittoria. Piccola, limitata e che non interromperà di certo la violenza imperialista, ma pur sempre una vittoria.

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